«Fuori Onda»: prima della Casa Bianca c’era un caffè a Fleet Street

di by Riccardo Cacelli, Observe · Connect · Enable

Da Cavo, all’Isola d’Elba, a Londra, fino a Washington.
Il libro di Stefano Scibilia diventa l’occasione per raccontare un’amicizia, tre generazioni e una passione comune: il giornalismo.


Ci sono libri che si leggono per conoscere una storia.
E libri che, prima ancora di aprirli, ti riportano indietro nel tempo.

Quando ho visto la copertina di Fuori Onda. Dietro le quinte della Casa Bianca, di Stefano Scibilia, il mio primo pensiero non è andato a Washington.

Non ho pensato ai presidenti degli Stati Uniti, alle conferenze stampa o alle telecamere schierate davanti alla Casa Bianca.

Sono tornato a Londra. A Fleet Street, per essere precisi.
E a un caffè.


Un ragazzo con una telecamera

Fleet Street è una strada che ha fatto la storia del giornalismo britannico. Per secoli è stata il cuore della stampa londinese, un luogo dove le notizie nascevano, venivano discusse, scritte e stampate.

Il nostro ufficio si trovava al numero 149. Oggi siamo al 150, praticamente accanto.

Al numero 3 c’era il PRESS Coffee & Co., un locale dove spesso andavamo a prendere un caffè.

È lì che ci ritrae la fotografia che avete visto in copertina alla quale sono particolarmente affezionato.

Stefano e io, davanti al PRESS.
Due persone che parlavano di giornalismo.

Stefano era arrivato a Londra per svolgere un tirocinio di sei mesi. E aveva portato con sé qualcosa che raccontava già molto della sua passione: la sua telecamera.

Cominciò a realizzare video e a pubblicarli.
Non aspettava che qualcuno gli mettesse in mano uno strumento di lavoro. Aveva portato il suo.

Voleva osservare, documentare, raccontare.
Io, però, non gli resi la vita facile.

All’inizio l’ho massacrato. Professionalmente, s’intende.

Ero esigente, forse anche troppo. Correggevo, contestavo, facevo domande. Pretendevo che le notizie fossero verificate, che le affermazioni avessero un fondamento e che le parole venissero scelte con attenzione.

Non so quante volte Stefano abbia pensato che fossi insopportabile.
Ma, con il passare delle settimane, qualcosa cambiò.

Cominciai a vedere in lui non soltanto un giovane desideroso di imparare un mestiere.
Vedevo una persona che aveva già scelto che cosa fare della propria vita.

Il giornalista.

E, quasi senza accorgermene, cominciai a rivedere in lui il ragazzo che ero stato molti anni prima.


Cavo, Isola d’Elba. Avevo diciotto anni

Per spiegare perché quell’incontro abbia avuto per me un significato così particolare, devo tornare indietro nel tempo.

A Cavo, il paese dell’Isola d’Elba dove sono nato. Avevo diciotto anni.

A circa cento metri da casa mia abitava un uomo che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione.

Mario Di Biagio con il suo bastone

Si chiamava Mario Di Biagio.
Fu Mario a darmi la possibilità di scrivere.

E fu sempre lui a insegnarmi due principi che, ancora oggi, considero alla base del giornalismo.

Onestà intellettuale.
Verificare le notizie.

Due insegnamenti semplici soltanto in apparenza.
L’onestà intellettuale significa avere il coraggio di raccontare i fatti anche quando non coincidono con le nostre convinzioni.

Significa distinguere ciò che sappiamo da ciò che pensiamo.
Verificare una notizia significa rispettare il lettore e le persone delle quali scriviamo.

Significa comprendere che dietro una parola, un’accusa, una ricostruzione o un’informazione possono esserci vite, reputazioni e conseguenze.

Quando, nel 2000, fondai ItalyNews.it, decisi di dedicarlo alla memoria di Mario Di Biagio.

Non fu soltanto un gesto di riconoscenza.
Fu il mio modo di mantenere vivi quegli insegnamenti.

Ancora oggi, dopo oltre venticinque anni, quella dedica rappresenta una parte dell’identità del giornale.

Ecco perché, durante il tirocinio di Stefano a Londra, mi accadde qualcosa che non avevo previsto.

Mentre cercavo di trasmettergli ciò che avevo imparato, mi tornavano alla mente le parole di Mario.
A Cavo, un uomo aveva creduto in un ragazzo di diciotto anni che voleva scrivere.

Molti anni dopo, in un ufficio di Fleet Street, mi trovavo davanti un altro giovane, arrivato con una telecamera e una passione autentica per il giornalismo.

Quel giovane si chiamava: Stefano Scibilia.


24 gennaio 2018, ore 12:03

Ci sono date che, quando le ritrovi a distanza di anni, acquistano un significato particolare.

24 gennaio 2018, ore 12:03.

È la data di pubblicazione del primo articolo di Stefano Scibilia su ItalyNews.it.

Il titolo era:

«Foglietti di grafene come stampi per costruire nuove protesi ossee personalizzate».

Una notizia scientifica.

Niente Casa Bianca. Niente presidenti americani. Niente grandi conferenze stampa.
Un argomento da comprendere e raccontare ai lettori.

Mi piace ricordare quel primo articolo perché il giornalismo non comincia necessariamente dalle grandi notizie.

Comincia dalla curiosità. Dalla volontà di capire.
Dal desiderio di raccontare qualcosa che possa essere utile agli altri.

Stefano era arrivato a Londra con la sua telecamera. Realizzava video, li pubblicava e scriveva.

Oggi racconta anche ciò che accade alla Casa Bianca.

Ma quel primo articolo è ancora nell’archivio di ItalyNews.it.
E, per me, vale la pena ricordarlo.

Perché un percorso professionale non è fatto soltanto dei traguardi raggiunti.
È fatto anche dei primi passi.


“Fuori Onda” La copertina

«Fuori Onda»: dietro le quinte della Casa Bianca

Oggi Stefano Scibilia ha scritto un libro: Fuori Onda. Dietro le quinte della Casa Bianca.

Il titolo pone una domanda che incuriosisce: che cosa accade quando le telecamere si spengono?

La Casa Bianca è uno dei luoghi più osservati del mondo.

Ogni dichiarazione, conferenza stampa, incontro diplomatico o decisione del presidente degli Stati Uniti può diventare una notizia internazionale.

Ma ciò che arriva al pubblico è soltanto una parte del lavoro che rende possibile l’informazione.

Ci sono le attese, la preparazione, le domande, le difficoltà, gli imprevisti e tutto ciò che resta fuori dall’inquadratura.

Il titolo del libro suggerisce proprio uno sguardo su questa dimensione meno visibile.

La copertina mostra la Casa Bianca e, in primo piano, una telecamera.

Quando l’ho vista, ho pensato immediatamente a quella che Stefano aveva portato con sé a Londra.

È un’associazione personale, lo so.
Ma mi piace immaginare quel percorso attraverso due immagini.

La prima è quella di un giovane che arriva a Fleet Street con la propria telecamera.
La seconda è quella di una telecamera davanti alla Casa Bianca.
In mezzo ci sono anni di lavoro, esperienze, difficoltà e una passione che non si è spenta.

Non voglio attribuire al libro giudizi che richiederebbero una lettura e un’analisi approfondite delle sue pagine.

Posso però raccontare qualcosa che conosco direttamente: la persona che lo ha scritto.


Tre ragioni per augurargli tutto il successo possibile

A Stefano mi lega un rapporto umano e professionale che considero prezioso.

E ci sono tre ragioni per le quali gli auguro tutto il successo possibile.

La prima è che ama il suo lavoro.

Non è una qualità scontata.
Il giornalismo può essere faticoso, ingrato e talvolta profondamente deludente.
Chi lo ama davvero continua a fare domande, a cercare risposte e a raccontare anche quando sarebbe più semplice fare altro.

In Stefano questa passione l’ho riconosciuta durante quei sei mesi a Londra.

La seconda è che lo considero un giornalista intellettualmente onesto.

Per me questa qualità vale più di qualsiasi accredito, incarico o prestigiosa destinazione professionale.
Un giornalista può arrivare a raccontare i luoghi più importanti del mondo.

Ma ciò che conta davvero è il modo in cui li racconta.
L’onestà intellettuale non significa non commettere mai errori.
Significa avere la volontà di cercare i fatti, verificarli e non tradirli.

La terza è che Stefano è una bravissima persona.

E forse è quella alla quale tengo di più.
Nella vita professionale incontriamo molte persone preparate, capaci e ambiziose.
Ma non tutte lasciano un ricordo umano altrettanto importante.

Stefano, per me, è una di quelle persone.

Il rapporto nato durante quei sei mesi di tirocinio è diventato qualcosa che va oltre il lavoro.

Un’amicizia.
Una di quelle che il tempo non cancella.


Dal numero 149 al numero 3 di Fleet Street

Torno ancora una volta alla fotografia.

Siamo davanti al PRESS Coffee & Co.
L’ufficio era al numero 149 di Fleet Street. Il bar al numero 3.

Una breve passeggiata lungo una strada che ha fatto la storia del giornalismo.
Non siamo davanti a una grande istituzione.

Non partecipiamo a un evento importante.
Stiamo semplicemente andando a prendere un caffè.
Eppure oggi, guardando quella fotografia, ritrovo molte cose.

Le discussioni in ufficio.
Le correzioni. La telecamera di Stefano. Le risate.

E il ricordo di Mario Di Biagio.

Non credo che il compito di chi ha più esperienza sia quello di creare qualcuno a propria immagine e somiglianza.

Credo, piuttosto, che sia quello di offrire un’opportunità, condividere ciò che ha imparato e lasciare che l’altro trovi la propria strada.

Mario fece questo con me.
Io ho cercato di fare qualcosa di simile con Stefano.
Il resto lo ha fatto lui.

Con il suo lavoro, le sue scelte e la sua determinazione.


Un libro, un’amicizia e una dedica

Mi rendo conto che questa non è una recensione libraria tradizionale.

Non ho analizzato capitolo per capitolo Fuori Onda. Dietro le quinte della Casa Bianca.

Non ho assegnato voti.
E non ho cercato di nascondere il rapporto personale che mi unisce all’autore.

Sarebbe stato poco coerente con quella stessa onestà intellettuale di cui ho parlato.

Ho scelto invece di raccontare una storia che conosco.

Quella di un giovane arrivato a Londra con una telecamera, che cominciò a realizzare video e a scrivere articoli, affrontò sei mesi di tirocinio e continuò a inseguire la propria passione.

Oggi quel giovane racconta anche la Casa Bianca e ha scritto un libro.

Non so dove lo porterà il suo percorso professionale.

Gli auguro di continuare a crescere, a imparare, a fare domande e a conservare ciò che considero più importante: la curiosità, l’onestà intellettuale e il rispetto per le persone.

E soprattutto gli auguro di non perdere mai il piacere di fare il lavoro che ama.

Voglio allora concludere queste righe non rivolgendomi ai lettori, ma direttamente a lui.

«Stefano,
non so se durante quei sei mesi tu abbia imparato più cose da me o io da te.
So soltanto che oggi, vedendoti raccontare il mondo, sono felice di averti incontrato.»

Riccardo

 


IL LIBRO

Fuori Onda: Dietro le quinte della Casa Bianca di Stefano Scibilia

LO TROVATE QUI

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