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Trump affida la Casa Bianca a Stephen Miller: via Susie Wiles dopo la disfatta repubblicana alle midterm

di Stefano Scibilia corrispondente dalla Casa Bianca

WASHINGTON DC – Donald Trump cambia i vertici della Casa Bianca e nomina Stephen Miller nuovo capo dello staff presidenziale (White House Chief of Staff), il principale collaboratore del presidente e il responsabile del coordinamento quotidiano delle attività dell’amministrazione, della gestione dei rapporti tra i diversi dipartimenti e dell’organizzazione dell’agenda presidenziale. Miller prenderà il posto di Susie Wiles, che lascia l’incarico dopo quasi due anni alla guida dello staff.

Si tratta di una delle posizioni più strategiche dell’intero sistema politico americano: il capo dello staff gestisce l’accesso al presidente, coordina i principali consiglieri, supervisiona il funzionamento della Casa Bianca e contribuisce a stabilire quali questioni arrivano direttamente all’attenzione del presidente. Un ruolo che, pur non essendo elettivo, garantisce un’enorme influenza sulle decisioni dell’amministrazione.

L’attuale vice capo dello staff, considerato uno degli uomini più vicini a Trump e il principale architetto delle politiche migratorie più restrittive della sua presidenza, assumerà ufficialmente l’incarico lunedì 9 novembre. La decisione, annunciata venerdì 6 novembre attraverso un messaggio pubblicato su Truth Social, arriva a soli tre giorni dalla pesante sconfitta dei repubblicani alle elezioni di midterm, che hanno consegnato ai democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso.

Stephen Miller, l’uomo della linea dura alla guida della Casa Bianca

Stephen Miller non è un nome nuovo all’interno dell’amministrazione repubblicana. Da oltre dieci anni rappresenta una delle figure più vicine a Donald Trump e uno dei principali ideologi del movimento che ha portato il presidente per due volte alla Casa Bianca.

Il suo rapporto con Trump è iniziato durante la campagna elettorale del 2016, quando entrò nel gruppo dei collaboratori incaricati di preparare i discorsi del candidato repubblicano. In precedenza aveva lavorato come assistente dell’allora senatore Jeff Sessions, destinato a diventare il primo procuratore generale della prima amministrazione Trump.

Durante il primo mandato presidenziale, Miller ha assunto un ruolo centrale nella definizione delle politiche migratorie. Insieme all’allora consigliere Steve Bannon, ha contribuito all’elaborazione del cosiddetto Muslim Ban, il provvedimento che limitava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di diversi Paesi a maggioranza musulmana. Ha inoltre sostenuto la progressiva eliminazione delle protezioni previste dal programma DACA, introdotto per tutelare alcuni immigrati arrivati negli Stati Uniti da minorenni.

Nel secondo mandato, la sua influenza si è ulteriormente ampliata. Da vice capo dello staff, con responsabilità sulle politiche interne e sulla sicurezza nazionale, Miller è diventato il principale riferimento politico per il programma di espulsioni di massa promesso da Trump durante la campagna elettorale. Ha lavorato a stretto contatto con il cosiddetto border czar Tom Homan, incaricato di coordinare le operazioni di contrasto all’immigrazione irregolare.

Tra i suoi obiettivi figurano il rafforzamento dei controlli alla frontiera con il Messico, l’ampliamento delle operazioni di rimpatrio e una revisione delle politiche che regolano l’ingresso e la permanenza degli stranieri negli Stati Uniti.

La sua promozione rappresenta una scelta di continuità con l’impostazione più radicale del trumpismo, ma anche un rafforzamento del peso politico di una figura che negli ultimi mesi ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione ben oltre la questione migratoria.

Miller ha infatti sostenuto un’interpretazione particolarmente ampia dei poteri presidenziali e un maggiore ricorso all’autorità esecutiva per attuare l’agenda della Casa Bianca. La sua influenza riguarda ormai numerosi dossier della politica interna, rendendolo uno degli uomini più potenti dell’intera amministrazione.

La sconfitta alle midterm e il nuovo equilibrio alla Casa Bianca

Il cambio al vertice dello staff presidenziale arriva in un momento particolarmente delicato per Donald Trump. Le elezioni di martedì 3 novembre hanno rappresentato una battuta d’arresto per i repubblicani, che hanno perso il controllo sia della Camera dei Rappresentanti sia del Senato.

Il risultato ha messo in discussione la capacità del presidente di portare avanti il proprio programma senza incontrare ostacoli parlamentari. Con i democratici nuovamente in maggioranza, la seconda parte del mandato sarà caratterizzata da un Congresso molto più determinato a esercitare il proprio potere di controllo sull’amministrazione.

La nuova maggioranza democratica potrà infatti intensificare le audizioni parlamentari, avviare nuove indagini sulle attività dell’esecutivo e ostacolare alcune delle iniziative legislative più importanti della Casa Bianca. Particolare attenzione sarà rivolta alle politiche migratorie, alla gestione delle operazioni militari e all’utilizzo dei poteri presidenziali.

In questo scenario, la scelta di Miller assume un significato che va oltre un semplice avvicendamento amministrativo. Trump ha deciso di affidare la gestione quotidiana della propria amministrazione a uno dei collaboratori più intransigenti, nonostante il risultato elettorale abbia evidenziato una crescente opposizione alla sua agenda politica.

La promozione potrebbe inoltre complicare i rapporti con i democratici. Il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer ha duramente criticato la decisione, sostenendo che Trump non avrebbe compreso il messaggio arrivato dalle urne. Schumer ha definito Miller l’architetto delle politiche più disumane dell’amministrazione e ha promesso che i democratici lo contrasteranno in ogni occasione.

Ancora più duro il giudizio di Hakeem Jeffries, leader democratico alla Camera e destinato a diventare il prossimo Speaker, che ha attaccato frontalmente il nuovo capo dello staff. Anche Robert Garcia, destinato ad assumere un ruolo centrale nella Commissione di supervisione della Camera, ha anticipato che le attività di Miller saranno oggetto di particolare attenzione da parte dei parlamentari democratici.

La nuova guida del West Wing si troverà dunque a gestire contemporaneamente le tensioni interne all’amministrazione e un Congresso controllato dall’opposizione.

Susie Wiles lascia il West Wing: il trasferimento nella struttura politica di Trump

Susie Wiles, 69 anni, è stata una delle figure più importanti della carriera politica di Trump. Stratega repubblicana di lungo corso, ha contribuito in maniera determinante alla costruzione delle sue campagne elettorali, soprattutto in Florida, prima di assumere la guida dell’intera macchina organizzativa per le presidenziali del 2024.

Secondo quanto riferito da persone a conoscenza dei fatti, Wiles ha presentato le proprie dimissioni giovedì sera, alla vigilia dell’annuncio presidenziale. La decisione sarebbe stata collegata anche alla sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm.

Il suo allontanamento dal ruolo di capo dello staff non coincide, tuttavia, con una rottura del rapporto con Trump. Il presidente ha annunciato che continuerà a lavorare nella sua organizzazione politica, affidandole un incarico esterno alla gestione quotidiana della Casa Bianca.

In una dichiarazione pubblicata su X, Wiles ha definito il servizio nell’amministrazione «l’onore di una vita».

«Sono molto orgogliosa di aver fatto parte di ciò che abbiamo realizzato insieme, dalla protezione dei nostri confini al taglio delle tasse, fino al rafforzamento della nostra economia e alla priorità data all’America», ha scritto, ringraziando le persone con cui ha lavorato durante la sua esperienza alla Casa Bianca.

Ha quindi aggiunto che, nonostante il cambiamento di incarico, il suo impegno nei confronti del presidente e della missione politica dell’amministrazione rimarrà invariato.

Wiles è stata la prima donna nella storia a ricoprire l’incarico di capo dello staff della Casa Bianca ed è riuscita a mantenere la posizione per quasi due anni, diventando la più longeva tra i responsabili dello staff presidenziale durante le due amministrazioni Trump.

La sua capacità di gestire le dinamiche interne del West Wing era considerata uno dei principali punti di forza della sua leadership. In un’amministrazione caratterizzata da personalità forti e da frequenti scontri tra collaboratori, Wiles aveva cercato di imporre un metodo di lavoro più disciplinato, limitando le interferenze e mantenendo un rapporto diretto con il presidente.

Le tensioni interne, le indiscrezioni e il caso Vanity Fair

Negli ultimi mesi, tuttavia, la posizione di Susie Wiles era diventata meno solida. Già prima delle elezioni di midterm, all’interno della Casa Bianca erano emerse tensioni e rivalità per il controllo dei principali incarichi amministrativi.

Secondo ricostruzioni giornalistiche basate su colloqui con collaboratori e persone vicine al presidente, diversi esponenti dell’amministrazione avevano iniziato a guardare alla possibilità di una sua uscita dopo le elezioni. Tra i nomi che circolavano negli ambienti repubblicani figuravano proprio Stephen Miller, oltre a Bill Pulte, responsabile federale per il settore immobiliare, e Lee Zeldin, amministratore dell’Agenzia per la protezione ambientale.

Le dinamiche interne si erano ulteriormente complicate dopo alcune decisioni di Trump prese senza consultare Wiles, alimentando la percezione di un progressivo indebolimento della sua autorità.

A pesare sulla sua immagine pubblica era stato anche il caso delle interviste concesse a Vanity Fair e pubblicate nel dicembre 2025. Nel corso di una serie di conversazioni con il giornalista Chris Whipple, Wiles aveva espresso giudizi particolarmente duri su alcuni dei principali protagonisti dell’amministrazione.

Aveva descritto Trump come una persona con una «personalità da alcolista», pur precisando che il presidente non consuma alcolici. Aveva inoltre criticato l’allora procuratrice generale Pam Bondi per la gestione dei documenti relativi al caso Jeffrey Epstein, utilizzando il termine «annusato», e aveva definito il vicepresidente JD Vance un «teorico della cospirazione da circa dieci anni».

Le dichiarazioni avevano provocato una forte reazione politica e costretto diversi collaboratori del presidente a intervenire pubblicamente in sua difesa. Wiles aveva contestato la ricostruzione di Vanity Fair, definendola un articolo costruito in maniera poco trasparente, senza però negare di aver pronunciato le frasi riportate.

L’episodio aveva mostrato anche il suo particolare stile di gestione. In quelle interviste aveva spiegato di non voler essere una figura che asseconda automaticamente il presidente, sottolineando la necessità di intervenire quando ritiene che una decisione o un comportamento richiedano una valutazione diversa.

Il precedente dei quattro capi dello staff durante il primo mandato

L’uscita di Wiles riporta l’attenzione su una delle principali difficoltà incontrate da Donald Trump durante la sua prima esperienza alla Casa Bianca: la stabilità dei collaboratori più vicini alla presidenza.

Tra il 2017 e il 2021, il presidente ha infatti cambiato quattro volte capo dello staff. Il primo è stato Reince Priebus, rimasto in carica appena sei mesi prima di essere sostituito da John Kelly, generale dei Marines in pensione che ha mantenuto l’incarico per circa 17 mesi.

Successivamente è arrivato Mick Mulvaney, che ha ricoperto il ruolo ad interim per poco più di un anno, prima di lasciare il posto a Mark Meadows, rimasto alla guida dello staff negli ultimi dieci mesi del primo mandato.

La gestione Wiles aveva rappresentato un tentativo di superare quella fase di instabilità, garantendo maggiore coordinamento tra i diversi settori dell’amministrazione e un rapporto più strutturato con il presidente.

Con la promozione di Miller, Trump affida ora la macchina organizzativa della Casa Bianca a un collaboratore che conosce profondamente la sua visione politica, ma che è anche una delle figure più divisive dell’intero panorama politico americano.

La malattia e il ritorno alla piena attività di Susie Wiles

La fine dell’incarico di Susie Wiles arriva anche dopo un periodo personale particolarmente difficile. Nel marzo 2026 aveva reso pubblica la diagnosi di un tumore al seno in fase iniziale, affrontando interventi chirurgici e mesi di trattamento senza interrompere il proprio lavoro alla Casa Bianca.

Nel settembre successivo aveva annunciato di non presentare più evidenze della malattia, dopo aver ricevuto risultati positivi dagli esami patologici.

In un’intervista a Fox News Digital, il mese scorso, aveva raccontato di aver rischiato di rimandare la mammografia che aveva permesso di individuare il tumore, dal momento che il successivo controllo non era inizialmente previsto prima di diversi mesi.

Il medico l’aveva tuttavia convinta a effettuare l’esame approfittando della disponibilità di un macchinario e di uno spazio nel suo programma. «Se non mi avesse incoraggiata a farlo quel giorno, sarei tornata al lavoro e probabilmente non ci avrei più pensato fino a luglio», aveva raccontato, sottolineando quanto la diagnosi precoce fosse stata determinante.

La carriera di Wiles tra Florida, lobbying e politica nazionale

Prima di diventare una delle figure centrali del movimento trumpiano, Susie Wiles aveva costruito una lunga carriera nella politica repubblicana americana.

Aveva lavorato per la campagna del senatore Rick Scott alle elezioni per il governatorato della Florida nel 2010 e aveva collaborato brevemente con Jon Huntsman, ex governatore dello Utah e candidato alle primarie repubblicane del 2012.

Nel 2018 aveva diretto la campagna vincente di Ron DeSantis per la guida della Florida. Il rapporto con il governatore si era successivamente deteriorato, fino alla richiesta di interrompere la collaborazione con Wiles in vista delle presidenziali del 2020. La vicenda aveva contribuito ad alimentare le tensioni tra DeSantis e l’entourage di Trump, esplose nuovamente durante le primarie repubblicane del 2024.

Il suo primo incarico alla Casa Bianca risaliva invece alla presidenza di Ronald Reagan, quando aveva lavorato come pianificatrice.

Accanto all’attività politica, Wiles aveva sviluppato anche una carriera nel settore delle relazioni istituzionali e del lobbying. Era stata partner di Ballard Partners, società con sede in Florida diventata particolarmente influente a Washington durante le amministrazioni Trump. Tra i clienti figuravano General Motors, un’associazione di ospedali pediatrici, imprese del settore immobiliare e la città di Jacksonville.

Aveva inoltre svolto attività di lobbying per Globovisión, rete televisiva venezuelana di proprietà dell’imprenditore Raúl Gorrín, successivamente accusato a Miami di riciclaggio di denaro. Ballard Partners aveva in seguito definito un errore il rapporto professionale con Gorrín, precisando che Wiles aveva avuto un ruolo marginale nella gestione della collaborazione.

Con il passaggio di consegne previsto per lunedì 9 novembre, Stephen Miller diventerà il nuovo uomo forte della macchina presidenziale. Una scelta che arriva dopo una sconfitta elettorale e che, anziché indicare un cambio di rotta, sembra confermare la volontà di Trump di rafforzare la propria linea politica proprio mentre il Congresso si prepara a diventare il principale terreno di scontro con la sua amministrazione.

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