Il corpo di una bambina non può diventare la vetrina delle ambizioni irrisolte di una madre. Non può essere trattato come un accessorio da mostrare, una miniatura della seduzione adulta, un piccolo manifesto estetico da esibire in spiaggia con la scusa della moda. Perché quando una bambina viene abituata a pensare che essere bella significhi scoprirsi, attirare sguardi, ricevere approvazione attraverso l’esposizione del corpo, non stiamo educando alla libertà. Stiamo consegnando un messaggio distorto: valgo se mi guardano.
IL NODO È EDUCATIVO, MA PARTE DRAMMATICAMENTE DAGLI ADULTI
È la pedagogista Teresa Pia Renzo ad intervenire nel dibattito aperto attorno ai costumi per bambine, sempre più spesso disegnati secondo modelli adulti, fashion, poco comodi e lontani dalle esigenze reali dell’infanzia. Un tema che non riguarda soltanto il mercato, la moda o la scelta di un capo da mare, ma chiama in causa direttamente la famiglia, il modo in cui gli adulti guardano i figli, il rapporto con il corpo, il pudore, la dignità e la costruzione dell’identità personale.
NON È MODA MA UNA VERGOGNOSA ADULTIZZAZIONE DELL’INFANZIA
Il punto – sottolinea Renzo – non è criminalizzare un costume, né trasformare ogni scelta estetica in allarme. Il problema nasce quando il modello adulto viene trasferito sul corpo di una bambina o di un’adolescente senza alcuna consapevolezza educativa. Ci sono costumi pensati per una donna adulta, per un corpo adulto, per codici estetici adulti. Riportarli sull’infanzia significa anticipare linguaggi che i bambini non hanno ancora gli strumenti per comprendere. È una vergognosa adultizzazione dei piccoli.
ALLARME RENZO: MADRI ADOLESCENTI CHE SI SPECCHIANO NELLE FIGLIE
La responsabilità più scomoda – aggiunge la pedagogista da oltre venti anni punto di rieferimento per la crescita della prima infanzia – riguarda molte madri. Non tutte, certamente. Ma troppe. Madri che sembrano vivere il corpo della figlia come una conferma di sé, come un prolungamento della propria immagine, come una rivincita estetica. Quando una ragazzina di 15 o 16 anni esce vestita in modo eccessivamente provocante – osserva Renzo – significa che qualcuno glielo consente. E spesso quel qualcuno non si limita a permetterlo: lo incoraggia, lo normalizza, lo trasforma in orgoglio.
IL TRANSFERT ESTETICO CHE USA I FIGLI COME GIUSTIFICAZIONE
In molti casi – ricorda ancora – si assiste ad un vero transfert educativo e simbolico. La figlia diventa lo spazio attraverso cui la madre autorizza anche sé stessa a restare adolescente, a inseguire modelli di esposizione continua, a confondere l’essere desiderata con l’essere riconosciuta. È come se alcune donne – evidenzia – usassero inconsapevolmente le figlie per giustificare il proprio stesso modo di mostrarsi. Prima lo fanno passare come moda per le ragazze, poi lo trasformano in legittimazione personale. Ma l’adulto non può cercare conferme nel corpo dei figli.
MA LA BELLEZZA NON SIGNIFICA ESSERE GUARDATE
La bellezza, ovviamente, non è il problema. E nemmeno il corpo è il problema, così come non lo sono il mare, il costume e la libertà personale. Il problema, invece, nasce quando la bellezza viene ridotta alla quantità di sguardi che si riescono ad attirare. Quando una madre insegna, anche senza dirlo, che più un corpo è esposto più vale, sta costruendo una fragilità. Sta educando alla dipendenza dall’approvazione esterna. Sta spostando il baricentro della dignità dall’essere al farsi guardare. E questo, nella crescita di una bambina, può diventare una ferita profonda.
IL NUDO È ARTE, L’ESPOSIZIONE SENZA CONSAPEVOLEZZA È VOLGARITÀ EDUCATIVA
Renzo distingue nettamente il valore del corpo dalla sua banalizzazione. Il nudo può essere arte, armonia, linguaggio, rappresentazione estetica. Ma altra cosa è la ricerca continua dello sguardo, l’esibizione come bisogno, la svendita simbolica di sé dentro modelli che fanno passare per libertà ciò che spesso è soltanto imitazione. Una bambina non ha strumenti per leggere questi codici. Una adolescente, se non è stata educata prima, rischia di assorbirli come norma. Ed è qui che il ruolo degli adulti diventa decisivo.
RENZO: IL PROBLEMA STA SEMPRE NELLA FAMIGLIA
La questione, dunque, torna ancora una volta alla famiglia. Ai genitori. Alle madri, soprattutto, quando sono loro a scegliere, comprare, approvare, fotografare, pubblicare e normalizzare. Non possiamo continuare a dire che è colpa della moda, dei social o del mercato – conclude Teresa Pia Renzo – se poi l’adulto compra, consente, incoraggia e legittima. Il problema educativo nasce quando una madre smette di proteggere la figlia dal bisogno di piacere agli altri e comincia a compiacersi del fatto che venga guardata. Educare una bambina significa insegnarle che il suo corpo non è una vetrina, la sua bellezza non è m