Londra – Nell’aprile del 1991, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 688, aprendo la strada alla creazione di una zona sicura nel Kurdistan iracheno. Essa consentì a oltre 1,5 milioni di curdi sfollati di rientrare dalle montagne lungo i confini dell’Iraq con l’Iran e la Turchia, dove si erano rifugiati in seguito alla brutale repressione di Saddam Hussein.
La creazione della zona sicura richiese una combinazione di diplomazia formale e informale: la diplomazia formale fornì legittimità e un quadro ufficiale per l’azione, mentre quella informale contribuì a negoziare gli accordi pratici e a esercitare pressioni sui governi affinché intervenissero.
Quello stesso anno fui nominato rappresentante curdo in Turchia. Dopo aver trascorso quasi quattro anni come Peshmerga, un soldato curdo, misi da parte il mio AK-47 e Kalashnikov e indossai un abito troppo grande per me – l’unico che riuscii a trovare al mercato della piccola città di Zakho, vicino al confine turco – e partii per Ankara per assumere il mio nuovo incarico.
Cominciò così il mio percorso per diventare un diplomatico professionista, rappresentando gli interessi del mio popolo oppresso, i curdi.
Era un compito precario: dovevo tutelare gli interessi dei curdi in un Paese che aveva negato persino l’esistenza del mio popolo. Tuttavia, grazie alla disponibilità di alcuni straordinari diplomatici turchi del Ministero degli Esteri e all’aiuto di alcuni diplomatici occidentali, riuscii a muovermi in un ambiente complesso e ad avere discussioni produttive a porte chiuse.
Cinque anni dopo divenni Alto Rappresentante del Governo Regionale Curdo a Londra, muovendomi come ambasciatore non ufficiale di una regione del Medio Oriente non riconosciuta e priva di accreditamento diplomatico.
I rappresentanti di diversi Stati del Sud Globale erano particolarmente cauti nell’interagire con me, riflettendo, credo, la riluttanza dei loro governi ad avere contatti ufficiali con un’entità non riconosciuta, cosa che avrebbe potuto compromettere le loro relazioni o gli scambi commerciali con Stati arabi o musulmani non ben disposti verso la questione curda.
Nel corso della mia carriera osservai che molti diplomatici del Sud Globale venivano nominati sulla base della fedeltà ideologica ai rispettivi regimi o attraverso forme di nepotismo, piuttosto che per merito professionale. Ciò li rendeva meno inclini ad allontanarsi dalla linea ufficiale, portandoli a operare in maniera più rigida e limitata.
La maggior parte dei diplomatici occidentali, al contrario, era generalmente più disponibile a incontrarmi informalmente e ad affrontare conversazioni al di fuori dei confini della politica ufficiale.
Luigi Amaduzzi, all’epoca ambasciatore italiano nel Regno Unito, ebbe un ruolo determinante nell’organizzare il rimpatrio delle salme di cinque rifugiati curdi morti soffocati all’interno di un camion chiuso mentre tentavano di attraversare il confine dalla Grecia. Poiché allora il KRG non disponeva di rappresentanti in Italia, la questione dovette essere coordinata da Londra.
L’ambasciatore Amaduzzi dimostrò il valore della flessibilità nella diplomazia quando i canali ufficiali erano limitati.
Molti dei conflitti verificatisi dalla Seconda guerra mondiale in poi avrebbero forse potuto essere evitati se alla diplomazia fosse stato concesso maggiore spazio prima che i leader politici decidessero quale linea d’azione intraprendere.
Oggi più che mai la diplomazia richiede flessibilità: la libertà di andare oltre le posizioni formali, di essere creativi e di lasciare spazio al dialogo laddove una rigida adesione alla politica ufficiale potrebbe altrimenti chiudere ogni porta.
Ma la flessibilità diplomatica non deve essere confusa con la mancanza di fermezza. Una posizione chiara e un dialogo costante non sono in contraddizione; spesso risultano più efficaci proprio quando vengono perseguiti insieme.
L’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran è, in larga misura, conseguenza del fallimento dell’Occidente – e in particolare degli europei – nel trasmettere ai governanti iraniani un messaggio chiaro e unitario sul loro programma nucleare.
Per un quarto di secolo, una diplomazia intermittente e dichiarazioni ambigue hanno ottenuto ben poco e, semmai, hanno incoraggiato Teheran a sfruttare l’indecisione occidentale, perseguendo le proprie ambizioni nucleari ed espandendo la propria influenza in Medio Oriente attraverso i suoi proxy.
Dopo decenni trascorsi come diplomatico clandestino, nel 2004 fui nominato Ambasciatore dell’Iraq nei Paesi Bassi. Presentare le mie credenziali a Sua Maestà la Regina Beatrice e discutere con lei di archeologia – materia sulla quale possedeva conoscenze eccezionali – rappresentò un memorabile inizio della mia attività come diplomatico ufficiale e accreditato.
Un altro momento memorabile arrivò due anni più tardi, quando il corpo diplomatico nei Paesi Bassi si riunì presso il Clingendael Institute, uno dei principali centri dedicati alla diplomazia, per ascoltare l’allora ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki parlare del programma nucleare del suo Paese.
Allontanandosi dall’argomento principale, egli parlò poi a lungo dell’Iraq, attribuendo, in maniera poco diplomatica, agli Stati Uniti la responsabilità dei problemi del Paese. Questo mi offrì l’opportunità di rispondergli.
Chiesi molto direttamente a Mottaki conto dell’interferenza iraniana in Iraq e della saggezza di perseguire un programma di armamenti nucleari nonostante la diffusa opposizione internazionale.
Apparve turbato e faticò a fornire una risposta coerente.
Pochi minuti dopo, l’ambasciatore iraniano, seduto accanto a lui, si scusò con i presenti e pose bruscamente fine alla discussione.
Rimasi colpito da quanto poco gli ambasciatori americano, britannico e degli altri Paesi europei lo incalzassero sulle sue affermazioni. Le loro domande furono, nel migliore dei casi, tiepide.
Quella sera, la stampa internazionale riferì dello scambio. Pochi giorni dopo, il mio ministro mi informò che l’Iran aveva presentato una protesta formale.
Alcuni miei colleghi ambasciatori mi dissero che ero stato troppo esplicito. Ricordo di aver difeso la mia posizione richiamando l’osservazione di Clausewitz secondo cui la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi.
Era precisamente questo il punto: la diplomazia raggiunge il suo massimo valore quando diplomatici e leader politici hanno lo spazio per parlare con franchezza, confrontare le proprie divergenze e trovare una strada da percorrere prima che tali divergenze si irrigidiscano fino a trasformarsi in conflitto.
È meglio essere chiari e fermi al tavolo negoziale piuttosto che lasciare che siano l’ambiguità e l’esitazione a parlare.
La stessa lezione si applica alla guerra in Ucraina. Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, la diplomazia europea compì alcuni tentativi di dialogare con Mosca e Kyiv, in particolare attraverso il Formato Normandia e gli accordi di Minsk, ma questi sforzi furono insufficienti rispetto alla portata del pericolo che stava emergendo.
L’Europa aveva l’interesse più immediato nel prevenire una guerra più ampia alle proprie porte e avrebbe dovuto investire risorse diplomatiche e attenzione politica molto maggiori in questo sforzo.
Il dialogo con Putin avrebbe dovuto rimanere costante, diretto e ambizioso, mantenendo aperta ogni possibile strada attraverso la quale la diplomazia avrebbe ancora potuto evitare un conflitto più ampio.
I principi della moderna pratica diplomatica, il cui sviluppo può essere fatto risalire al Congresso di Vienna e che sono stati successivamente codificati nelle Convenzioni di Vienna, rimangono indispensabili.
Ma la pratica della diplomazia deve evolversi insieme al mondo che essa serve. I conflitti di oggi richiedono sia l’autorità della diplomazia formale sia la flessibilità del dialogo informale.
Gli attori terzi rappresentano oggi un contributo prezioso per sperimentare idee, costruire fiducia ed esplorare possibilità che potrebbero essere difficili da perseguire attraverso i canali ufficiali.
Non si tratta di forme di diplomazia in competizione tra loro, bensì complementari.
Se la diplomazia vuole continuare a essere efficace in un’epoca caratterizzata da crisi sempre più rapide, posizioni irrigidite e alleanze sempre più complesse, le sue fondamenta devono essere preservate, lasciando al tempo stesso maggiore spazio alla capacità di dialogare in maniera creativa e flessibile.
L’AUTORE
Siamand Banaa, Peshmerga, rappresentante curdo e successivamente Ambasciatore dell’Iraq