DI GIACOMO (FSA-CNPP-SPP): «66 MILA DETENUTI E AFFOLLAMENTO AL 143%. SERVONO MISURE IMMEDIATE PER FAR USCIRE 25 MILA PERSONE CON PENE LIEVI»

di Luigi Cignoni, Direttore, scrittore e professore di letteratura

«Le promesse del ministro Nordio sono smentite dai numeri. Basta rinviare le soluzioni:
nuove carceri e inasprimento delle pene per i minori non risolvono l’emergenza. Agenti
costretti a turni fino a 14 ore. I numeri del sovraffollamento penitenziario smentiscono
clamorosamente le promesse del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Al 30 settembre 2026
i detenuti nelle carceri italiane hanno raggiunto quota 66.063, con un aumento di 2.564
presenze dall’inizio dell’anno, pari al 4%. Il tasso di affollamento nazionale è arrivato al 143%
dei posti effettivamente disponibili. Siamo di fronte a un’emergenza che non può più essere
affrontata con annunci, rinvii e soluzioni destinate a produrre effetti soltanto tra molti anni».
È quanto dichiara Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato di Polizia Penitenziaria FSA
CNPP-SPP, denunciando il progressivo peggioramento delle condizioni negli istituti
penitenziari e le conseguenze sulla sicurezza, sulla dignità delle persone detenute e sui diritti
del personale di Polizia Penitenziaria.
«Tra la fine del 2020 e settembre 2026 – sottolinea Di Giacomo – la popolazione detenuta è
passata da 52.273 a 66.063 persone, mentre l’affollamento è salito dal 109% al 143%. Sono
numeri che descrivono una pressione crescente e insostenibile. Ben 86 istituti si trovano in
una fascia di affollamento compresa tra il 100% e il 149%, mentre soltanto 27 strutture
operano al di sotto della capienza regolamentare. Il sistema è sotto pressione e non è più
possibile continuare a scaricare le conseguenze di questa situazione sulle spalle degli
agenti».
Per il sindacato è indispensabile individuare rapidamente misure capaci di ridurre le
presenze, intervenendo sulle situazioni per le quali la detenzione in carcere non rappresenta
l’unica risposta possibile.
«Chiediamo di definire nel più breve tempo possibile provvedimenti che consentano a circa
25 mila persone detenute per reati meno gravi, con pene brevi o in condizioni di
tossicodipendenza, di accedere, quando ne ricorrano i presupposti di legge, a percorsi
alternativi alla detenzione.
Non stiamo chiedendo impunità, né una liberazione indiscriminata. Chiediamo che si
utilizzino pienamente gli strumenti previsti dall’ordinamento, con valutazioni individuali,
adeguati controlli e percorsi di reinserimento sociale e terapeutico».
I dati sulla durata della pena residua indicano che il 50,7% delle persone detenute deve
scontare ancora da zero a tre anni. Inoltre, secondo le statistiche richiamate dal sindacato,
quasi un terzo della popolazione detenuta potrebbe avere i requisiti per chiedere misure
alternative. Una possibilità che, per Di Giacomo, deve tradursi in una verifica concreta delle
posizioni individuali, accelerando le procedure e rafforzando i servizi territoriali necessari a
sostenere chi può essere ammesso a percorsi esterni al carcere.
«Non possiamo pensare che la risposta a ogni problema sia rinchiudere più persone in spazi
sempre più ridotti. Il carcere deve essere riservato alle situazioni in cui è necessario, nel
rispetto della legge e della sicurezza collettiva. Per le persone che possono accedere a misure
alternative, occorre rendere effettive le opportunità di reinserimento, evitando che la
detenzione produca ulteriore marginalità e renda ancora più difficile il ritorno nella società».
Di Giacomo contesta l’idea che la crisi possa essere risolta esclusivamente attraverso un
nuovo piano di costruzione degli istituti penitenziari.
«Realizzare nuove carceri può rientrare in una strategia di lungo periodo, ma richiede tempi
lunghi, investimenti, personale e organizzazione. Nel frattempo, gli istituti continuano a
riempirsi e gli operatori sono lasciati a gestire quotidianamente una situazione sempre più
difficile. Occorre agire subito, con provvedimenti concreti e sostenibili, senza confondere
l’emergenza attuale con la programmazione edilizia del futuro».
Il segretario FSA-CNPP-SPP richiama inoltre l’attenzione sulle ipotesi di inasprimento della
risposta penale nei confronti dei minori.
«Sarebbe gravissimo pensare di affrontare la carenza di posti negli Istituti penali per
minorenni estendendo la punibilità dei minori o trasferendo il problema negli istituti per
adulti. La giustizia minorile deve mantenere una propria specificità, fondata sulla tutela,
sull’educazione e sul recupero. I problemi di capienza non possono diventare il motivo per
arretrare nella protezione dei diritti dei ragazzi».
Tra le situazioni più delicate, il sindacato segnala quella delle madri detenute con figli al
seguito. I dati indicati registrano 29 madri con 34 bambini che vivono in carcere con loro.
Tra queste donne, 12 sono straniere; tra i bambini, 14 non sono italiani.
«Parliamo di bambini che non hanno commesso alcun reato e che rischiano di subire
direttamente le conseguenze della detenzione dei genitori. È una condizione che impone
risposte immediate, strutture adeguate e soluzioni che mettano al centro il superiore
interesse del minore. Dove sussistono i presupposti di legge, bisogna favorire percorsi
alternativi che consentano di tutelare i bambini senza compromettere le esigenze di
sicurezza».
Per Di Giacomo, la condizione delle madri detenute e dei loro figli rappresenta una delle
prove più importanti della capacità delle istituzioni di coniugare legalità e diritti
fondamentali.
L’emergenza sovraffollamento investe direttamente anche il personale penitenziario.
Organici inadeguati, carichi di lavoro crescenti e turni che possono arrivare fino a 14 ore
giornaliere stanno mettendo a dura prova gli agenti, chiamati a garantire sorveglianza,
sicurezza e gestione della quotidianità in strutture sovraffollate.
«Non si può pretendere che la Polizia Penitenziaria continui a reggere da sola il peso di un
sistema in difficoltà. Gli agenti sono servitori dello Stato e hanno diritto a condizioni di lavoro
dignitose, turni sostenibili, organici adeguati e strumenti operativi sufficienti. La sicurezza
degli istituti dipende anche dalla possibilità di lavorare in condizioni compatibili con la
responsabilità e la delicatezza del servizio». Il sindacato chiede quindi interventi urgenti sul fronte degli organici, una migliore
organizzazione dei turni e misure che riducano la pressione operativa sugli istituti
maggiormente sovraffollati.
«Il Governo e il Ministero della Giustizia devono assumersi la responsabilità di una scelta
chiara. Servono misure deflattive immediate, un ricorso effettivo alle alternative previste
dalla legge, interventi mirati per i soggetti più fragili e un piano credibile per il personale.
Continuare a rinviare significa aggravare una crisi che coinvolge l’intero sistema
penitenziario.
Non c’è sicurezza senza condizioni di lavoro dignitose per gli agenti, così come non c’è una
giustizia credibile se il carcere diventa un luogo di sovraffollamento permanente. Il rispetto
della legalità deve andare di pari passo con la tutela dei diritti delle persone detenute e dei
servitori dello Stato. È il momento di passare dalle promesse ai fatti», conclude Di Giacomo.

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