L’Isola che c’รจ, inaugurazione della mostra fotografica “Cuba di Ken Damy”

di Luigi Cignoni, Direttore

Su Cuba, nel bene e nel male, รจ stato scritto di tutto e di piรน. Castro sรฌ, Castro no! Socialismo reale, bloccato dallโ€™embargo americano che arranca sempre piรน dopo il crollo del muro di Berlino e la frantumazione dellโ€™impero sovietico o dittatura di un uomo solo al potere, conquistato con le armi da un pugno di barbudos rivoluzionari, capeggiati da lui, ma con al fianco un mito mondiale che non si scolorisce come Ernesto Guevara detto il Che. Sono passati 50 anni dalla rivoluzione e Castro, vecchio e malconcio a 81 anni, governa ancora il paese tramite la controfigura di suo fratello Raul, e ne sono passati 40 dalla morte del Che in Bolivia con buona parte del mondo che lo festeggia e non solo in America Latina. E in mezzo a queste dispute ideologiche che non troveranno mai soluzione, Cuba sopravvive, con il turismo certo, ma non solo quello sessuale. Cuba sopravvive perchรฉ i cubani sono un popolo straordinario; Cuba vive perchรฉ la musica e il colore del sole sono nel dna della sua gente. Cuba, nonostante la ricerca quotidiana di cibo sempre razionato, del lavoro precario in cittร  e del duro lavoro in campagna, cerca una terza via autonoma. Forse in un mondo ormai globalizzato dove il consumismo cinese si trasforma in capitalismo produttivo (solo per citare lโ€™esempio piรน clamoroso) la piccola isola caraibica puรฒ suggerire qualche soluzione, per tutti e per noi occidentali. Chissร ! Sono stato 15 volte a Cuba dal โ€™92 al โ€™99 e ho visto di persona i cambiamenti; ho cercato di capire gli errori e i pregi ( la scuola e la sanitร  per esempio) ma sono solo un fotografo e non sono un giornalista ( e un fotografo creativo non un reporter, la differenza รจ abissale); lโ€™ho girata in lungo e in largo cercando di fissare sulla pellicola le mie impressioni, cercando i segni del cambiamento, i piccoli segni del cambiamento in atto. Ho visto arrivare i dollari quando erano vietati ai cubani (pena la galera che esiste per i dissidenti โ€“ forse il piรน grave errore di Fidel); ho visto i compesinos vendere i loro prodotti agli incroci stradali, prima di nascosto poi liberamente dopo il piรน terribile โ€œregime especialโ€ e ho visto e fissato nelle mie fotografie il crollo di palazzi coloniali e la ormai evidente ricostruzione e restauro dellโ€™Avana storica โ€“ vieja โ€“ con i soldi di paesi amici. Ho visto gente felice inventarsi i mezzi di locomozione assemblando pezzi di biciclette e motociclette e ho visto gente con la voglia di ballare e di fare musica a tutte le ore del giorno. Certo i vestiti โ€œpulitissimiโ€ sono sempre piรน rattoppati e solo le jineteras indossano capi europei (cinesi e di plastica il piรน delle volte) ma portati con orgoglio. Ho visto scolaresche numerose tutte vestite uguali con la divisa dโ€™ordinanza correre e giocare nellโ€™ora (ma a Cuba sono molte le ore di educazione fisica) di pausa; ho visto ricostruire interi pezzi di motore di splendide โ€œauto americaneโ€ con la carrozzeria di nuovi improbabili colori; ho visto la piรน grande collezione di sedie a dondolo artigianali, una diversa dallโ€™altra sotto i portici di cassette di legno consumate dal tempo e ho visto Santi e Madonne dai nomi โ€œtradottiโ€ della santeria cubana spuntare negli angoli delle case di fianco a mastodontici freezer il piรน delle volte utilizzati come armadi. Ho visto ragazzi godersi le onde gigantesche sul malecon dellโ€™avena e i balseros pescare (e qualche volta scappare) su camere dโ€™aria di vecchi camion. Ho visto le insegne di negozi artigianalmente dipinte scrostarsi per la salsedine e le gigantesche scritte inneggianti al Che e alla rivoluzione permanente, il tutto con occhi attenti a documentare unโ€™isola che in barca a tutti i pronostici esiste ed รจ viva e pulsante. Non รจ forse questo il mestiere del fotografo?

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