WASHINGTON DC – “Ciò che sta facendo salire la benzina non è più lo Stretto di Hormuz”. Il presidente americano Donald Trump torna a intervenire sul caro carburante e prova a spostare il centro del dibattito sulle raffinerie, indicando due fronti distinti: quelle russe colpite dagli attacchi ucraini e quelle americane che, secondo il presidente, vengono chiuse negli Stati governati dai Democratici. Nel messaggio pubblicato oggi su Truth Social, Trump sostiene che “numeri record di barili stanno uscendo ora quasi ogni giorno” e che, proprio per questo, il problema non sarebbe più principalmente il passaggio del greggio attraverso lo Stretto di Hormuz. La parola chiave, scrive il presidente, è invece “raffinerie”.
Trump indica quindi le infrastrutture energetiche russe, “dove la Russia viene fatta saltare in aria dall’Ucraina”, e quelle statunitensi, “dove le nostre vengono chiuse, negli Stati Blu, come la California, dai Democratici”. Il riferimento alle raffinerie russe arriva mentre gli attacchi con droni ucraini hanno colpito ripetutamente infrastrutture energetiche e impianti di raffinazione della Russia, contribuendo a ridurre la capacità disponibile soprattutto per alcuni prodotti raffinati. Reuters sottolinea proprio la perdita di capacità di raffinazione in Russia e Medio Oriente come uno dei fattori che stanno alimentando la pressione sui mercati energetici.
Il secondo bersaglio indicato da Trump è invece interno: le raffinerie degli Stati democratici, con la California citata espressamente come esempio. Il presidente attribuisce alle politiche dei Democratici la chiusura degli impianti e presenta questa riduzione della capacità di raffinazione come una delle cause dell’aumento dei prezzi alla pompa. La tesi di Trump arriva mentre il prezzo dell’energia rappresenta uno dei principali problemi politici per la Casa Bianca. Il conflitto con l’Iran e la crisi dello Stretto di Hormuz hanno provocato una forte pressione sui mercati, ma il presidente cerca ora di sostenere che il quadro sia cambiato: più greggio sta tornando a transitare attraverso Hormuz, mentre il collo di bottiglia si sposta sulla capacità di trasportare e soprattutto raffinare il petrolio. Reuters descrive proprio logistica e raffinazione come i nuovi punti critici del mercato.
La benzina diventa una questione elettorale
Il tema è particolarmente delicato per Trump perché il prezzo della benzina è uno degli indicatori economici maggiormente percepiti dagli elettori americani. Il presidente sta quindi cercando di costruire una spiegazione politica dell’aumento dei prezzi. Da una parte ci sono gli effetti della guerra e gli attacchi ucraini alle infrastrutture russe; dall’altra ci sono, nella sua narrazione, le scelte dei Democratici negli Stati Uniti. Il messaggio è particolarmente significativo a poche settimane dalle elezioni di metà mandato. I Repubblicani arrivano al voto dovendo difendere le proprie maggioranze al Congresso in un momento nel quale l’inflazione e il costo dell’energia rappresentano una delle principali preoccupazioni degli elettori.
Trump cerca così di evitare che il caro-carburante venga letto come un problema prodotto dalla sua amministrazione. La sua strategia consiste nel presentare l’aumento dei prezzi come il risultato di una combinazione di guerra, attacchi alle infrastrutture energetiche e politiche democratiche sulla raffinazione. Non è un caso che il presidente stia portando il tema economico direttamente nella sua campagna per le midterm. Oggi Trump è in Nebraska per sostenere i Repubblicani e promuovere il proprio bilancio economico, in uno Stato nel quale anche agricoltori e camionisti sono alle prese con il forte aumento del prezzo del diesel.
Trump contro il New York Times: “Non ho mai posti vuoti”
Nello stesso giorno Trump ha aperto un secondo fronte, questa volta contro il New York Times, contestando il racconto del suo recente rally in Ohio. Il presidente definisce il quotidiano “Fake News New York Times” e respinge l’affermazione secondo cui alcune delle sezioni superiori dell’arena sarebbero rimaste quasi completamente vuote. La versione di Trump è opposta: “In realtà, migliaia di persone non sono riuscite ad entrare. L’Arena era totalmente piena, comprese tutte le sezioni superiori”.
Il presidente attribuisce gli eventuali spazi vuoti a quello che definisce il fenomeno della “migrazione” degli spettatori: “Quello che succede in tutti i miei raduni sold out è che le persone nelle sezioni superiori tendono a migrare al piano principale”. E aggiunge: “Il processo di ‘migrazione’ avviene sempre! Il Times lo sa, e così anche tutti gli altri”. Trump insiste poi sulla propria versione dell’affluenza: “Non ho mai posti vuoti – Non li ho mai avuti, e non lo farò mai!”. Il presidente sostiene di aver persino incaricato alcuni direttori della fotografia di riprendere le arene durante i suoi interventi, accusando alcune testate di raccontare “bugie e falsità” sulla partecipazione ai suoi eventi.
La folla come prova della mobilitazione repubblicana
Anche questo secondo messaggio va letto nel contesto della campagna elettorale. Trump sostiene che i suoi eventi per i candidati repubblicani siano “probabilmente più affollati che mai” e definisce i suoi rally “più caldi che mai”. Il punto politico è dimostrare che la base non si è raffreddata. Il presidente vuole presentare le immagini delle folle come una risposta alle critiche sulla sua popolarità e, soprattutto, come la prova che il movimento che lo sostiene rimane capace di mobilitare gli elettori.
Il contrasto con il New York Times diventa così parte di una battaglia più ampia sulla narrazione della campagna. Trump sostiene che le televisioni “si rifiutano, tuttavia, in qualsiasi circostanza, di mostrare la folla”, mentre gli applausi che si sentono durante i suoi eventi dimostrerebbero la presenza di “migliaia e migliaia di persone”. E annuncia già il prossimo appuntamento: “Guarda stasera, per esempio, nel Grande Stato del Nebraska, dove andrò presto. Ci vediamo più tardi!”
Energia e consenso: la doppia partita verso le midterm
I due post pubblicati oggi raccontano quindi due aspetti della stessa strategia politica. Da una parte Trump deve rispondere al problema concreto del prezzo della benzina e del costo dell’energia. Dall’altra deve dimostrare che la sua base rimane mobilitata e che il Partito Repubblicano può contare sulla sua capacità di portare gli elettori ai seggi. Le raffinerie russe colpite dall’Ucraina e quelle americane che Trump accusa i Democratici di chiudere diventano così il nuovo bersaglio della sua narrazione economica. Le folle dei rally diventano invece la prova che il presidente vuole offrire della propria forza politica.
È una doppia battaglia che arriva nel momento più delicato della campagna per le midterm. Trump deve convincere gli americani che l’economia resta solida, spiegare perché il carburante costa di più e impedire che il caro-energia venga trasformato dagli avversari in un giudizio negativo sulla sua amministrazione. Contemporaneamente, deve mantenere alta la mobilitazione della propria base. Benzina e consenso politico sono quindi due facce della stessa sfida: la prima riguarda ciò che gli americani vedono ogni giorno nel prezzo alla pompa, la seconda ciò che Trump vuole mostrare attraverso le arene piene. E su entrambe il presidente sta già combattendo la sua battaglia per le elezioni di novembre.