WASHINGTON DC – La seconda amministrazione Trump arriva alle elezioni di midterm con una serie di partite aperte che vanno ben oltre la campagna elettorale. Dalla relazione sempre più conflittuale con i media alla gestione dell’immigrazione qualificata, dalla corsa all’intelligenza artificiale alla necessità di difendere il predominio repubblicano in Stati tradizionalmente conservatori, la Casa Bianca è impegnata in una fase nella quale ogni scelta può avere conseguenze politiche. Il punto di contatto tra questioni apparentemente molto diverse è uno solo: il controllo. Controllo dell’accesso alle informazioni, controllo del mercato del lavoro, controllo dello sviluppo tecnologico e, naturalmente, controllo del consenso degli elettori.
La battaglia della Casa Bianca contro i media arriva in tribunale
Uno dei fronti più delicati è quello aperto con la stampa. Gli avvocati di CNN, MS NOW e Politico sono oggi davanti al giudice federale Timothy Kelly, chiamato a esaminare il contenzioso nato dopo l’esclusione delle tre organizzazioni dall’accesso alla Casa Bianca. Il provvedimento dell’amministrazione Trump era arrivato dopo le accuse del presidente contro le testate, definite responsabili di una copertura caratterizzata dalle cosiddette “fake news”. La decisione ha trasformato una disputa sulla gestione degli accessi in un caso che tocca direttamente il rapporto tra potere esecutivo e libertà di stampa.
La questione centrale non riguarda infatti soltanto il diritto di una singola testata a entrare alla Casa Bianca. Il problema è stabilire se un’amministrazione possa utilizzare l’accesso alle attività presidenziali come strumento di pressione nei confronti di un’organizzazione giornalistica. Kelly, giudice nominato da Trump, aveva già assunto una posizione importante nella vicenda, intervenendo contro il divieto e ritenendo che le procedure adottate dall’amministrazione potessero violare le garanzie previste dal Quinto Emendamento.
Il caso rischia quindi di creare un precedente per l’intero sistema della stampa presidenziale. Se una testata può essere esclusa perché considerata ostile o perché pubblica contenuti sgraditi alla Casa Bianca, il confine tra la gestione dell’accesso e la ritorsione politica diventa estremamente sottile. Ed è proprio questo il punto sul quale si concentra lo scontro giudiziario: da una parte l’amministrazione rivendica la possibilità di organizzare e disciplinare l’accesso al presidente; dall’altra i media sostengono che l’accesso non possa essere trasformato in una ricompensa per una copertura favorevole.
La stretta sull’immigrazione qualificata coinvolge Microsoft
Mentre il caso sulla stampa arriva davanti alla giustizia federale, l’amministrazione Trump apre un nuovo fronte con il settore tecnologico sul terreno dell’immigrazione. Nel mirino è finita Microsoft, che è stata sospesa da un programma utilizzato dalle aziende per avviare il percorso verso la green card per alcuni lavoratori stranieri presenti negli Stati Uniti con visto H-1B. Il vicepresidente JD Vance ha accusato il colosso tecnologico di avere utilizzato il sistema a danno dei lavoratori americani. La contestazione si inserisce nella strategia dell’amministrazione di ridimensionare quello che considera un utilizzo eccessivo dei programmi destinati alla manodopera straniera altamente qualificata.
Il tema è particolarmente sensibile per l’industria tecnologica americana. Il visto H-1B è infatti diventato negli anni uno degli strumenti fondamentali attraverso cui le aziende statunitensi possono reclutare professionisti specializzati provenienti dall’estero. Per la Casa Bianca, però, la priorità deve essere quella di garantire che le aziende assumano lavoratori americani quando esistono professionalità disponibili sul mercato interno. La vicenda Microsoft assume inoltre un significato particolare perché arriva mentre l’amministrazione continua a considerare il settore tecnologico uno dei pilastri della competizione strategica con la Cina.
Da una parte Washington vuole che le proprie aziende rimangano all’avanguardia nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie avanzate; dall’altra vuole ridurre la dipendenza dell’economia americana dalla forza lavoro straniera. È una delle contraddizioni più difficili da risolvere per la politica di Trump: rafforzare contemporaneamente il primato tecnologico degli Stati Uniti e la priorità assegnata al lavoratore americano.
L’intelligenza artificiale preoccupa gli americani
Ed è proprio l’intelligenza artificiale a rappresentare un altro dei grandi temi destinati a influenzare il dibattito politico. Un nuovo sondaggio AP-NORC mostra che la preoccupazione per la velocità dello sviluppo dell’AI attraversa le tradizionali divisioni politiche americane. La maggioranza degli intervistati ritiene che la tecnologia stia avanzando troppo rapidamente. Ma il dato più significativo riguarda ciò che gli americani chiedono al governo: garantire che l’intelligenza artificiale rimanga sotto supervisione umana e proteggere i lavoratori dalle conseguenze della trasformazione tecnologica.
È una richiesta che si trova in apparente tensione con la strategia della Casa Bianca. Trump considera infatti la leadership americana nell’AI una questione di sicurezza nazionale e di competizione globale. Washington vuole evitare che sia la Cina a conquistare il primato nei sistemi di intelligenza artificiale e nelle tecnologie collegate. Per gli americani, tuttavia, la questione non è soltanto geopolitica. La domanda è sempre più concreta: cosa accadrà al lavoro quando l’intelligenza artificiale sarà capace di svolgere una parte crescente delle attività oggi affidate alle persone?
Il timore riguarda professioni molto diverse e non più soltanto il mondo tecnologico. La diffusione dell’AI sta alimentando interrogativi sulla sicurezza occupazionale, sulla produttività, sui salari e sulla possibilità che i benefici economici della nuova tecnologia finiscano concentrati nelle mani di poche grandi aziende. Il risultato del sondaggio rappresenta quindi un campanello d’allarme per Washington: gli americani non sembrano contrari all’innovazione, ma chiedono che sia accompagnata da regole e garanzie.
Trump costretto a difendere il Texas
A rendere ancora più delicato il quadro ci sono le elezioni di novembre. Trump è volato in Texas per sostenere Ken Paxton nella corsa al Senato, in una campagna che sta assumendo un’importanza superiore alle aspettative. Il Texas rimane uno degli Stati più importanti per il Partito repubblicano, ma la competizione ha assunto caratteristiche che fino a qualche anno fa sarebbero sembrate difficili da immaginare. Il candidato democratico James Talarico è riuscito a costruire una campagna competitiva e i democratici stanno cercando di trasformare il voto in un test sul consenso di Trump.
Durante il comizio di San Antonio, almeno una dozzina di manifestanti ha interrotto il presidente, costringendo gli organizzatori a gestire diverse contestazioni. Per Trump, il viaggio in Texas non rappresenta quindi soltanto un appuntamento elettorale. È anche la dimostrazione di quanto le prossime midterm siano importanti per la sua capacità di mantenere il controllo del Congresso. Se i repubblicani dovessero perdere terreno in Stati considerati tradizionalmente sicuri, il risultato potrebbe diventare un segnale politico molto più ampio rispetto al numero dei seggi conquistati o persi.
Il vero test saranno le midterm
A meno di un mese dal voto, la Casa Bianca si trova dunque a gestire contemporaneamente una serie di conflitti che appartengono a settori diversi ma finiscono per convergere sullo stesso problema: il potere. Lo scontro con CNN, MS NOW e Politico riguarda il rapporto tra presidente e stampa. La sospensione di Microsoft dal programma per la green card riguarda invece il controllo dell’immigrazione qualificata e la protezione del mercato del lavoro americano. Il dibattito sull’intelligenza artificiale mette in discussione la capacità del governo di accompagnare una trasformazione tecnologica che potrebbe modificare profondamente l’economia. Infine, il Texas rappresenta il terreno sul quale questa strategia dovrà essere sottoposta al giudizio degli elettori.
È questo il paradosso della vigilia delle midterm: Trump continua a imporre la propria agenda al centro della politica americana, ma proprio l’ampiezza delle battaglie aperte rende più difficile capire quanto il consenso attorno alla sua presidenza sia effettivamente solido. La partita non sarà soltanto tra democratici e repubblicani. Sarà anche tra due idee diverse dell’America del futuro. Da una parte c’è la promessa di un Paese più forte, più competitivo e più autonomo, capace di difendere il proprio primato tecnologico e il proprio mercato del lavoro. Dall’altra ci sono le preoccupazioni per la libertà di stampa, la sicurezza occupazionale, i rischi dell’intelligenza artificiale e il potere sempre maggiore esercitato dall’esecutivo.
In questo senso, il sondaggio sull’intelligenza artificiale offre una chiave di lettura particolarmente significativa. Gli americani non sembrano voler fermare il progresso. Vogliono però essere sicuri che il progresso non sfugga al loro controllo. Ed è probabilmente questa la domanda destinata ad accompagnare Trump fino al voto di novembre: quanto controllo vuole esercitare la sua amministrazione e quanto controllo sono ancora disposti a concederle gli elettori?