Italiano, ma di origini straniere. Quando una notizia diventa un’etichetta

di Redazione Italia

La Carta di Roma, la Costituzione e una domanda che ogni giornalista dovrebbe porsi prima di scrivere: questa informazione è davvero necessaria?


Le parole che scegliamo

«Ioussef Siher, il ricercatore 30enne italiano di origini marocchine».

È così che un’agenzia di stampa, ANSA, ha presentato il protagonista di una vicenda giudiziaria che riguarda il cosiddetto Movimento 17 ottobre.

La notizia riguarda un cittadino italiano, un ricercatore, destinatario di un provvedimento di fermo disposto dalla Procura di Milano.

Ma nella sua presentazione compare anche un’altra informazione: le origini marocchine.

Perché?
Che cosa aggiunge questo particolare alla comprensione dei fatti contestati?

È una domanda che non riguarda soltanto ANSA. Riguarda tutti noi che lavoriamo nell’informazione, compreso chi scrive questo editoriale.

Perché il giornalismo non consiste soltanto nel raccontare ciò che accade. Consiste anche nel decidere quali informazioni siano necessarie per raccontarlo.

E ogni scelta contribuisce a costruire la percezione pubblica delle persone.


La Costituzione non conosce cittadini di prima e seconda categoria

L’articolo 3 della Costituzione italiana afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni fondate, tra l’altro, sulla razza, sulla lingua, sulla religione e sulle opinioni politiche.

È un principio fondamentale della Repubblica.

Un cittadino italiano è italiano.

Le sue origini familiari, la storia dei suoi genitori o il Paese dal quale provengono i suoi antenati possono rappresentare elementi importanti della sua identità personale.
Ma non modificano la sua cittadinanza.

Naturalmente, ricordare le origini di una persona non è automaticamente discriminatorio. In alcuni casi può essere necessario per comprendere una vicenda, raccontare una biografia o ricostruire un contesto sociale.

La questione è la pertinenza.

Quando l’origine familiare non ha alcun rapporto evidente con i fatti narrati, perché sottolinearla?
E soprattutto: lo faremmo nello stesso modo con qualsiasi altro cittadino italiano?


La Carta di Roma: una regola che il giornalismo si è dato

Nel 2008, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa italiana hanno promosso la Carta di Roma, un protocollo deontologico dedicato alla corretta informazione sulle persone migranti, sui richiedenti asilo, sui rifugiati e sulle vittime della tratta.

Le successive linee guida hanno sviluppato un principio semplice: nazionalità, origini, religione e condizione giuridica devono essere richiamate con responsabilità, quando risultano pertinenti alla comprensione della notizia.

Non si tratta di nascondere informazioni.

Si tratta di evitare che un dettaglio personale diventi una spiegazione implicita di un comportamento.

Il principio è oggi rafforzato dal Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025.

L’articolo 9 richiama espressamente il criterio dell’interesse pubblico e dell’essenzialità dell’informazione nel trattamento di dati personali relativi, tra l’altro, alla nazionalità e all’origine etnica.

Queste disposizioni non impongono al giornalismo di tacere.
Gli chiedono di scegliere consapevolmente.


Una prova molto semplice

Immaginiamo tre notizie.
Un cittadino italiano viene arrestato per una presunta frode fiscale.
Un cittadino italiano viene indagato per un episodio di violenza durante una manifestazione.
Un cittadino italiano riceve un importante riconoscimento scientifico.

In quali di queste notizie sarebbe necessario specificare che i suoi genitori sono marocchini, albanesi, francesi o tedeschi?

La risposta non può dipendere dal fatto che la notizia sia positiva o negativa.
Deve dipendere dalla rilevanza dell’informazione.

Se le origini sono essenziali per comprendere una vicenda, raccontarle è corretto.

Se non lo sono, inserirle può contribuire a creare associazioni che il giornalista non intende necessariamente suggerire, ma che il lettore potrebbe comunque percepire.

È proprio qui che la responsabilità editoriale diventa fondamentale.


Il peso di una parola

Esiste una differenza tra scrivere:
«Un ricercatore italiano è stato fermato nell’ambito di un’indagine».

E scrivere:
«Un ricercatore italiano di origini marocchine è stato fermato nell’ambito di un’indagine».

Entrambe le formulazioni possono contenere informazioni vere.

Ma non comunicano esattamente la stessa cosa.

La seconda introduce un elemento ulteriore, che il lettore potrebbe interpretare come significativo per comprendere la vicenda.

Se quell’elemento non è pertinente, perché attribuirgli spazio?

La verità di un’informazione, da sola, non basta a giustificarne automaticamente la pubblicazione.

Anche la sua necessità merita di essere valutata.


La cronaca giudiziaria richiede ancora più attenzione

Quando si racconta un procedimento penale, il linguaggio assume un’importanza particolare.

Una persona indagata non è una persona condannata.
Una richiesta della Procura non equivale a una decisione del giudice.
Un’ipotesi investigativa non è un fatto definitivamente accertato.

Sono distinzioni essenziali, che riguardano la presunzione di non colpevolezza riconosciuta dall’articolo 27 della Costituzione.

A queste garanzie si aggiunge il dovere di evitare riferimenti personali che non aiutino a comprendere le contestazioni.

Nel caso di Ioussef Siher, il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi sulle condotte attribuitegli, sugli elementi raccolti dagli inquirenti, sulle argomentazioni della difesa e sulle decisioni dell’autorità giudiziaria.

Le sue origini familiari assumerebbero rilevanza soltanto qualora emergesse un collegamento concreto con i fatti oggetto dell’indagine.

Non possiamo presumere quel collegamento.


Non è un processo alle intenzioni dei giornalisti

Sarebbe scorretto trasformare questa riflessione in un’accusa di discriminazione rivolta automaticamente all’agenzia che ha pubblicato la notizia.

Non conosciamo le ragioni della scelta redazionale.
E non abbiamo elementi per attribuire intenzioni discriminatorie a chi ha scritto quel testo.

Possiamo, tuttavia, discutere la scelta.
Anzi, dovremmo farlo.

La deontologia professionale esiste proprio perché anche una formulazione utilizzata in buona fede può produrre conseguenze indesiderate.

Un giornalismo indipendente deve essere disposto a interrogarsi sui propri metodi, sulle proprie abitudini e sui propri automatismi.

Anche quando la critica riguarda una testata autorevole.
Anche quando riguarda noi stessi.


La responsabilità di chi informa

Oggi una notizia può essere ripresa da decine di testate, pubblicata sui social network, riassunta da sistemi di intelligenza artificiale e condivisa migliaia di volte.

Un’espressione inserita nel primo lancio di agenzia può quindi accompagnare una persona per anni.
È una responsabilità considerevole.

Non significa che dobbiamo rinunciare ai dettagli.
Significa che dobbiamo scegliere quelli che servono davvero.

L’informazione non diventa più completa semplicemente perché aggiungiamo particolari.

Diventa più completa quando aiutiamo il lettore a comprendere i fatti senza suggerire collegamenti che non sono stati dimostrati.


Una domanda anche per ItalyNews.it

Questo editoriale non nasce per impartire lezioni ai giornalisti.
Nasce anche per interrogare il nostro modo di lavorare.

Da oltre venticinque anni ItalyNews.it racconta persone, istituzioni, territori e avvenimenti internazionali.

Abbiamo il dovere di applicare a noi stessi gli stessi criteri che chiediamo agli altri.

Quando scriviamo di una persona, dovremmo domandarci:

La sua nazionalità è rilevante?
Le sue origini familiari sono necessarie?
La sua religione aiuta davvero a comprendere i fatti?
Stiamo raccontando una vicenda oppure stiamo introducendo un’etichetta?

Non sono domande che limitano la libertà di stampa.

Sono domande che possono migliorarne la qualità.

Prima la persona, poi la notizia

La Costituzione tutela l’uguaglianza dei cittadini.

La deontologia giornalistica richiama il rispetto della dignità delle persone e l’essenzialità dell’informazione.
La libertà di stampa consente di raccontare anche le vicende più difficili e controverse.

Questi principi non sono in contraddizione.
Si completano.

Un cittadino può essere indagato, processato e, se riconosciuto colpevole, condannato secondo la legge.
Ma le sue origini familiari non devono diventare un elemento di sospetto in assenza di una ragione concreta e pertinente.

Per questo, prima di pubblicare una notizia, dovremmo porci una domanda molto semplice:

Se questa persona avesse un altro nome e un’altra storia familiare, racconteremmo la notizia nello stesso modo?

La risposta dice molto del nostro giornalismo.
E forse anche della società che contribuiamo a costruire.


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