Il punto più grave non è soltanto che un ragazzo aggredisca, minacci, porti un coltello o sfidi un docente. Il fatto più grave è che senta il bisogno di riprendersi mentre lo fa, il narcisismo spinto e spietato. Perché quando la violenza non cerca più soltanto una vittima, ma anche un pubblico, significa che il problema educativo ha compiuto un salto ulteriore: non si tratta più soltanto di trasgressione, ma di esibizione. Il gesto violento diventa contenuto, prova di forza, materiale da condividere, moneta sociale da spendere nel gruppo. E davanti a questo scenario non basta vietare il cellulare se prima, per anni, adulti e famiglie hanno consegnato quello stesso strumento ai bambini senza guida, senza limiti e senza responsabilità.
INTERNET SENZA MEDIAZIONE È UNA BELVA EDUCATIVA
È quanto sostiene la pedagogista Teresa Pia Renzo intervenendo sui nuovi episodi di violenza nelle scuole registrati già nelle prime settimane di ripresa delle attività didattiche e non da ultimo il caso della banda di ragazzi che è entrata in un discount distruggendolo. Il tema – sottolinea – non può essere liquidato con il solo divieto del telefono o con l’ennesimo richiamo formale alle regole. Per anni molti adulti hanno considerato motivo di orgoglio vedere bambini piccolissimi usare il touch, scorrere foto, aprire contenuti, muoversi con disinvoltura dentro dispositivi sempre più potenti. Poi quegli stessi bambini sono cresciuti e hanno iniziato a navigare in rete, spesso senza una vera supervisione. Internet – avverte la Pedagogista – se non viene mediato dagli adulti, se non viene canalizzato e spiegato, può diventare una belva educativa.
DALLO SCHERMO ALLA SCENA, LA VIOLENZA CHE CERCA LIKE SPIETATAMENTE
Secondo la pedagogista, da oltre venti anni punto di riferimento per la crescita della prima infanzia, il nodo è il passaggio dalla tecnologia come strumento alla tecnologia come moltiplicatore di modelli. Social, gruppi, video, challenge, contenuti virali e imitazione continua hanno trasformato molti comportamenti devianti in linguaggi di appartenenza. Il ragazzo non guarda più soltanto al danno provocato, ma alla visibilità che può ottenere. L’aggressione filmata, il gesto estremo, il coltello mostrato, la sfida all’adulto diventano, in quella grammatica distorta, un modo per dire: io esisto, io comando, io non ho paura.
IL CASO DEL COLTELLO NELLO ZAINO CHIAMA IN CAUSA LA FAMIGLIA
Per la pedagogista, gli episodi che coinvolgono bambini molto piccoli sono ancora più allarmanti. Un adolescente può anche eludere il controllo degli adulti; un bambino di sei anni che arriva a scuola con un coltello nello zaino pone invece una domanda diretta e inevitabile: dov’erano i genitori? Chi ha controllato quello zaino? Chi ha osservato i segnali? Chi ha spiegato il confine tra gioco, forza, minaccia e pericolo? Non possiamo continuare a spostare tutto sulla scuola – afferma – perché davanti a certi fatti il primo livello di responsabilità resta la famiglia.
DOPO I 14 ANNI RIEDUCARE DIVENTA MOLTO PIÙ DIFFICILE
Il vero lavoro educativo deve iniziare molto prima dell’adolescenza. A quattordici o quindici anni molti comportamenti sono già strutturati: il modo di gestire la rabbia, la frustrazione, la sfida, la relazione con l’autorità, il rapporto con il gruppo e con il digitale. Questo non significa rinunciare al recupero, ma smettere di raccontare che bastino corsi, incontri o campagne per modificare ciò che non è stato costruito negli anni precedenti.
NON BASTANO CORSI, SERVONO CONSEGUENZE REALI
La pedagogista torna quindi su un punto già più volte richiamato: senza conseguenze chiare, la regola perde forza. Percorsi educativi, volontariato, ascolto e recupero possono avere senso solo se inseriti in una cornice seria di responsabilità. Ma se il ragazzo percepisce che ogni gesto può essere attenuato, giustificato, assorbito o derubricato, il messaggio che arriva è devastante. Servono sanzioni certe, responsabilità economiche per le famiglie quando necessario e una risposta istituzionale capace di far comprendere che la scuola non è uno spazio neutro nel quale tutto può accadere senza conseguenze.
LA PARTE SANA ESISTE E VA PROTETTA
Dentro la scuola – sottolinea la professionista – esistono ancora ragazzi capaci di capire il pericolo, di chiedere aiuto, di lanciare l’allarme, di proteggere un docente o un compagno. Sono loro la parte sana da rafforzare. Ma proprio per proteggerla bisogna smettere di normalizzare chi porta violenza, paura e intimidazione dentro l’ambiente scolastico. La comunità educativa non può chiedere ai ragazzi corretti di convivere passivamente con chi trasforma la scuola in palcoscenico della propria aggressività.
FAMIGLIA, SCUOLA E STATO DEVONO TORNARE A FARE LA LORO PARTE
La scuola può educare, correggere, osservare, segnalare, accompagnare. Ma non può sostituire la famiglia, non può disintossicare da sola un rapporto malato con la tecnologia, non può reggere senza tutela il peso di un’emergenza sociale più grande. Famiglia, scuola e Stato – conclude Teresa Pia Renzo – devono tornare a parlare la stessa lingua: limite, responsabilità, rispetto, conseguenza. Se un ragazzo filma la violenza, porta un coltello o sfida un docente per sentirsi forte, non siamo davanti a una bravata. Siamo davanti al risultato di un vuoto educativo che qualcuno, prima o poi, deve avere il coraggio di chiamare con il proprio nome.