WASHINGTON DC – Mancano quattro giorni alle elezioni di metà mandato e la campagna americana entra nel suo ultimo fine settimana prima dell’apertura dei seggi. La corsa per il controllo del Congresso si gioca su più fronti: la mobilitazione degli elettori, il peso del costo della vita, le strategie dei candidati negli Stati più contesi e le polemiche sulle procedure elettorali. In questo scenario Donald Trump continua a intervenire direttamente nella competizione, trasformando il voto del 3 novembre in un appuntamento decisivo anche per il futuro della propria amministrazione.
Il dato che emerge con maggiore evidenza è quello della partecipazione anticipata. Milioni di cittadini hanno già espresso la propria preferenza attraverso il voto anticipato o per corrispondenza, facendo registrare un incremento significativo rispetto alle precedenti elezioni di medio termine. Parallelamente, il presidente ha deciso di modificare il programma degli ultimi appuntamenti pubblici, rinunciando a due comizi in presenza e scegliendo di raggiungere gli elettori attraverso una serie di collegamenti telefonici organizzati dal mondo repubblicano.
Sul versante democratico, la strategia resta concentrata soprattutto sulle difficoltà economiche delle famiglie americane e sulla contestazione delle scelte della Casa Bianca. A rendere ancora più acceso il confronto è il caso dell’Alaska, dove un’indagine federale riguarda il presunto tentativo di inserire sulla scheda elettorale un candidato con un nome molto simile a quello del senatore repubblicano uscente.
Midterm 2026, oltre 43 milioni di americani hanno già votato
Il primo elemento da osservare è l’andamento dell’early voting, il sistema che permette agli elettori di esprimere il proprio voto prima del giorno ufficiale delle elezioni. Secondo l’analisi dei dati diffusa dall’Associated Press, a cinque giorni dall’Election Day risultavano già depositati oltre 43 milioni di voti. Un numero nettamente superiore a quello registrato nello stesso periodo delle elezioni del 2022, quando gli elettori che avevano già votato erano circa 34 milioni.
L’incremento è particolarmente significativo in alcuni Stati dove sono in programma le sfide più delicate per il Senato. In Texas, per esempio, oltre 6,3 milioni di persone avevano già votato entro mercoledì, contro i 4,2 milioni dello stesso momento del precedente ciclo elettorale. La crescita si avvicina al 50%. Aumenti superiori al 30% si registrano anche in Maine, Michigan, North Carolina e Kansas. In South Carolina, dove si disputa una competizione per il Senato particolarmente seguita, il numero dei voti anticipati risulta cresciuto dell’83%.
Il dato nazionale, tuttavia, deve essere interpretato con cautela. Un aumento dell’affluenza anticipata non indica automaticamente quale partito ne trarrà beneficio. Le preferenze espresse attraverso il voto anticipato non sono sempre disponibili e l’affiliazione partitica registrata in alcuni Stati non coincide necessariamente con la scelta effettuata nella cabina elettorale.
Dove è possibile distinguere gli elettori in base all’iscrizione politica, le rilevazioni indicano circa 6,8 milioni di democratici e 5,2 milioni di repubblicani che hanno già votato. Si tratta comunque di dati parziali, riferiti agli Stati che rendono disponibili queste informazioni.
La crescita della partecipazione anticipata conferma quanto questa modalità sia ormai centrale nelle campagne elettorali americane. I partiti non concentrano più tutti gli sforzi sul giorno delle votazioni, ma organizzano da settimane iniziative per convincere i propri sostenitori a depositare la scheda in anticipo. In una competizione che potrebbe essere decisa da margini ridotti in diversi collegi, ogni voto acquisito prima del 3 novembre rappresenta un elemento importante nella strategia dei due schieramenti.
Trump cancella i comizi in Iowa e Kansas: spazio ai teleraduni
Sul fronte repubblicano, Donald Trump continua a rappresentare il principale punto di riferimento della campagna. Il presidente ha partecipato a numerosi appuntamenti pubblici nelle ultime settimane, attraversando diversi Stati per sostenere i candidati del suo partito e sollecitare la mobilitazione dell’elettorato conservatore.
Giovedì 29 ottobre è però arrivata una modifica al programma del fine settimana. Trump ha annullato il comizio previsto sabato a Salina, in Kansas, dove avrebbe dovuto sostenere il senatore repubblicano Roger Marshall, impegnato nella competizione contro il democratico Adam Hamilton. Il presidente ha spiegato ai giornalisti di non considerare necessaria la propria presenza nello Stato, dichiarandosi fiducioso sulle possibilità del candidato repubblicano.
È stato cancellato anche l’appuntamento previsto domenica a Dubuque, in Iowa, nell’ambito delle iniziative organizzate per sostenere i candidati repubblicani impegnati nelle competizioni locali e congressuali.
Al posto degli incontri in presenza, Trump parteciperà a una serie di teleraduni, collegamenti telefonici promossi da MAGA Inc., il gruppo politico vicino al presidente. L’iniziativa dovrebbe coinvolgere quasi due dozzine di Stati e consentire alla campagna repubblicana di raggiungere un numero elevato di elettori senza richiedere ulteriori spostamenti al capo della Casa Bianca.
La scelta modifica il formato degli ultimi appuntamenti, ma non riduce il coinvolgimento diretto di Trump nella campagna. Il presidente continua a utilizzare la propria popolarità tra gli elettori repubblicani per sostenere i candidati e rafforzare la partecipazione della base. Giovedì è stato a Rock Hill, in South Carolina, per un appuntamento elettorale, mentre venerdì è atteso in Florida.
La strategia dei collegamenti telefonici consente inoltre di distribuire gli interventi presidenziali su più territori contemporaneamente. Una soluzione particolarmente rilevante in un’elezione in cui i repubblicani devono difendere maggioranze ristrette e cercano di concentrare le risorse sugli Stati e sui collegi dove la competizione è più aperta.
Il costo della vita al centro della sfida tra democratici e repubblicani
La questione economica continua a essere uno dei temi più importanti della campagna. Inflazione, prezzi dei carburanti, costo degli alimentari, abitazioni e spese sanitarie rappresentano preoccupazioni quotidiane per milioni di famiglie americane e sono diventati il principale terreno di confronto tra i due partiti.
I democratici cercano di attribuire all’amministrazione Trump la responsabilità delle difficoltà economiche, sostenendo che le condizioni materiali di una parte consistente della popolazione non siano migliorate come promesso durante la campagna presidenziale. Il messaggio è rivolto soprattutto agli elettori che avvertono il peso dei prezzi e che potrebbero utilizzare il voto di metà mandato per esprimere insoddisfazione nei confronti della Casa Bianca.
I repubblicani difendono invece l’operato del presidente, richiamando i risultati rivendicati dall’amministrazione e insistendo su temi come sicurezza, immigrazione, commercio e politica energetica. Trump continua a presentare le proprie scelte come parte di un progetto più ampio per rafforzare l’economia americana e difendere gli interessi nazionali.
Le rilevazioni pubblicate negli ultimi giorni confermano la centralità del tema economico. Un sondaggio Reuters/Ipsos diffuso il 26 ottobre ha rilevato che il 73% degli intervistati ritiene che il costo della vita stia andando nella direzione sbagliata. Nella stessa rilevazione, tra gli elettori registrati, i democratici risultavano in vantaggio nel cosiddetto voto generico per il Congresso, cioè la preferenza espressa per uno dei due partiti senza riferirsi a uno specifico candidato.
Un’altra indagine pubblicata il 29 ottobre da Economist e YouGov indicava i democratici al 46% contro il 40% dei repubblicani tra gli elettori registrati. Anche in questo caso si tratta di una fotografia dell’opinione pubblica in un determinato momento, non di una previsione del risultato elettorale.
Il dato politico è che l’economia rappresenta una delle principali vulnerabilità per il partito al governo. Per i democratici, il messaggio è semplice: trasformare il malcontento sui prezzi in una valutazione negativa dell’amministrazione. Per i repubblicani, invece, è fondamentale convincere gli elettori che le politiche di Trump stiano producendo risultati e che un cambiamento degli equilibri al Congresso rischierebbe di ostacolare l’attuazione del programma presidenziale.
Alaska, il caso dei due Dan Sullivan e l’indagine del Dipartimento di Giustizia
Uno degli episodi più controversi di questa fase conclusiva della campagna arriva dall’Alaska. La competizione per il Senato vede contrapposti il repubblicano Dan Sullivan, senatore uscente, e la democratica Mary Peltola, ex deputata alla Camera dei rappresentanti.
Al centro della vicenda c’è la presenza sulla scheda elettorale di un secondo candidato, Daniel J. Sullivan Jr., il cui nome è molto simile a quello del senatore repubblicano. Secondo quanto riportato da un’inchiesta del New York Times, persone legate all’ambiente politico democratico avrebbero contribuito a individuare e reclutare un candidato con lo stesso nome dell’avversario di Peltola, con l’obiettivo di sottrarre voti a Sullivan.
La candidata democratica ha negato di essere stata a conoscenza dell’iniziativa. Giovedì, durante un incontro con i sostenitori a Juneau, Peltola ha dichiarato di non sapere nulla dell’esistenza di altri candidati sulla scheda, oltre a sé stessa e al senatore uscente. Ha respinto l’idea di aver partecipato a un tentativo di confondere gli elettori, sostenendo che la vicenda stia distogliendo l’attenzione dai temi centrali della campagna.
Nel frattempo, il Dipartimento di Giustizia ha intensificato gli accertamenti, attraverso nuove citazioni del gran giurì e richieste di documentazione. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire i contatti tra le persone coinvolte e di verificare se siano state commesse violazioni delle norme elettorali. Al momento, le accuse non hanno portato a condanne e le eventuali responsabilità individuali dovranno essere accertate attraverso le procedure giudiziarie.
Anche il governatore repubblicano dell’Alaska, Mike Dunleavy, ha disposto verifiche a livello statale. La vicenda ha attirato l’attenzione della Casa Bianca e dello stesso Trump, che nei giorni precedenti aveva chiesto un intervento contro Peltola e la sua campagna.
Il presidente è tornato sull’argomento giovedì, mettendo in discussione la possibilità che la democratica possa assumere il seggio anche nell’eventualità di una vittoria. Il vicepresidente JD Vance ha sostenuto la necessità di approfondire il caso, mentre il procuratore generale Todd Blanche ha commentato duramente le condotte contestate.
La questione presenta anche un risvolto istituzionale. La Corte Suprema dell’Alaska aveva già autorizzato Daniel J. Sullivan Jr. a comparire sulla scheda, dopo che un funzionario statale aveva inizialmente contestato la sua ammissibilità. Gli elettori si troveranno quindi davanti due nominativi distinti: Dan S. Sullivan, candidato repubblicano e senatore uscente, e Daniel J. Sullivan Jr., candidato senza affiliazione partitica.
Parallelamente agli accertamenti penali, l’amministrazione federale ha avviato un’azione civile per contestare la possibilità di certificare il risultato nel caso in cui Peltola dovesse prevalere. La questione riguarda il rischio di confusione tra i due nominativi e le conseguenze che questa situazione potrebbe avere sulla regolarità del voto.
Il caso rimane aperto e dovrà essere valutato sulla base degli elementi raccolti dagli investigatori e delle decisioni delle autorità competenti. È necessario distinguere le contestazioni politiche e le ipotesi investigative da responsabilità penali che non sono state ancora accertate.
Elezioni Usa, la battaglia si sposta anche sulle regole del voto
La vicenda dell’Alaska si inserisce in un clima nazionale nel quale le procedure elettorali sono diventate parte integrante dello scontro politico. Le polemiche non riguardano soltanto i programmi dei candidati, ma anche la composizione delle schede, le modalità di voto e il ruolo delle autorità incaricate di verificare e certificare i risultati.
Anche in altri Stati sono emerse controversie su iniziative che, secondo le accuse, sarebbero state finalizzate a influenzare indirettamente le competizioni attraverso candidature e strategie elettorali. In Ohio, per esempio, sono state sollevate contestazioni su un tentativo attribuito ad ambienti repubblicani di favorire la candidatura di un esponente socialista, con l’obiettivo di sottrarre consensi al democratico che sfida il senatore Jon Husted.
Questi episodi mostrano quanto la competizione si sia estesa oltre il tradizionale confronto tra programmi e candidati. Le regole elettorali, la trasparenza delle procedure e la fiducia dei cittadini nel sistema di voto sono diventate questioni centrali nella campagna.
Per la Casa Bianca il risultato del 3 novembre rappresenta un passaggio politico di grande importanza. Trump non è candidato, ma ha scelto di legare direttamente il proprio nome alla campagna repubblicana, intervenendo nei comizi, sostenendo gli aspiranti parlamentari e attaccando gli avversari democratici.
Ultimo fine settimana prima del voto: cosa c’è in gioco per Trump
Con l’avvicinarsi dell’Election Day, il confronto si concentra sulla capacità dei due partiti di trasformare il consenso in partecipazione effettiva. I repubblicani devono difendere il controllo del Congresso, mentre i democratici puntano a riconquistare spazio istituzionale e a sottoporre l’amministrazione a un controllo parlamentare più incisivo.
Alla Camera sono in palio tutti i 435 seggi. Al Senato, invece, il rinnovo riguarda 35 posti su 100. La diversa distribuzione delle competizioni rende le due sfide autonome: un eventuale risultato favorevole a uno dei partiti nel voto nazionale non comporta automaticamente la conquista di entrambe le Camere.
Per Trump, la posta in gioco va oltre la composizione del Congresso. Una maggioranza repubblicana consentirebbe alla Casa Bianca di proseguire il mandato con un Parlamento politicamente allineato, mentre un cambiamento degli equilibri aprirebbe una nuova fase di confronto con i democratici, rafforzandone il potere di controllo e la capacità di ostacolare alcune iniziative legislative del presidente.
I prossimi giorni saranno dedicati agli ultimi appelli, agli incontri con gli elettori e alle operazioni di mobilitazione. Il voto anticipato ha già coinvolto decine di milioni di persone, ma il risultato finale dipenderà anche da chi sceglierà di recarsi alle urne martedì.
Il 3 novembre non sarà soltanto una verifica dell’attuale maggioranza parlamentare, ma anche un indicatore del rapporto tra Donald Trump e l’elettorato americano a metà del suo secondo mandato. Da Washington, la campagna si avvia così alla conclusione con un confronto che intreccia economia, sicurezza, procedure elettorali e futuro istituzionale degli Stati Uniti.