Lo spuntino di Natale

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Nel presepe un Gesù perplesso osserva una landa senza pastori e pecore. Nessuno si avvicina alla capanna e i Re Magi manderanno i doni per corriere. Facile ironia per una festa in cui il tradizionale invito a passare «Natale con i tuoi» è sospeso. Senza obbligo di apparire felici. L’occasione delle feste, per chi è solo, è spesso causa di sofferenza. Invece ora si celebra il riscatto di quanti, per una ragione o l’altra, non possono ritrovarsi in compagnia. La loro condizione diventa la norma, ma è anche sperimentazione della politica di distanziamento. Essere soli non è più segno di emarginazione, ma di partecipazione all’evento della solitudine collettiva: non saremo più soli «da soli», ma soli tutti assieme. secolarizzazione della nostra società. Ed è stata ritradotta in altri termini dal pensiero laico e illuminista. Tanto che Michel de Montaigne diceva: «Conta di più con chi si mangia, che cosa si mangia». E il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach ha riepilogato la questione nel suo celebre «Siamo quello che mangiamo». Mentre la vox populi ha inventano il più prosaico, ma non meno efficace, «chi non mangia in compagnia o è un ladro o è una spia». Cioè, sta ai margini della comunità.

Nel Novecento sociologi come Émile Durkheim, William Robertson Smith e George Simmel, assieme ad antropologi come Marcel Mauss e Mary Douglas, hanno dimostrato che la tavola è un fatto sociale totale, perché è lo specchio fedele di tutte le dinamiche collettive. Che si tratti della tavola di re Artù, dove si decide e si mangia insieme, inter pares. O della mensa frugale dei braccianti. Non a caso i compagni, dalle parole latine cum (con) e panis (pane), sono coloro che letteralmente condividono il pane. Persino il nostro lessico politico deriva dalle pratiche alimentari degli antichi. Come ha spiegato John Scheid in Quando fare è credere (Laterza), il concetto di «partecipazione» viene da partem capere, letteralmente avere una parte del banchetto sacrificale. E il termine princeps, da cui il nostro principe, deriva da primus capere, cioè colui che a tavola viene servito per primo.

Oggi la convivialità riceve addirittura la sua consacrazione sperimentale dalla scienza, che cerca di spiegare, dati alla mano, perché mangiare da soli fa male, aumenta il rischio di obesità, favorisce le diete sbilanciate e provoca un cattivo assorbimento dei nutrienti. Come dire che il contatto umano è il primo ingrediente di ogni pasto. Se manca quello non c’è più gusto. Ma non c’è nemmeno salute.

Carlo Bordoni, da Corriere della Sera, “La Lettura”

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