Ogni estate assistiamo allo stesso copione.
Boschi in fiamme. Colonne di fumo visibili a chilometri di distanza. Canadair ed elicotteri in volo. Vigili del fuoco, volontari e uomini della Protezione Civile impegnati senza sosta. Comunità evacuate. Ettari di territorio distrutti.
Cambiano i luoghi. Cambiano le cause. Ma la risposta resta sempre la stessa: intervenire quando il fuoco è già divampato.
La domanda che dovremmo porci, però, è un’altra.
E se stessimo guardando il problema dalla prospettiva sbagliata?
Da giovane ho partecipato, per due estati, alle operazioni di spegnimento degli incendi boschivi all’Isola d’Elba. Erano gli anni in cui i C-130H della 46ª Aerobrigata di Pisa, equipaggiati con il sistema antincendio “Portobello”, arrivavano a lanciare il liquido ritardante sulle fiamme. Poco dopo sarebbero entrati in servizio anche i G.222.
Ricordo il rumore degli aerei prima ancora di vederli. Ricordo il rispetto per quei piloti che volavano a bassa quota sopra fronti di fuoco spesso imprevedibili. Ricordo il lavoro dei volontari, dei vigili del fuoco, del Corpo Forestale e di tutti coloro che affrontavano il rischio in prima persona.
Per noi quei velivoli rappresentavano la speranza.
Ma rappresentavano anche un’altra cosa.
L’inizio della risposta.
Perché quando un aereo decolla per spegnere un incendio significa che l’incendio esiste già.
Forse è stato proprio in quelle estati che ho iniziato a comprendere una cosa semplice. Ogni incendio che riuscivamo a spegnere rappresentava una vittoria. Ma ogni incendio che avremmo potuto evitare sarebbe stata una vittoria ancora più grande.
Sono passati quasi cinquant’anni.
Nel frattempo il mondo è cambiato.
Oggi possiamo osservare il territorio attraverso satelliti, droni, sensori distribuiti, reti digitali e sistemi di intelligenza artificiale capaci di individuare anomalie in pochi istanti. Possiamo integrare dati ambientali, meteorologici e territoriali in tempo quasi reale. Possiamo immaginare sistemi che monitorano continuamente il territorio e che inviano automaticamente una verifica quando qualcosa non è normale.
Eppure continuiamo a progettare gran parte dei nostri sistemi intorno allo stesso principio di allora.
Aspettare che qualcuno chiami.
Aspettare che qualcuno veda il fumo.
Aspettare che l’emergenza venga confermata.
Poi intervenire.
Negli anni successivi ho continuato a interrogarmi su quella domanda. La tecnologia evolveva, i sistemi di osservazione diventavano sempre più sofisticati, ma il modello culturale sembrava rimanere lo stesso: aspettare l’emergenza e poi organizzare la risposta. Forse è arrivato il momento di invertire questa logica.
Non è una critica verso chi combatte il fuoco.
Al contrario.
È proprio il rispetto per il lavoro straordinario di piloti, vigili del fuoco, volontari e operatori della Protezione Civile che dovrebbe spingerci a porre una domanda diversa.
Possiamo continuare a chiedere loro di affrontare incendi sempre più grandi?
Oppure dobbiamo costruire un sistema che riduca il numero delle volte in cui sarà necessario metterli davanti a un fronte di fiamme ormai incontrollabile?
Il vero progresso non consiste nel costruire mezzi sempre più potenti per affrontare le emergenze. Consiste nel costruire sistemi sempre più intelligenti per evitarle.
Per troppo tempo abbiamo misurato l’efficienza dei sistemi di emergenza in base alla velocità con cui arrivano sul luogo dell’evento.
Forse è arrivato il momento di misurarla anche in base alla capacità di sapere che quell’evento sta accadendo, o sta per accadere, prima di chiunque altro.
È questo il vero cambio di paradigma.
Passare da una cultura dell’emergenza a una cultura dell’osservazione permanente.
Da una logica reattiva a una logica anticipativa.
Da una protezione civile che interviene a una protezione territoriale capace di osservare, comprendere e prevenire.
Gli incendi sono solo uno degli esempi.
Lo stesso principio vale per le alluvioni, le frane, gli incidenti stradali, le emergenze sanitarie, la ricerca di persone disperse, la tutela dell’ambiente e di tutte quelle situazioni in cui ogni minuto perso rende più difficile limitare le conseguenze.
Noi crediamo che il valore dell’informazione non si misuri soltanto dalla capacità di raccontare ciò che è accaduto.
Crediamo che si misuri anche dalla capacità di porre le domande giuste.
E oggi la domanda è questa.
Nel XXI secolo vogliamo continuare a costruire sistemi sempre più efficienti per gestire le emergenze?
Oppure vogliamo finalmente costruire sistemi capaci di evitarne almeno una parte?
Forse la vera domanda è questa:
cosa siamo disposti a cambiare
perché il prossimo incendio non abbia mai la possibilità di diventare una tragedia?
Riccardo Cacelli