Dagli anni Settanta al 2026, cittadini e istituzioni hanno trasformato strumenti, linguaggi e strategie. Ma รจ cambiato anche il rapporto tra dissenso, sicurezza e libertร ?
Una nota sulla nuova linea editoriale di ItalyNews.it
La nuova linea editoriale di ItalyNews.it non si propone soltanto di raccontare ciรฒ che accade nelle piazze, ma di aiutare il lettore a comprendere come siamo arrivati a questo punto, quali trasformazioni hanno attraversato la nostra societร e, soprattutto, quali domande le istituzioni dovrebbero porsi.
Questo editoriale nasce esattamente da questa visione.
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17 ottobre. Una data, una riflessione
Quando ho letto per la prima volta il nome ยซMovimento 17 Ottobreยป, il mio pensiero รจ andato a un’altra data, lontana quasi due secoli e mezzo.
Il 17 ottobre 1777, a Saratoga, si compรฌ quella che gli storici considerano una delle svolte decisive della Rivoluzione americana. La resa del generale britannico John Burgoyne alle forze americane comandate da Horatio Gates cambiรฒ il corso della guerra d’indipendenza e contribuรฌ a determinare l’ingresso della Francia nel conflitto a fianco degli insorti.
Non conosco le ragioni per cui gli organizzatori del movimento italiano abbiano scelto il nome ยซ17 Ottobreยป, nรฉ intendo stabilire alcun collegamento tra i due avvenimenti.
ร semplicemente il ricordo storico che quella data ha suscitato in me.
Ma da quel ricordo nasce una riflessione.
La storia ci insegna che alcuni avvenimenti diventano punti di svolta soltanto quando, guardandoli a distanza di tempo, comprendiamo quanto profondamente abbiano modificato gli equilibri esistenti.
Non sappiamo quale significato assumeranno le manifestazioni italiane dell’ottobre 2026. Possiamo perรฒ cercare di comprendere ciรฒ che ci raccontano sul rapporto tra cittadini, istituzioni e potere.
Come sono cambiate, negli ultimi cinquant’anni, le modalitร con cui i cittadini organizzano il dissenso? E come sono cambiati gli strumenti con cui lo Stato garantisce l’ordine pubblico?
ร da queste domande che nasce questo editoriale.
Quando le manifestazioni avevano una sede, un telefono e un ciclostile
Negli anni Settanta, organizzare una manifestazione richiedeva tempo, persone e strutture.
C’erano le sedi dei partiti, le organizzazioni sindacali, le assemblee universitarie, i collettivi studenteschi, le fabbriche e i movimenti extraparlamentari.
C’erano i volantini distribuiti davanti alle scuole, i manifesti affissi sui muri, le riunioni serali e le telefonate.
E c’erano le radio libere.
Quelle radio, nate in un periodo di profonde trasformazioni sociali e culturali, contribuirono a modificare la circolazione delle informazioni. Alcune diventarono punti di riferimento per movimenti politici e realtร associative che non trovavano spazio nei mezzi di comunicazione tradizionali.
Radio Alice, a Bologna, rimane uno degli esempi piรน conosciuti di quell’esperienza.
Ma sarebbe storicamente sbagliato descrivere gli anni Settanta come un periodo nel quale tutte le manifestazioni avevano un’organizzazione centralizzata.
Esistevano giร gruppi informali, coordinamenti spontanei e forme di mobilitazione difficili da ricondurre a una singola struttura.
La differenza fondamentale era tecnologica: comunicare con migliaia di persone richiedeva strumenti, tempi e reti di relazioni molto diversi da quelli disponibili oggi.
Anche lo Stato operava in un contesto differente.
L’attivitร investigativa si fondava prevalentemente su fonti umane, osservazione diretta, documentazione cartacea, intercettazioni telefoniche e presenza fisica sul territorio.
Erano gli anni del terrorismo, della violenza politica, delle stragi e di una legislazione che ampliรฒ i poteri delle autoritร di pubblica sicurezza.
La legge Reale del 1975 appartiene a quel contesto storico.
Ma giร allora si poneva una questione che non ha mai smesso di accompagnare la democrazia italiana: fino a che punto lo Stato puรฒ ampliare i propri strumenti di prevenzione senza comprimere le libertร che deve garantire?
Gli anni ’80 e ’90: il dissenso cambia, ma le piazze rimangono
Negli anni Ottanta le grandi organizzazioni sindacali continuarono a mobilitare centinaia di migliaia di persone.
Nel frattempo, i movimenti giovanili, il pacifismo, l’ambientalismo e le nuove associazioni civiche contribuirono ad ampliare le ragioni della protesta.
Negli anni Novanta arrivarono altri strumenti: fax, telefoni cellulari, reti informatiche e, progressivamente, Internet.
La mobilitazione contro la guerra, le proteste studentesche e le iniziative dei movimenti sociali cominciarono a utilizzare anche queste nuove possibilitร .
Ma il cambiamento non fu improvviso.
Le assemblee continuarono a esistere. I sindacati continuarono a organizzare cortei. Le associazioni continuarono a convocare manifestazioni pubbliche.
Ciรฒ che cambiava era la velocitร con cui un messaggio poteva attraversare territori differenti.
E cambiava anche la capacitร delle istituzioni di raccogliere informazioni, coordinare i dispositivi di sicurezza e seguire gli spostamenti dei gruppi.
Genova 2001: una pagina che non possiamo dimenticare
Nel percorso storico tra gli anni Settanta e il 2026 esiste un passaggio che merita particolare attenzione: il G8 di Genova del luglio 2001.
Le manifestazioni, gli scontri, la morte di Carlo Giuliani e le violenze commesse dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto hanno lasciato una ferita profonda nella storia repubblicana.
Non si tratta soltanto di ricordi o interpretazioni politiche.
Le successive vicende giudiziarie e le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno accertato gravi violazioni dei diritti fondamentali.
Genova ha posto domande sulla formazione degli operatori, sulla catena di comando, sulla proporzionalitร dell’uso della forza e sulla responsabilitร delle istituzioni.
A venticinque anni di distanza, sarebbe utile conoscere quali insegnamenti siano stati tradotti in cambiamenti organizzativi, formativi e operativi.
Perchรฉ la capacitร di uno Stato democratico di garantire l’ordine pubblico non si misura soltanto nella prevenzione dei disordini.
Si misura anche nella capacitร di proteggere chi esercita pacificamente un diritto costituzionale e di accertare le responsabilitร di chiunque lo violi.
Il 2026: Telegram, Instagram e manifestazioni senza una direzione riconoscibile
Arriviamo alle giornate del 17 e del 24 ottobre 2026.
Il cosiddetto Movimento 17 Ottobre ha utilizzato piattaforme digitali per diffondere convocazioni e aggiornamenti.
Per le manifestazioni del 24 ottobre sono stati annunciati punti di concentramento comunicati soltanto poco prima degli appuntamenti, con successive indicazioni sulle piazze di destinazione.
ร un modello organizzativo differente da quello dei grandi cortei tradizionali.
Un messaggio puรฒ raggiungere migliaia di persone in pochi minuti. Una convocazione puรฒ essere modificata. Un luogo di ritrovo puรฒ essere comunicato quando mancano poche decine di minuti all’appuntamento.
Ma attenzione.
L’assenza di una struttura dirigente pubblicamente riconoscibile non significa necessariamente assenza di organizzazione.
Qualcuno gestisce i canali digitali. Qualcuno pubblica le comunicazioni. Qualcuno decide tempi e contenuti.
Questo non dimostra l’esistenza di una direzione centralizzata, ma rende legittima una domanda giornalistica: come vengono prese le decisioni all’interno di questi nuovi movimenti?
E c’รจ un’altra questione.
Negli anni Settanta molti manifestanti riconoscevano un’appartenenza politica, sindacale o associativa.
Oggi un giovane puรฒ partecipare a una protesta dopo aver visto un messaggio su Instagram, senza essere iscritto a un partito, a un sindacato o a un’organizzazione.
Che cosa significa questo cambiamento per la rappresentanza politica?
ร soltanto una trasformazione degli strumenti di comunicazione oppure segnala una distanza crescente tra una parte dei cittadini e le organizzazioni tradizionali?
Non abbiamo ancora elementi sufficienti per rispondere.
Ma รจ una domanda che partiti, sindacati e istituzioni dovrebbero prendere seriamente in considerazione.
Anche lo Stato รจ cambiato
Mentre i manifestanti hanno modificato le proprie modalitร organizzative, lo Stato ha sviluppato nuovi strumenti di osservazione e prevenzione.
Telecamere, sistemi di videosorveglianza, analisi delle comunicazioni digitali pubblicamente accessibili, strumenti investigativi informatici, droni e sistemi di coordinamento operativo hanno ampliato le possibilitร di intervento delle autoritร .
Non tutti questi strumenti vengono utilizzati in ogni manifestazione, nรฉ il loro impiego comporta automaticamente una violazione dei diritti.
Ma il cambiamento รจ evidente.
Un tempo l’osservazione delle manifestazioni si concentrava soprattutto sui luoghi fisici, sulle organizzazioni conosciute e sulle informazioni raccolte attraverso le attivitร investigative tradizionali.
Oggi una parte dell’attivitร di prevenzione puรฒ iniziare molto prima che i manifestanti raggiungano una piazza.
Questo cambiamento rende essenziale verificare il rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.
La domanda non รจ se lo Stato debba prevenire la violenza. Deve farlo.
La domanda รจ come possa farlo garantendo che l’esercizio pacifico del dissenso non venga trattato indistintamente come una minaccia.
Milano, 24 ottobre: cinque paracadutisti davanti alle vetrine del lusso
Questa mattina ho visto un video che mi ha particolarmente colpito.
Cinque paracadutisti della Folgore, accompagnati da un ispettore della Polizia di Stato, percorrevano via Montenapoleone, a Milano.
Una delle strade commerciali piรน esclusive d’Europa.|
Nel video, i militari passavano davanti alle vetrine del lusso, tra cui quella di Rolex.
L’immagine mi ha portato a riflettere.
Non contesto la necessitร di proteggere le attivitร commerciali, i lavoratori, i residenti e le persone che frequentano quella strada.
Dopo le violenze e i danneggiamenti del fine settimana precedente, le autoritร avevano ragioni concrete per rafforzare la sicurezza delle aree considerate a rischio.
Ma quella scena solleva una domanda che va oltre Milano.
Perchรฉ la presenza dello Stato diventa cosรฌ visibile nei luoghi simbolo della ricchezza, mentre in tante periferie italiane i cittadini chiedono maggiore sicurezza contro criminalitร organizzata, spaccio, intimidazioni e violenze?
Non sto affermando che i militari siano impiegati soltanto nelle strade del lusso.
L’operazione Strade Sicure prevede presรฌdi anche in altri contesti urbani e in luoghi sensibili.
Ma vorrei conoscere i criteri attraverso i quali vengono stabilite le prioritร .
Quanti militari sono impiegati nelle aree periferiche maggiormente esposte alla criminalitร ?
Quali risultati vengono misurati?
Quale rapporto esiste tra la presenza visibile delle uniformi e la riduzione effettiva dei reati?
E soprattutto: come percepisce questa distribuzione delle risorse un cittadino che vive in un quartiere nel quale la sicurezza quotidiana rimane un problema?
ร una questione che non riguarda i singoli paracadutisti.
I militari eseguono i compiti assegnati dalle autoritร competenti.
Riguarda invece le decisioni politiche, amministrative e operative che determinano dove e come lo Stato rende visibile la propria presenza.
La sicurezza deve essere garantita a tutti.
Non soltanto nei luoghi che rappresentano la ricchezza, ma anche in quelli dove la vulnerabilitร sociale รจ maggiore.
Milano, 24 ottobre 2026. Paracadutisti della Folgore pattugliano via Montenapoleone. Le immagini sollevano una domanda che va oltre la cronaca: secondo quali criteri lo Stato distribuisce le proprie risorse per garantire la sicurezza dei cittadini?
La piazza non รจ soltanto una questione di ordine pubblico
Le manifestazioni dell’ottobre 2026 offrono l’occasione per riflettere su una trasformazione che attraversa la societร italiana da diversi decenni.
Cambiano le generazioni, le modalitร di comunicazione, le forme di partecipazione e gli strumenti attraverso i quali il dissenso diventa visibile.
Ma rimane una questione fondamentale: il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Quando una persona decide di manifestare, non esprime necessariamente un’appartenenza politica. Puรฒ esprimere una preoccupazione, una richiesta, una protesta o semplicemente il desiderio di essere ascoltata.
Ridurre questo fenomeno a un problema di ordine pubblico significherebbe trascurarne la dimensione sociale e democratica.
La sicurezza รจ indispensabile. Ma non puรฒ sostituire la capacitร delle istituzioni di comprendere le ragioni del dissenso.
Perchรฉ una manifestazione non รจ soltanto qualcosa che lo Stato deve gestire. ร anche qualcosa che le istituzioni dovrebbero cercare di comprendere.
Prevenzione e repressione: due parole da non confondere
Il termine repressione viene spesso utilizzato nel dibattito politico per descrivere qualsiasi intervento delle forze dell’ordine.
Ma una riflessione seria richiede maggiore precisione.
Prevenire un’aggressione, impedire un saccheggio o proteggere l’incolumitร delle persone sono compiti legittimi dello Stato.
Diversa รจ la questione dell’impiego sproporzionato della forza, delle limitazioni ingiustificate del diritto di manifestare o di eventuali abusi nell’esercizio dei poteri pubblici.
Per distinguere queste situazioni servono fatti, documenti, responsabilitร accertate e garanzie giuridiche.
L’articolo 17 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
L’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertร e l’uguaglianza dei cittadini.
Sono due disposizioni che meritano di essere lette insieme.
Perchรฉ una societร democratica deve garantire contemporaneamente la sicurezza delle persone, la libertร di manifestare e le condizioni che permettono ai cittadini di partecipare alla vita pubblica.
Una domanda alle istituzioni
Negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito a trasformazioni profonde.
Sono cambiati i mezzi di comunicazione.
Sono cambiate le organizzazioni politiche e sociali.
Sono cambiate le tecnologie disponibili alle forze dell’ordine.
Sono cambiate le modalitร attraverso le quali un cittadino puรฒ partecipare a una manifestazione.
Ma vorrei porre una domanda alle istituzioni italiane.
ร cambiato anche il modo di ascoltare i cittadini?
Quando migliaia di persone scendono in piazza per denunciare il costo della vita, le difficoltร economiche, le preoccupazioni per la guerra o la mancanza di prospettive, chi raccoglie quelle domande?
Chi le analizza?
Chi cerca di comprenderne le origini?
E chi valuta se le politiche pubbliche stiano rispondendo ai problemi che le hanno generate?
Non penso che ogni manifestazione rappresenti necessariamente una svolta storica.
Sarebbe una conclusione affrettata.
Ma penso che le istituzioni debbano interrogarsi anche sulle ragioni per cui una parte dei cittadini sceglie la piazza come luogo nel quale esprimere una sfiducia che non trova altri canali di rappresentanza.
La storia non si ripete necessariamente.
E non ogni 17 ottobre diventa Saratoga.
Tuttavia, la storia ci ricorda che i cambiamenti profondi non sempre vengono riconosciuti nel momento in cui iniziano.
In cinquant’anni i cittadini hanno cambiato il modo di manifestare. Lo Stato ha cambiato il modo di controllare e proteggere le piazze.
Ma abbiamo costruito una societร nella quale il cittadino si sente piรน libero, piรน ascoltato e piรน protetto?
ร questa la domanda che vorrei lasciare ai lettori.
E soprattutto alle istituzioni.
Riccardo Cacelli
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