AVEVAMO CHIESTO AI GIOVANI EUROPEI SE STAVANO ASCOLTANDO. LA FRANCIA HA RISPOSTO

di by Riccardo Cacelli, Observe · Connect · Enable

Dall’Illuminismo a Schuman e Monnet, dal maggio 1968 alle proteste del 2026. Quando la Francia interroga se stessa, spesso finisce per porre domande anche all’Europa.


City of London – Qualche settimana fa, su ItalyNews.it, avevamo posto una domanda:

L’EUROPA TORNA A PARLARE DI GUERRA. LE GENERAZIONI Z E ALPHA STANNO ASCOLTANDO?

Parlavamo di riarmo, sicurezza europea, servizio militare e della possibilità che una generazione cresciuta dentro un’Europa senza guerre fra i suoi Stati membri potesse un giorno sentirsi chiedere qualcosa che sembrava appartenere ai libri di storia: prepararsi nuovamente alla guerra.

Non conoscevamo la risposta.

Oggi dalla Francia ne sta arrivando almeno una parte.

Non attraverso un sondaggio. Non attraverso un partito politico.

Attraverso gli studenti.

Le proteste francesi sono nate da problemi molto concreti: insegnanti mancanti, classi sovraffollate, strutture deteriorate, disuguaglianze territoriali e risorse considerate insufficienti. Partito soprattutto dalle periferie parigine, il movimento ha raggiunto oltre 1.200 licei in tutto il Paese.

Ci sono state anche violenze, incendi, aggressioni, scontri con la polizia e migliaia di arresti. È necessario dirlo: raccontare soltanto le rivendicazioni significherebbe romanticizzare una situazione diventata molto più complessa. Ma ridurre tutto alla violenza significherebbe ignorare le ragioni dalle quali la protesta è cominciata.

E dentro quella protesta è comparsa una domanda ulteriore.

Non riguarda più soltanto la scuola.
Riguarda le priorità dello Stato.
Scuola. Welfare. Futuro. Difesa.

Ed è qui che questa storia francese comincia a diventare una storia europea.


PRIMA DELLE BARRICATE VENNERO LE IDEE

Quando pensiamo alla Francia che cambia l’Europa pensiamo quasi inevitabilmente al 1789.

Ma prima della Rivoluzione vennero le idee.

Montesquieu interrogò l’organizzazione del potere. Voltaire l’autorità e l’intolleranza. Rousseau la sovranità e il contratto sociale. Diderot e gli enciclopedisti cercarono di raccogliere, organizzare e diffondere il sapere.

L’Illuminismo non fu soltanto francese. Fu un fenomeno europeo.

Ma la Francia ne divenne uno dei grandi laboratori.

Poi arrivò il 1789.

Sovranità popolare, cittadinanza, diritti e rapporto fra individuo e Stato uscirono dalla discussione filosofica ed entrarono, violentemente, nella politica.

La Rivoluzione francese non rimase francese.
E l’Europa non sarebbe più stata la stessa.


1848: QUANDO PARIGI PARLÒ ALL’EUROPA

Nel febbraio 1848 cadde a Parigi la monarchia di Luigi Filippo.

Nel giro di poche settimane rivoluzioni e insurrezioni attraversarono Vienna, Berlino, Milano, Venezia, Budapest e molte altre città.

Sarebbe storicamente sbagliato sostenere che Parigi abbia causato da sola il 1848 europeo. Ogni società aveva tensioni economiche, nazionali, costituzionali e sociali proprie.

Ma la Francia dimostrò ancora una volta qualcosa:
un avvenimento nazionale poteva diventare un acceleratore europeo.

Le idee viaggiavano attraverso giornali, pamphlet, lettere, università e caffè.
Impiegavano giorni o settimane.
Oggi impiegano pochi secondi.


1871: POCHE SETTIMANE CAPACI DI ATTRAVERSARE GENERAZIONI

Dopo la guerra franco-prussiana e la caduta del Secondo Impero arrivò la Comune di Parigi.

Durò poco più di due mesi. Terminò nel sangue.

Eppure la sua influenza politica sopravvisse enormemente più a lungo della sua esistenza materiale.

La Comune entrò nell’immaginario dei movimenti operai, socialisti e rivoluzionari di molti Paesi.
Ancora una volta ciò che accadeva in una città francese riusciva a oltrepassare la Francia.
Poi il XX secolo cambiò completamente la prospettiva.


1940: QUESTA VOLTA ERA LA FRANCIA A DOVER ESSERE RICOSTRUITA

La sconfitta militare. L’occupazione tedesca. Vichy. La Resistenza.

La Francia non era più il Paese dal quale partiva una rivoluzione europea.

Era un Paese che doveva ricostruire se stesso, la propria legittimità e il proprio posto nel continente.

La Resistenza riunì esperienze e culture politiche differenti. Charles de Gaulle divenne il simbolo della Francia libera e della continuità dello Stato.
Nel 1945 l’Europa uscì dalla seconda guerra mondiale devastata.

Ed è proprio dalle macerie che arrivò forse una delle più straordinarie trasformazioni francesi dell’idea d’Europa.


1950: NON UNA BARRICATA. UN’ISTITUZIONE.

Il 9 maggio 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schuman presentò una proposta sviluppata insieme a Jean Monnet.

Francia e Germania si erano combattute ripetutamente.

Carbone e acciaio erano indispensabili all’industria, ma anche alla capacità di fare la guerra.

Schuman e Monnet proposero di mettere la produzione franco-tedesca di carbone e acciaio sotto un’autorità comune, aperta agli altri Paesi europei.

Da quel progetto nacque la Comunità europea del carbone e dell’acciaio — Francia, Germania occidentale, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo — primo passo di quel processo sovranazionale che avrebbe condotto all’attuale Unione europea.

L’obiettivo era concreto: rendere una nuova guerra tra Francia e Germania non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile.

Schuman formulò inoltre un principio destinato a diventare centrale nell’integrazione europea: l’Europa non sarebbe stata costruita tutta insieme, ma attraverso realizzazioni concrete capaci di creare una “solidarietà di fatto”.

Dopo secoli nei quali la Francia aveva influenzato l’Europa attraverso idee, rivoluzioni e conflitti, questa volta proponeva qualcosa di differente.

Un metodo.

La generazione che aveva conosciuto due guerre mondiali provava a costruire istituzioni affinché le generazioni successive non dovessero conoscerne una terza.

Ed è proprio questo che rende il 2026 così interessante.


1968: QUANDO GLI STUDENTI NON FURONO PIÙ SOLI

Diciotto anni dopo Schuman, la Francia tornò nelle strade.
Maggio 1968.

Ma se vogliamo comprendere il presente, forse non dobbiamo guardare soltanto alle barricate del Quartiere Latino.
Dobbiamo guardare agli incontri. Studenti. Lavoratori. Sindacati.

Una protesta inizialmente generazionale incontrò altre rivendicazioni sociali e cambiò dimensione.

Questa è la domanda che il 1968 consegna al 2026:
non soltanto quanti studenti stanno protestando, ma chi si metterà accanto a loro?

Oggi il sostegno di insegnanti e sindacati suggerisce che questa domanda meriti almeno di essere osservata.

Non significa che stia tornando il 1968.
La storia non si ripete su ordinazione.


2018: UN’ALTRA FRANCIA, UN’ALTRA PROTESTA

Cinquant’anni dopo arrivarono i Gilets jaunes.
Non erano gli studenti della Sorbona. Non erano il movimento operaio tradizionale.

Il detonatore fu la fiscalità sui carburanti, ma rapidamente emersero potere d’acquisto, costo della vita, disuguaglianze territoriali e la sensazione, soprattutto nella Francia periferica, di non essere ascoltati.

Ancora una volta, il detonatore iniziale si rivelò più piccolo delle domande che la protesta avrebbe successivamente sollevato.

E arriviamo così al 2026.


UNA GENERAZIONE CHE STAVA ASCOLTANDO

Le proteste francesi riguardano innanzitutto la scuola.
Questo non deve essere dimenticato.

Ma quando uno studente mette nella stessa frase le risorse destinate al proprio liceo e quelle destinate alla difesa, sta facendo qualcosa di diverso.

Sta interrogando l’ordine delle priorità pubbliche.
Questo non significa necessariamente essere contrari alla difesa.

L’Europa del 2026 non è quella del 1950.

Schuman e Monnet cercavano innanzitutto di impedire un’altra guerra fra le potenze europee. Il dibattito contemporaneo riguarda soprattutto la capacità dell’Europa di proteggersi da minacce esterne e garantire la propria sicurezza.

Sono problemi differenti.
Ma proprio questa differenza produce un paradosso generazionale.

La generazione che ha ereditato un’Europa costruita affinché gli europei non dovessero più combattersi sta crescendo mentre l’Europa torna a parlare di deterrenza, riarmo, preparazione militare e servizio militare.

Qualche settimana fa ci chiedevamo se questi ragazzi stessero ascoltando.
Forse stavano ascoltando molto attentamente.


“NON SAREMO NOI I SOLDATI DELLE VOSTRE GUERRE”

E il segnale non arrivava soltanto dalla Francia.

In Italia, prima ancora dell’esplosione delle proteste francesi, una frase aveva provocato un acceso dibattito politico.
Virginia Libero, segretaria nazionale dei Giovani Democratici, dichiarò: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre.”

E aggiunse una frase ancora più controversa: “Noi organizzeremo i disertori.”

Le sue parole provocarono reazioni anche all’interno della sua stessa area politica.
Il punto, qui, non è stabilire se Libero avesse ragione o torto.

È osservare il linguaggio.
Noi. Voi. Le vostre guerre.

Perché dentro quella frase compare una possibile frattura generazionale: chi decide la politica di sicurezza e chi potrebbe essere chiamato, un giorno, a sostenerne personalmente le conseguenze.

Ed emerge anche un’assenza che merita di essere osservata.

Nel dibattito pubblico italiano appare finora molto meno visibile una posizione altrettanto esplicita delle principali organizzazioni giovanili del centrodestra sulla relazione fra riarmo, servizio militare, welfare e futuro delle nuove generazioni.

Questa assenza non può essere interpretata né come consenso né come dissenso.
È semplicemente una domanda ancora senza risposta.

E se vogliamo capire una generazione europea, dovremo ascoltare anche quella parte.


STAVANO GIÀ PARLANDO TRA LORO?

Qui il 2026 introduce qualcosa che nessuna delle precedenti generazioni possedeva.

La rete.

Una fotografia scattata davanti a un liceo francese può raggiungere Milano, Berlino, Bruxelles o Madrid prima ancora che la manifestazione sia terminata.

Uno slogan può essere tradotto. Un video condiviso. Una protesta riconosciuta. Una data rilanciata.

Instagram. TikTok. Telegram. WhatsApp. Snapchat.

La piazza non termina più quando i manifestanti tornano a casa.

Continua nello smartphone.

Questo non significa che esista un’unica regia europea dietro le mobilitazioni nazionali. Non abbiamo elementi per sostenerlo.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato continuare a osservare i giovani europei soltanto attraverso le frontiere degli Stati.

Potrebbero appartenere allo stesso spazio digitale prima ancora di appartenere allo stesso movimento politico.

E non si tratta più soltanto di una possibilità teorica.

Per il 20 novembre 2026 è già stata convocata una mobilitazione internazionale di studenti e giovani sotto lo slogan: “FIGHT FOR OUR FUTURE, NOT THEIR WARS.”

Organizzazioni giovanili e studentesche di diversi Paesi europei stanno collegando nelle proprie rivendicazioni riarmo, servizio militare, istruzione, sanità, casa e welfare.

Questo non dimostra che le proteste francesi siano dirette da una rete europea.

Dimostra qualcosa di differente.

La rete attraverso la quale giovani di Paesi differenti possono riconoscere problemi comuni esiste già.

Ed è forse questa la vera novità del 2026.

Nel 1848 le idee attraversavano l’Europa attraverso giornali, lettere e pamphlet.
Nel 1968 attraverso università, volantini, radio e televisioni.

Nel 2026 ogni ragazzo porta in tasca la rete attraverso la quale una protesta può riconoscerne un’altra.


LA FRANCIA NON PREDICE IL FUTURO DELL’EUROPA

Dall’Illuminismo a oggi, la Francia non ha sempre indicato all’Europa la stessa direzione.

Ha prodotto idee. Ha prodotto rivoluzioni, ha conosciuto guerre e occupazione, ha prodotto proteste.

E con Schuman e Monnet ha contribuito a costruire istituzioni concepite per trasformare rivalità nazionali in cooperazione europea.

Per questo sarebbe sbagliato sostenere che ogni protesta francese annunci un cambiamento europeo.

La storia non funziona così.

Ma la storia suggerisce anche che quando una domanda formulata in Francia comincia a trovare parole simili in altri Paesi, vale la pena ascoltarla.

Il 2026 è ancora uno spazio vuoto.

Non sappiamo ancora cosa scriveremo accanto a quella data.

Ed è giusto così.


MY OBSERVATION

Qualche settimana fa ItalyNews.it aveva chiesto:

Le Generazioni Z e Alpha stanno ascoltando mentre l’Europa torna a parlare di guerra?

Oggi possiamo formulare una prima risposta.
Alcuni stavano ascoltando.
Ma forse avevamo posto la domanda sbagliata.

Mentre gli adulti discutevano di:

– quanto spendere per la difesa;
– come rafforzare militarmente l’Europa;
– come preparare una nuova generazione a proteggerla

alcuni di quei giovani stavano discutendo di scuola, casa, sanità, welfare e futuro.

E stavano discutendo anche tra loro.

Nel 1950 una generazione che aveva conosciuto la guerra si domandò quale Europa costruire affinché i propri figli non dovessero conoscerla nuovamente.

Nel 2026 una generazione che quella guerra l’ha conosciuta soltanto attraverso libri, racconti e immagini potrebbe cominciare a porre la domanda inversa:

SE UN GIORNO CI CHIEDERETE DI DIFENDERE L’EUROPA, QUALE EUROPA CI STATE CHIEDENDO DI DIFENDERE?


Riccardo Cacelli