Problemi apparentemente lontani stanno facendo emergere la stessa domanda: quanto è ancora forte il patto di fiducia tra gli italiani e il loro Stato?
Londra – C’è una frase pronunciata nei giorni scorsi dal comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Salvatore Luongo, che merita di essere letta andando oltre il caso Garlasco.
Parlando delle verifiche sull’attività svolta in passato dai RIS, Luongo ha assicurato collaborazione con la magistratura, trasparenza e fermezza qualora venissero accertate responsabilità.
È una dichiarazione importante non perché dimostri che qualcuno abbia sbagliato. Questo dovranno stabilirlo le autorità competenti.
È importante per il principio che contiene.
Un’istituzione non deve proclamarsi infallibile per essere credibile. Può essere credibile proprio perché accetta la possibilità dell’errore e dispone degli strumenti per accertarlo, correggerlo e attribuirne la responsabilità.
Ed è da qui che vorrei partire.
Garlasco non è il problema
Da mesi milioni di italiani discutono nuovamente dell’omicidio di Chiara Poggi.
Analisi scientifiche, reperti, consulenze, documenti ritrovati, interpretazioni differenti. Un processo concluso con una condanna definitiva convive oggi nello spazio pubblico con una nuova indagine riguardante un’altra persona, Andrea Sempio, che naturalmente deve essere considerata innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Nelle ultime ore è emerso un altro elemento.
Da un’annotazione interna del RIS datata 20 settembre 2007 risulta un OBTI test negativo su una traccia prelevata dai pedali della bicicletta di Alberto Stasi, dopo una precedente positività a un test preliminare. L’elemento si aggiunge alle due corse elettroforetiche negative dello stesso giorno, la cui esistenza è stata confermata anche dai consulenti della Procura di Pavia.
Non sappiamo ancora quale significato processuale avranno questi elementi.
Non dimostrano da soli che qualcuno abbia commesso un illecito. Non cancellano una sentenza definitiva. Non autorizzano processi sommari contro investigatori, magistrati o consulenti.
Ma pongono una domanda legittima: come furono gestiti risultati scientifici discordanti e quali informazioni arrivarono allora alla magistratura e alle parti?
È anche per ricostruire quella catena che gli inquirenti intendono ascoltare persone che parteciparono alle indagini e agli accertamenti dell’epoca.
Perché Garlasco continua a interessare così tanto?
Perché una parte del Paese sembra voler riesaminare ogni fotografia, ogni analisi, ogni verbale?
La mia risposta: forse perché Garlasco sta toccando qualcosa che non riguarda più soltanto Garlasco.
Non soltanto la domanda su chi abbia ucciso Chiara Poggi.
Una domanda diversa:
posso fidarmi del sistema che deve accertare la verità?
È una domanda delicatissima.
Proprio per questo non dobbiamo confondere il dubbio con la prova, l’anomalia con l’illecito, l’errore possibile con l’errore dimostrato.
Ma non dobbiamo neppure avere paura delle domande.
Perché una democrazia forte non teme il controllo delle proprie istituzioni.
Lo rende possibile.
A cena con lo Stato
Allontaniamoci per qualche minuto da Garlasco.
Immaginiamo, come l’immagine cover di questo editoriale, una normale famiglia italiana seduta a cena.
Il nonno racconta che per una visita specialistica gli hanno dato appuntamento tra mesi.
La figlia parla della propria scuola: della mensa che manca, di un edificio che avrebbe bisogno di interventi, delle differenze che vede rispetto alla scuola frequentata da un’amica in un’altra città.
Qualcuno torna dal supermercato e racconta di aver pagato cinque pesche cinque euro.
Il padre guarda la bolletta o il prezzo del carburante.
La televisione parla ancora di Garlasco.
Problemi diversi. Responsabilità diverse. Amministrazioni diverse.
Eppure intorno a quella tavola, prima o poi, qualcuno potrebbe pronunciare una frase:
«Ma è possibile che tutto funzioni sempre così?»
È in quel momento che accade qualcosa di importante.
Il cittadino smette di giudicare il singolo episodio.
E comincia a giudicare il sistema.
Ma mentre immaginiamo quella conversazione intorno a una tavola, fuori da quella casa qualcosa sta già accadendo.
Il 5 ottobre, a Bitonto, circa trecento agricoltori hanno bloccato lo svincolo Bitonto-Palombaio della provinciale 231. Protestano contro l’aumento dei costi di produzione e contro il crollo del prezzo dell’olio. Su uno degli striscioni hanno scritto:
«Non chiediamo elemosina, chiediamo dignità.»
Da Bitonto arriva anche la testimonianza, pubblicata oggi, di Michele Monopoli:
«Siamo allo stremo, servono tutele.»
Trecento agricoltori non sono l’Italia.
Bitonto non è l’Italia.
Una protesta locale non dimostra l’esistenza di una protesta nazionale.
Ma Bitonto è qualcosa che una percentuale non può raccontare completamente.
È un pezzo dell’Italia vissuta.
E non è l’unico.
In Calabria sono in corso contemporaneamente mobilitazioni di agricoltori, autotrasportatori e pescatori contro il caro carburanti e l’aumento dei costi; a Vibo Marina alcuni manifestanti hanno fermato autocisterne dirette ai depositi di carburante.
Non sappiamo se questi episodi rimarranno proteste territoriali o se riusciranno davvero a convergere in qualcosa di più ampio.
Osserviamo prima di concludere.
L’Italia misurata, l’Italia raccontata, l’Italia vissuta
Perché ciò che il cittadino percepisce non coincide necessariamente con ciò che lo Stato sta realmente facendo.
Prendiamo la sanità.
AGENAS ci dice che nelle prestazioni monitorate dalla Piattaforma nazionale delle liste d’attesa le prenotazioni erogate sono passate da 13,3 milioni nel primo semestre 2025 a 14,9 milioni nel primo semestre 2026, con oltre 1,6 milioni di prestazioni in più garantite entro i tempi previsti.
È un dato positivo. Ma attenzione.
Non significa automaticamente che sia diminuito il numero complessivo delle persone in attesa.
Per poterlo stabilire dobbiamo conoscere anche la domanda complessiva: quante prestazioni sono state richieste, quante persone restano in attesa, quante non sono riuscite a prenotare e quante hanno rinunciato.
Lo Stato può quindi avere aumentato la propria capacità di risposta e, contemporaneamente, un cittadino può continuare ad aspettare mesi per una visita.
Possono essere vere entrambe le cose.
Perché il cittadino non vive 14,9 milioni di prestazioni.
Vive la propria visita.
Qui compare una prima Italia: l’Italia misurata, quella dei dati.
Poi ne esiste una seconda: l’Italia raccontata, quella che arriva attraverso televisioni, giornali, radio e social network.
Infine c’è: l’Italia vissuta.
La visita che non arriva.
La scuola dei propri figli.
La spesa al supermercato.
La pratica amministrativa che aspetta una risposta.
Il proprio lavoro che non produce più abbastanza reddito.
Dall’incontro di queste tre Italie ne nasce una quarta:
l’Italia percepita.
Ed è soprattutto con quella che il cittadino costruisce il proprio rapporto di fiducia con le istituzioni.
Cinque euro per 5 pesche non sono l’inflazione
Dire «ho pagato cinque pesche cinque euro» non è statistica.
È esperienza. E’ vita vissuta.
Ma la statistica oggi ci dice che a settembre l’inflazione italiana è salita al 4,2% su base annua; gli alimentari non lavorati registrano +5,5% e i prodotti ad alta frequenza d’acquisto +5,3%. Istat
Questa volta, quindi, esperienza individuale e dato nazionale non appartengono a mondi completamente separati.
Ma neppure coincidono.
Perché una media nazionale contiene milioni di esperienze differenti.
Ed è precisamente questa distanza che dobbiamo imparare a osservare.
La scuola è aperta a tutti. Ma tutti incontrano la stessa scuola?
La Costituzione della Repubblica utilizza una frase straordinariamente semplice: «La scuola è aperta a tutti.»
L’uguaglianza formale dell’accesso, però, non esaurisce la questione.
Una scuola in un grande centro urbano e una scuola in un piccolo comune possono offrire esperienze differenti. Edifici, servizi, mense, trasporti scolastici, laboratori, personale e opportunità non sono necessariamente identici.
La domanda non è se in Italia esista una scuola pubblica.
Naturalmente esiste.
La domanda è: quanto è equivalente l’esperienza educativa che la Repubblica riesce realmente a offrire a tutti?
Ancora una volta il cittadino non incontra la media nazionale.
Incontra quella scuola.
Quando incontriamo lo Stato
Sanità e scuola hanno qualcosa in comune con la giustizia.
Sono luoghi nei quali il cittadino incontra direttamente la Repubblica.
Possiamo aggiungere la pubblica amministrazione.
Una pratica. Un’autorizzazione. Una risposta attesa.
Lo Stato può essere diventato più digitale senza essere necessariamente diventato, agli occhi di ogni cittadino, altrettanto più semplice.
Perché anche il tempo è un servizio pubblico.
Quando il tempo dell’amministrazione diventa troppo diverso dal tempo della vita delle persone, quella distanza entra inevitabilmente nella percezione dello Stato.
Ed è qui che la Costituzione smette di essere un testo conservato nelle biblioteche.
Diventa vita quotidiana.
L’articolo 3 parla di uguaglianza e affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano concretamente libertà ed eguaglianza.
L’articolo 24 garantisce il diritto alla difesa e contiene una frase straordinaria: «La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.»
L’articolo 32 tutela la salute.
L’articolo 34 apre la scuola a tutti.
L’articolo 97 pretende buon andamento e imparzialità dall’amministrazione.
L’articolo 111 costruisce il giusto processo intorno al contraddittorio, alla parità delle parti e a un giudice terzo e imparziale.
Uguaglianza. Difesa. Salute. Istruzione. Buona amministrazione. Giusto processo.
Non sono promesse astratte.
Sono alcuni dei luoghi nei quali ogni giorno il cittadino misura concretamente il proprio rapporto con la Repubblica.
Uno Stato può sbagliare
C’è un equivoco che dovremmo forse superare.
Pensare che riconoscere un errore dello Stato significhi indebolire lo Stato.
Potrebbe essere vero esattamente il contrario.
I Padri e le Madri costituenti non costruirono la Repubblica immaginando istituzioni infallibili.
Costruirono garanzie, controlli, contrappesi e possibilità di ricorso proprio perché anche il potere pubblico può sbagliare.
La Costituzione prevede esplicitamente persino la riparazione degli errori giudiziari.
Perché una democrazia non dovrebbe promettere l’impossibile.
Dovrebbe promettere qualcosa di molto più serio: Mche l’errore possa essere scoperto.
Che possa essere corretto. Che qualcuno ne risponda.
La fiducia non è fede
Ed eccoci nuovamente a Garlasco.
Non sappiamo ancora quale sarà l’esito delle verifiche sugli accertamenti effettuati quasi vent’anni fa.
Non sappiamo se emergeranno responsabilità.
Non dobbiamo anticipare la magistratura.
Ma proprio le parole del comandante generale dell’Arma permettono di osservare qualcosa che va oltre quella vicenda.
Quando un’istituzione, come l’Arma dei Carabinieri, dice: controlleremo, collaboreremo, se qualcuno ha sbagliato ne risponderà, non sta necessariamente confessando una debolezza.
Sta descrivendo uno dei meccanismi attraverso i quali una democrazia conserva la propria credibilità.
Perché: la fiducia non è fede.
La fede può chiedere di credere.
La fiducia democratica deve poter essere verificata.
Non basta dire che qualcosa funziona.
Bisogna poterlo misurare.
Non basta dire che qualcosa non funziona.
Bisogna capire perché.
Non basta correggerlo.
Il cittadino deve poter conoscere quella correzione.
E forse Bitonto, la Calabria, una lista d’attesa, una scuola e persino un laboratorio scientifico che diciannove anni dopo viene nuovamente interrogato ci stanno mostrando, da prospettive completamente differenti, la stessa cosa.
Tra lo Stato reale e lo Stato percepito esiste uno spazio.
È in quello spazio che si incontrano dati, esperienza, informazione, aspettative e fiducia.
Garlasco potrebbe allora non essere la causa di qualcosa.
Potrebbe essere semplicemente il reagente che rende visibile qualcosa che era già presente.
Una domanda. Non soltanto sulla giustizia.
Sulla fiducia.
Quanto è ancora forte il patto di fiducia tra gli italiani e il loro Stato?
Non abbiamo ancora la risposta.
E forse è proprio questo il compito di un osservatorio editoriale: non inventarla prima che i fatti ce la consegnino.
Osserviamo prima di concludere.
#Garlasco #Fiducia #Istituzioni #Giustizia #Sanità #Scuola #CostoDellaVita #Cittadini #Costituzione #Democrazia #Italia #Società #Agricoltori #Bitonto #ItaliaCheCambia #OsserviamoPrimaDiConcludere #ItalyNews