Giustizia, corruzione, libertà di stampa, sanità e futuro incerto. Le domande di uno studente di diciassette anni a una Repubblica che sembra sempre più difficile da comprendere.
Mario è un personaggio immaginario, attraverso il quale raccontiamo interrogativi e preoccupazioni che possono appartenere a molti giovani italiani.
Mario ha diciassette anni
Si chiama Mario. Ha diciassette anni e frequenta un liceo italiano.
Non è un personaggio famoso. Non è un attivista politico. Non appartiene a un movimento.
È un ragazzo come tanti, con i suoi sogni, le sue preoccupazioni e una domanda alla quale vorrebbe trovare risposta:
«Che futuro mi state preparando?»
Ogni mattina prendevo smartphone e legge le notizie. Consulta canali.
Vede la guerra in Europa, i bombardamenti, le dichiarazioni dei leader politici, le manifestazioni e gli scontri nelle piazze.
Appartiene a una generazione che può seguire gli avvenimenti in tempo reale.
Attraverso i social network incontra immagini, testimonianze e informazioni che talvolta arrivano prima dei servizi televisivi o degli articoli dei grandi quotidiani.
Non tutto ciò che circola online è attendibile. Ma questa disponibilità immediata di informazioni ha cambiato profondamente il rapporto tra i giovani, la politica e i mezzi d’informazione.
A casa ascolta i genitori parlare del costo della spesa, delle bollette, del lavoro e delle difficoltà di arrivare alla fine del mese.
Una vacanza può diventare un lusso. Acquistare una casa sembra un obiettivo lontano. Costruire un futuro economicamente indipendente appare sempre più complicato.
A scuola studia la Costituzione della Repubblica italiana.
Legge l’articolo 3, che riconosce l’uguaglianza dei cittadini e affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano, di fatto, la libertà e l’uguaglianza.
Legge l’articolo 11:
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Poi torna a guardare le notizie.
Ascolta parlare di riarmo, difesa europea, minacce internazionali e preparazione militare.
E si domanda:
«Ho diciassette anni. Mi state preparando un futuro o una guerra?»
E se capitasse anche a me?
Un giorno legge di una vicenda giudiziaria controversa.
Di indagini contestate, di documenti la cui gestione solleva interrogativi, di possibili errori giudiziari. Di procedimenti che, anche dopo molti anni, continuano a essere discussi.
Pensa alle vicende di David Rossi, di Chiara Poggi, alle controversie sull’attività investigativa e alle responsabilità che le autorità competenti sono chiamate ad accertare.
Non conosce tutti gli atti processuali. Non è un magistrato, né un avvocato.
Ma comprende che, quando emergono dubbi sulla correttezza di un’indagine, la questione non riguarda soltanto gli imputati o le vittime.
Riguarda la fiducia dei cittadini nella giustizia.
Poi posa il telefono.
E pensa:
«E se capitasse a me? A mio fratello, a mia sorella, al mio migliore amico?»
Poi ricorda qualcosa che ha studiato a scuola.
Le sentenze dei tribunali italiani vengono pronunciate «In nome del popolo italiano».
E lui, di quel popolo, fa parte.
Ha diciassette anni, non ha ancora diritto di voto, ma è già un cittadino della Repubblica.
Allora si pone un’altra domanda:
«Se una sentenza viene pronunciata anche in nome mio, che cosa succede quando io non riesco a riconoscermi in quella decisione?»
Non pretende di sostituirsi ai giudici. Non conosce tutte le prove, non ha studiato il fascicolo e sa che una sentenza non può dipendere dall’opinione pubblica.
Ma vorrebbe comprendere.
Vorrebbe sapere quali garanzie esistano quando emergono elementi nuovi, quando un’indagine viene contestata o quando si ipotizza un errore giudiziario.
Perché quelle parole — In nome del popolo italiano — non sono una semplice formula cerimoniale.
Richiamano il principio costituzionale secondo cui la giustizia è amministrata in nome del popolo, pur restando affidata a magistrati soggetti soltanto alla legge.
E se la giustizia viene amministrata in nome del popolo, il cittadino deve poter comprendere perché una decisione è stata presa, quali garanzie l’hanno accompagnata e attraverso quali strumenti può essere riesaminata.
È qui che la fiducia può incrinarsi.
Non necessariamente perché una sentenza sia sbagliata, ma perché il cittadino può arrivare a percepire una distanza tra la giustizia pronunciata in suo nome e la giustizia nella quale riesce a riconoscersi.
Una democrazia non può promettere sentenze condivise da tutti. Deve però garantire una giustizia indipendente, motivata, trasparente nelle forme previste dalla legge e capace di correggere gli errori.
Le cifre dietro la sfiducia
L’Italia appartiene al G7, il gruppo delle sette grandi economie avanzate.
Ma che cosa raccontano alcuni indicatori internazionali sulla qualità della vita pubblica e sull’accesso ai diritti?
| Indicatore | Situazione italiana | Anno | Fonte |
|---|---|---|---|
| Corruzione percepita | 52° posto su 182 Paesi | 2025 | Transparency International |
| Libertà di stampa | 56° posto su 180 Paesi | 2026 | Reporter senza frontiere |
| Basse competenze nella comprensione dei testi | 34,7% degli adulti tra 16 e 65 anni | 2023 | OCSE – PIAAC |
| Rinuncia a cure mediche necessarie | 9,9% della popolazione | 2024 | Commissione europea |
| Rinuncia alle cure per liste d’attesa | 6,8% della popolazione | 2024 | Commissione europea |
Gli indicatori hanno metodologie differenti e non costituiscono una classifica complessiva della qualità democratica. L’indice sulla corruzione misura la percezione della corruzione nel settore pubblico; il dato OCSE misura le competenze di lettura, non una diagnosi individuale di analfabetismo funzionale.
Questi numeri non dimostrano che l’Italia sia prossima al collasso democratico.
Ma pongono interrogativi sulla qualità delle istituzioni, sull’accessibilità dell’informazione e sulla capacità dello Stato di garantire servizi essenziali.
Quanto può resistere la fiducia dei cittadini quando cresce la distanza tra i diritti riconosciuti dalla Costituzione e quelli concretamente esercitabili?
La sanità: un diritto che non dovrebbe dipendere dal portafoglio
L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Eppure molti cittadini conoscono una realtà diversa.
Una visita specialistica può richiedere mesi di attesa. Un esame diagnostico può essere disponibile prima attraverso una struttura privata.
Per chi può permetterselo, pagare diventa una soluzione.
Per chi non può, attendere può essere l’unica possibilità.
Non tutti i servizi sanitari italiani presentano le stesse criticità e le differenze territoriali sono importanti.
Ma la domanda rimane:
Se un diritto costituzionale può essere esercitato tempestivamente soltanto da chi dispone delle risorse economiche necessarie, quanto è effettiva l’uguaglianza tra i cittadini?
E Mario?
Forse ha visto il suo genitore rinunciare a un controllo medico. Forse ha ascoltato il nonno lamentarsi per una visita rimandata.
Anche queste esperienze contribuiscono a formare la sua idea dello Stato.
La paura che diventa sfiducia
Non tutti i giovani vivono le stesse difficoltà. Non tutti guardano alle istituzioni con sospetto.
Ma per alcuni la somma delle esperienze quotidiane può trasformarsi in un sentimento di sfiducia.
La guerra sembra avvicinarsi.
Il lavoro appare incerto.
I servizi pubblici non sempre rispondono ai bisogni.
Le notizie sulla giustizia suscitano interrogativi.
Il problema non è soltanto ciò che accade.
È la sensazione di non poter incidere sulle decisioni che riguardano il proprio futuro.
Una democrazia non dovrebbe attendere che il disagio diventi conflitto per accorgersi che esiste.
La domanda alla Repubblica
Torniamo a Mario.
Non pretende uno Stato perfetto.
Sa che le istituzioni possono sbagliare, che le risorse pubbliche non sono illimitate e che ogni cittadino ha anche dei doveri.
Ma vorrebbe vivere in un Paese nel quale la giustizia sappia riconoscere i propri errori, la sanità sia realmente accessibile e il futuro non dipenda prevalentemente dalle condizioni economiche della famiglia.
Vorrebbe poter credere che studiare, impegnarsi e rispettare le regole siano condizioni sufficienti per avere una possibilità concreta.
E allora pone una domanda:
«Se mi chiedete di avere fiducia nelle istituzioni, che cosa fate ogni giorno per meritare la mia fiducia?»
Non è una domanda contro lo Stato.
È una domanda rivolta allo Stato.
E forse è proprio da qui che dovrebbe cominciare una riflessione sul rapporto tra cittadini e democrazia.
Perché la crisi più pericolosa per una democrazia non comincia necessariamente quando i cittadini scendono in piazza. Comincia quando smettono di credere che le istituzioni siano disposte ad ascoltarli.
Analista di Geopolitica Internazionale
Urban Air Mobility Manager
Senior Advisor — AAM Institute, Boston
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