di by Riccardo Cacelli, Observe · Connect · Enable

Dal Regno Unito alla Svizzera, passando per Francia, Germania, Italia e Unione europea, i governi invitano la popolazione a prepararsi alle emergenze. Ma la resilienza di una società può dipendere soltanto dalle scorte conservate nelle abitazioni?


Tre giorni senza il mondo che conosciamo

Immaginiamo di svegliarci una mattina e scoprire che non funziona l’elettricità.

Il telefono cellulare ha ancora qualche ora di autonomia, ma Internet non è disponibile. I pagamenti elettronici non funzionano. Il supermercato non riesce a utilizzare le casse. Gli ascensori sono fermi. I distributori di carburante non erogano benzina.

L’acqua continua a uscire dai rubinetti? E per quanto tempo?

Non siamo in un film di fantascienza. Stiamo semplicemente descrivendo alcune delle conseguenze possibili di un’interruzione prolungata dei servizi essenziali.

È proprio a situazioni di questo genere che si riferisce la nuova campagna Be Ready, presentata dal governo britannico il 22 ottobre 2026.

Londra invita le famiglie a prepararsi per affrontare autonomamente i primi tre giorni di un’emergenza, conservando acqua, alimenti non deperibili e alcuni strumenti fondamentali.

Non è un annuncio di guerra. Le indicazioni riguardano anche tempeste, alluvioni, guasti alle infrastrutture e altre situazioni capaci di interrompere temporaneamente i servizi quotidiani.

Eppure, dietro una raccomandazione apparentemente semplice, emerge una questione molto più importante.

Se i cittadini devono prepararsi a vivere per 72 ore senza servizi essenziali, quanto sono preparate le istituzioni a garantirne il ripristino?


Il Regno Unito e la nuova campagna Be Ready

La campagna britannica non nasce dal nulla.

Il governo pubblicava già dal maggio 2024 consigli per affrontare le emergenze domestiche. La novità del 2026 consiste nel lancio di un’iniziativa nazionale strutturata, destinata a svilupparsi nell’arco di tre anni.

La dichiarazione presentata al Parlamento il 22 ottobre contiene due dati significativi.

Soltanto il 13% delle persone intervistate ritiene di essere preparato a un’emergenza capace di interrompere i servizi abituali.

L’84% vorrebbe ricevere maggiori informazioni dal governo su come prepararsi.

Sono percentuali che meritano attenzione.

Viviamo in società capaci di comunicare istantaneamente con l’altra parte del pianeta, ma una parte considerevole della popolazione non sa come affrontare un’interruzione prolungata dei servizi più elementari.

Il governo britannico raccomanda di conservare acqua, alimenti, medicinali, torce, batterie e altri oggetti utili. Invita inoltre le persone che ne hanno diritto a iscriversi ai registri dei servizi prioritari, affinché i gestori delle utenze conoscano le situazioni di particolare vulnerabilità.

È una misura di prevenzione ragionevole.

Ma il suo significato non può essere compreso senza osservare ciò che stanno facendo gli altri Paesi europei.


L’Europa delle scorte di emergenza

Nel marzo 2025, la Commissione europea ha presentato la Strategia dell’Unione in materia di preparazione.

Tra gli obiettivi figura lo sviluppo di orientamenti affinché la popolazione possa raggiungere un’autosufficienza minima di 72 ore.

Non si tratta, dunque, di un’iniziativa esclusivamente britannica.

La Francia raccomanda un kit di emergenza per tre giorni, contenente acqua, alimenti, medicinali, radio a batterie, torcia, documenti e denaro contante.

La Germania, attraverso l’Ufficio federale per la protezione della popolazione, suggerisce idealmente scorte sufficienti per dieci giorni, precisando che anche una preparazione iniziale per tre giorni costituisce un passo utile.

La Svizzera raccomanda alimenti per circa una settimana e almeno nove litri d’acqua per persona, sufficienti per bere e cucinare durante i primi tre giorni.

L’Italia dispone di un articolato sistema di protezione civile, di piani territoriali e di campagne di prevenzione, tra cui Io non rischio. La comunicazione italiana è fortemente orientata ai rischi specifici del territorio: terremoti, alluvioni, incendi, maremoti, fenomeni vulcanici e incidenti industriali.

Dalla documentazione istituzionale esaminata non emerge una raccomandazione nazionale unica sulle scorte domestiche formulata negli stessi termini delle campagne britannica o francese. Questo non significa che manchino indicazioni locali o iniziative di preparazione.

Le differenze tra i Paesi non dimostrano che alcuni siano più sicuri di altri.

Tre, sette o dieci giorni di scorte non misurano la capacità di uno Stato di resistere a una crisi. Misurano ciò che viene consigliato alle famiglie.

Ed è qui che occorre cambiare prospettiva.


La resilienza non può fermarsi alla porta di casa

Immaginiamo una famiglia che abbia seguito scrupolosamente tutte le raccomandazioni.

Ha acqua, alimenti, medicinali, una radio a batterie e una torcia.
Può affrontare meglio i primi giorni di un’interruzione dei servizi.

Ma che cosa accade all’esterno dell’abitazione?
L’ospedale dispone di sistemi energetici di emergenza. Per quanto tempo possono funzionare? E come vengono garantiti i rifornimenti?
La rete idrica dipende da impianti di pompaggio, trattamento e distribuzione. Quali procedure intervengono quando manca l’elettricità?
Le telecomunicazioni utilizzano infrastrutture che richiedono energia, manutenzione e collegamenti funzionanti.
La distribuzione alimentare dipende da trasporti, magazzini, sistemi informatici e pagamenti.

La società contemporanea non è semplicemente tecnologica.

È profondamente interdipendente.

Un’interruzione in un settore può produrre conseguenze in altri settori, anche quando le singole infrastrutture dispongono di sistemi di protezione.

Per questa ragione la preparazione domestica è utile, ma non può sostituire la responsabilità pubblica di prevenire, gestire e superare le emergenze.


La differenza tra chiedere e garantire

Esiste un particolare della strategia svizzera che merita attenzione.

L’Ufficio federale per l’approvvigionamento economico del Paese raccomanda almeno nove litri d’acqua per persona, specificando che questa quantità è destinata a bere e cucinare per circa tre giorni, non all’igiene personale.

La stessa documentazione indica che, dal quarto giorno di interruzione della fornitura, le autorità competenti devono assicurare una quantità minima di acqua potabile.

È un esempio concreto di distinzione tra preparazione individuale e responsabilità istituzionale.

Non significa che ogni emergenza possa essere risolta entro tre giorni.
Significa, però, che la raccomandazione rivolta al cittadino viene accompagnata dall’indicazione di un obbligo pubblico.

Ed è precisamente questo il tipo di informazione che dovrebbe essere facilmente accessibile in ogni Paese.

Non soltanto che cosa dobbiamo conservare nelle nostre case.

Ma anche quali servizi le istituzioni devono assicurare, con quali procedure e secondo quali priorità.


L’Unione europea ha previsto anche la resilienza delle infrastrutture

Sarebbe inesatto sostenere che l’Europa stia chiedendo ai cittadini di prepararsi senza occuparsi delle infrastrutture.

La direttiva europea 2022/2557 riguarda proprio la resilienza dei soggetti critici, ossia degli operatori che forniscono servizi essenziali in settori come energia, trasporti, acqua potabile, sanità, infrastrutture digitali e servizi finanziari.

Gli Stati membri devono sviluppare strategie, valutazioni dei rischi e strumenti per rafforzare la continuità dei servizi.

La strategia europea di preparazione affronta inoltre il coordinamento delle crisi, la cooperazione pubblico-privato, i sistemi di allerta e le esercitazioni.

Esistono dunque due percorsi paralleli.

Da una parte, preparare i cittadini.
Dall’altra, rafforzare le infrastrutture e le capacità delle istituzioni.

La domanda giornalistica è se questi due percorsi procedano con la stessa efficacia.

Per conoscere la reale resilienza europea non basta leggere le raccomandazioni ai cittadini. Occorre conoscere lo stato di attuazione dei piani, le esercitazioni svolte e i risultati delle verifiche.

Naturalmente, alcune informazioni sulle vulnerabilità delle infrastrutture devono rimanere riservate per ragioni di sicurezza.

Ma riservatezza non dovrebbe significare assenza di responsabilità pubblica.


La preparazione ha anche una dimensione sociale

C’è un’altra questione che non possiamo ignorare.

Non tutte le famiglie hanno le stesse possibilità di prepararsi.

Chi dispone di un’abitazione spaziosa, di risorse economiche e di una buona salute può organizzare scorte e strumenti di emergenza con relativa facilità.

Ma una persona anziana che vive sola?
Una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese?
Un cittadino che dipende da un’apparecchiatura medica alimentata elettricamente?
Una persona senza un’abitazione stabile?
Una famiglia che non dispone di un’automobile e vive lontano dai servizi essenziali?

La preparazione individuale, se non accompagnata da adeguati strumenti di assistenza, rischia di riflettere le disuguaglianze già presenti nella società.

Va riconosciuto che la campagna britannica affronta esplicitamente il problema, coinvolgendo organizzazioni che assistono persone vulnerabili e promuovendo anche misure gratuite.

È un elemento importante.
Ma la questione rimane europea.

La sicurezza civile non può diventare un bene accessibile soltanto a chi possiede le risorse necessarie per acquistarsela.


Prepararsi alla guerra o prepararsi alla realtà?

Il contesto geopolitico internazionale rende inevitabile una domanda.

Queste campagne rappresentano una preparazione a un possibile conflitto militare?
I documenti esaminati non autorizzano una conclusione così netta.

Le istituzioni europee considerano un insieme di rischi: eventi climatici estremi, incidenti industriali, pandemie, attacchi informatici, minacce ibride e conflitti.

La Germania, nella documentazione aggiornata sulla preparazione civile, affronta esplicitamente anche le preoccupazioni legate alla guerra in Ucraina.

Questo non significa che ogni kit di emergenza sia un segnale di guerra imminente.
Significa che la preparazione civile viene oggi collocata in un quadro di rischi più ampio rispetto al passato.

Il giornalismo ha una responsabilità particolare nel raccontare questa trasformazione.
Non deve nascondere i pericoli.

Ma non deve nemmeno trasformare ogni misura precauzionale nell’annuncio di una catastrofe.

Informare sulla preparazione significa offrire conoscenza e strumenti. Alimentare la paura senza spiegazioni significa produrre insicurezza.

Sono due attività profondamente diverse.


E alla settantatreesima ora?

Torniamo alla nostra famiglia.
Ha seguito tutte le indicazioni.
Ha conservato acqua e alimenti, preparato i medicinali, acquistato una radio a batterie e annotato i numeri telefonici importanti.

Sono trascorsi tre giorni.
L’elettricità non è tornata.
Le comunicazioni funzionano soltanto parzialmente.
I negozi non hanno ancora ripreso la normale attività.
La famiglia ha fatto la propria parte.

E adesso?

La domanda non è retorica.

Non esiste una garanzia generale che tutti i servizi debbano essere ripristinati entro 72 ore. La durata e le conseguenze di un’emergenza dipendono dalla sua natura e dalla gravità dei danni.

Proprio per questo diventa fondamentale conoscere in anticipo le responsabilità pubbliche, i sistemi di assistenza, le procedure di distribuzione dei beni essenziali e le modalità con cui le autorità comunicheranno con la popolazione.

Preparare un kit è un gesto concreto.
Preparare una società è una responsabilità collettiva molto più complessa.

E riguarda governi, amministrazioni locali, gestori delle infrastrutture, imprese, organizzazioni di soccorso e cittadini.

La resilienza non si misura soltanto dalla capacità di resistere a un’interruzione.

Si misura anche dalla capacità di proteggere le persone più vulnerabili, mantenere la fiducia nelle istituzioni e ripristinare condizioni di vita dignitose.

Per questo, davanti alle nuove campagne europee di preparazione civile, la domanda che ItalyNews.it rivolge alle istituzioni è semplice:

«Se chiedete ai cittadini di essere autonomi per 72 ore, avete spiegato loro che cosa accadrà alla settantatreesima?»


Riccardo Cacelli


Documenti e fonti istituzionali

  1. Regno Unito — Cabinet Office, Households encouraged to take small, simple steps to stay prepared in an emergency, 22 ottobre 2026.
    https://www.gov.uk/government/news/households-encouraged-to-take-small-simple-steps-to-stay-prepared-in-an-emergency
  2. Parlamento britannico, dichiarazione governativa Be Ready, 22 ottobre 2026.
    https://questions-statements.parliament.uk/written-statements/detail/2026-10-22/hcws409
  3. Commissione europea, EU Preparedness Union Strategy, 26 marzo 2025.
    https://commission.europa.eu/topics/preparedness_en
  4. Unione europea, Direttiva (UE) 2022/2557 sulla resilienza dei soggetti critici.
    https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32022L2557
  5. Francia — Sécurité civile, Kit d’urgence 72h.
    https://www.securite-civile.interieur.gouv.fr/reagir/comment-se-preparer-face-aux-risques/kit-durgence
  6. Germania — BBK, Vorsorgen für Krisen und Katastrophen.
    https://www.bbk.bund.de/DE/Warnung-Vorsorge/Vorsorge/Ratgeber-Checkliste/ratgeber-checkliste_node.html
  7. Svizzera — Ufficio federale per l’approvvigionamento economico del Paese, Scorte d’emergenza – per ogni evenienza.
    https://www.bwl.admin.ch/it/scorte-demergenza-per-ogni-evenienza
  8. Italia — Dipartimento della Protezione Civile, Io non rischio.
    https://eventi.protezionecivile.gov.it/it/io-non-rischio/

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