Garlasco e l’effetto RIS: quando la fiction ci insegna ad aspettarci l’infallibilità della scienza

di by Riccardo Cacelli, Observe · Connect · Enable

Da 8.330.000 spettatori davanti a “R.I.S. – Delitti imperfetti” alla scena del crimine di Garlasco. Cinema e televisione ci hanno abituati a investigatori, soldati e tecnologie capaci quasi sempre di trovare una soluzione. Quanto ha modificato ciò che ci aspettiamo dalla realtà?

Il 12 gennaio 2005 8.330.000 spettatori della televisione italiana guardarono il primo episodio di “R.I.S. – Delitti imperfetti”.

Quella sera Canale 5 raggiunse il 29,69% di share.

Il successo attraversò presto i confini italiani. Il format venne adattato in Francia, Germania e Spagna. In Francia “R.I.S. Police scientifique” sarebbe arrivata a nove stagioni.

Ma c’è un particolare ancora più interessante.

Il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri collaborò alla produzione e parte delle riprese venne realizzata nelle sedi dei Reparti di Parma e Roma.

Poi arrivò l’estate del 2007.

Il 13 agosto, nella villetta di via Pascoli a Garlasco, Chiara Poggi venne uccisa.

Diciannove anni dopo, alcuni degli accertamenti scientifici effettuati allora sono nuovamente al centro dell’attenzione.

Questo editoriale non vuole stabilire chi abbia ragione né risolvere il delitto di Garlasco.

Vuole porre un’altra domanda:

che cosa abbiamo imparato ad aspettarci dalla scienza?


DALLA FICTION ALLA REALTÀ

1998
Ultimo arriva sulla televisione italiana

1999
Debutta Il commissario Montalbano

12 gennaio 2005
8.330.000 spettatori per il debutto di R.I.S. – Delitti imperfetti
29,69% share

13 agosto 2007
Omicidio di Chiara Poggi a Garlasco

2016 — arriva Rocco Schiavone. L’investigatore televisivo torna ad essere profondamente umano, contraddittorio e imperfetto.


Quattro modi di cercare la verità

Quando arrivarono i RIS, la televisione italiana conosceva già molto bene investigatori e uomini delle forze dell’ordine.

Nel 1998 era arrivato “Ultimo”.

Nel 1999, con “Il ladro di merendine”, debuttava in televisione il commissario Montalbano.

Nel 2005 arrivarono i RIS.

Nel 2016 sarebbe arrivato Rocco Schiavone.

Quattro personaggi e universi narrativi profondamente differenti.

Ultimo cerca l’uomo.

Montalbano cerca di comprenderlo.

Il RIS interroga la traccia.

Schiavone torna all’uomo, con tutte le sue contraddizioni e imperfezioni.

La televisione italiana non ha sostituito l’investigatore con il laboratorio. Ha continuato a raccontare entrambi.

Ma il RIS introduceva una promessa narrativa diversa.

Non soltanto trovare il criminale.

Far parlare scientificamente la materia.


Perché proprio il RIS?

L’Arma dei Carabinieri dispone di reparti e organizzazioni altamente specializzati.

Il GIS interviene nelle situazioni ad altissimo rischio. Il Tuscania possiede una lunga esperienza operativa anche internazionale. Gli Squadroni Eliportati Cacciatori operano nei territori più difficili e nella ricerca dei latitanti. Il ROS conduce grandi investigazioni contro terrorismo e criminalità organizzata.

Storie e operazioni che sembrerebbero già scritte per il cinema.

Eppure la fiction scelse di mettere tre lettere direttamente nel titolo:

R.I.S.

Forse perché il GIS interviene.
Il Tuscania combatte.
I Cacciatori cercano.
Il ROS indaga.

Il RIS televisivo, invece, dimostra.

Gli altri combattono contro un avversario.

L’investigatore scientifico televisivo combatte contro qualcosa di ancora più inquietante:

l’incertezza.

E nella fiction quasi sempre la sconfigge.


“Alla verità si arriva sempre”

Non è soltanto una nostra interpretazione.

Presentando la prima stagione, la stessa produzione spiegava che attraverso l’analisi di laboratorio degli elementi trovati sulla scena del crimine “alla verità si arriva sempre”.

È una frase perfetta per una fiction.

Molto meno per descrivere la scienza reale.

Una traccia può essere insufficiente, degradata o contaminata. Può consentire interpretazioni differenti. Un risultato scientifico deve essere valutato nel contesto nel quale quella traccia è stata trovata.

La scienza forense reale non elimina necessariamente l’incertezza.

Cerca di ridurla, misurarla e dichiararla.

La fiction, invece, ha bisogno di chiudere l’episodio.


L’effetto CSI

Prima dei RIS italiani c’era già stato CSI.

Capelli, fibre, DNA, impronte quasi invisibili. La macchina analizza, lo specialista osserva, il computer confronta.

Alla fine il caos diventa ordine.

Il fenomeno divenne abbastanza importante da ricevere persino un nome:

“CSI effect”.

Uno dei principali studi sull’argomento analizzò 1.027 potenziali giurati americani.

Il 46% si aspettava qualche forma di prova scientifica in ogni procedimento penale. Il 36% impronte digitali. Il 22% DNA.

Ma gli studi non hanno dimostrato che guardare CSI produca automaticamente verdetti differenti.

Ed è proprio questa distinzione a rendere il fenomeno interessante.
Forse la fiction non ci ha insegnato chi dobbiamo considerare colpevole.

Ci ha insegnato ad aspettarci che la scienza debba saperlo.


Da CSI a Rambo

Non accade soltanto con gli investigatori.

Per decenni Hollywood ha contribuito a costruire anche il nostro immaginario del soldato.

John Wayne. I Berretti Verdi. Rambo. Top Gun.

Nel 1985 Rambo tornava cinematograficamente in Vietnam, dieci anni dopo la fine della guerra.

“Do we get to win this time?”

Possiamo vincere, questa volta?

Sul grande schermo un singolo combattente poteva simbolicamente fare ciò che la storia non aveva consentito all’America: riscrivere emotivamente una sconfitta.

Ma il fenomeno non appartiene soltanto agli Stati Uniti.


Non è soltanto Hollywood

Paesi con culture, storie e sistemi politici profondamente differenti hanno costruito attraverso cinema e televisione proprie rappresentazioni della forza e della capacità di trovare la verità.

Negli Stati Uniti, Rambo incarna l’eroe individuale capace di prevalere sull’avversario, mentre CSI trasferisce una promessa simile nel laboratorio: esiste una risposta e la tecnologia può trovarla.

In Cina, “Wolf Warrior” porta il combattente cinese dentro il linguaggio del grande cinema d’azione internazionale; “Medical Examiner Dr. Qin” mette invece il sapere medico-legale al centro della narrazione investigativa.

In India, “Uri: The Surgical Strike” racconta tecnologia, intelligence e capacità militare dentro una più ampia rappresentazione della sicurezza nazionale; la longeva serie “C.I.D.” rende investigatore ed esperto forense figure familiari a milioni di spettatori.

La Russia possiede una tradizione differente. Il soldato cinematografico è profondamente legato alla memoria della Grande Guerra Patriottica, al sacrificio e alla Vittoria; nella fiction investigativa “След – Trace” immagina invece una struttura scientifica nella quale specialisti e tecnologie individuano le tracce lasciate dal crimine.

E l’Italia?

Abbiamo avuto Ultimo.
Montalbano.
I RIS.
Schiavone.

Modelli differenti, ma una domanda comune: come si arriva alla verità?

Non possiamo sostenere che queste produzioni abbiano prodotto gli stessi effetti sulle rispettive società.

Ma possiamo osservare una somiglianza.

Il soldato deve riuscire a combattere.
L’investigatore deve riuscire a capire.
La tecnologia deve riuscire a vedere ciò che l’occhio umano non vede.

Cambiano le bandiere, le uniformi e le culture.

Rimane una promessa narrativa sorprendentemente simile:

esiste una risposta e qualcuno possiede gli strumenti per trovarla.


Il Rambo del laboratorio

Ed eccoci nuovamente a CSI e ai RIS.

Il protagonista non ha bisogno di un mitra. Ha un microscopio.

Non entra nella base nemica. Entra nella scena del crimine.

Non cerca l’avversario nella giungla. Lo cerca dentro una traccia biologica, una fibra, un’impronta.

Ma la promessa narrativa può diventare sorprendentemente simile:

esiste una risposta e il protagonista possiede gli strumenti per trovarla.

Rambo rappresenta il dominio sull’avversario.
CSI rappresenta il dominio sull’incertezza.

E forse il secondo ha costruito l’aspettativa più difficile da soddisfare nel mondo reale.
Perché sappiamo che un soldato può perdere una battaglia.

Siamo forse meno preparati ad accettare che una prova scientifica possa semplicemente non darci una risposta definitiva.


La scena del crimine esiste una volta sola

La tecnologia del 2026 può essere molto più sofisticata di quella disponibile nel 2007.

Può analizzare meglio. Confrontare meglio. Elaborare quantità di dati allora impensabili.

Ma nessuna tecnologia futura può tornare fisicamente alla scena del crimine nel momento in cui quella scena esisteva.

La scena del crimine esiste una volta sola.

Poi rimangono fotografie, campioni, reperti, verbali, impronte, dati, procedure e interpretazioni.

La tecnologia può migliorare.

Il reperto porta con sé tutta la propria storia.

Per questo:

tecnologia 2026 + reperto 2007 non significa scena del crimine 2026.

Significa utilizzare strumenti nuovi per interrogare qualcosa che proviene dal passato.


Di nuovo Garlasco

Ed eccoci nuovamente nella villetta di via Pascoli.

Tracce biologiche, impronte, calzature, reperti, computer, telefoni, orari.

Elementi analizzati e interpretati nel corso di una vicenda giudiziaria durata quasi vent’anni e alcuni dei quali vengono oggi nuovamente interrogati.

Non spetta a un editoriale stabilire quale risposta daranno.

Ma Garlasco ci permette di porre una domanda che va molto oltre Garlasco:

quando oggi guardiamo nuovamente quelle prove, stiamo chiedendo alla scienza ciò che la scienza può realmente dirci oppure ciò che vent’anni di fiction ci hanno insegnato ad aspettarci da lei?

Forse il problema non è che cinema e televisione abbiano mentito.

La fiction ha fatto il proprio mestiere.

Ha raccontato storie.

Siamo stati noi, qualche volta, a dimenticare che erano storie.

E diciannove anni dopo continuiamo a chiedere alle tracce di parlare.


Riccardo Cacelli

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