No della Corte Suprema Usa alle restrizioni sul voto per posta alle midterm, Trump attacca i giudici: “Non sono più quelli che avevo scelto”

di Stefano Scibilia

Corte Suprema degli Stati Uniti - Foto di Stefano Scibilia

WASHINGTON DC –  È durissima la reazione del presidente Donald Trump alla decisione della Corte Suprema che ha respinto la richiesta della sua amministrazione di introdurre nuove restrizioni sul voto per corrispondenza in vista delle elezioni di medio termine del 3 novembre. Il giorno dopo il verdetto, Trump ha affidato a un lungo messaggio su Truth Social il suo attacco ai giudici, accusando la Corte di aver “davvero deluso il nostro Paese” e sostenendo che la decisione rappresenti una grave sconfitta per i Repubblicani e per gli Stati Uniti. Nel mirino del presidente sono finiti anche tre giudici da lui stesso nominati durante il primo mandato: Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett.

Trump: “Una pessima decisione”

Nel suo messaggio, Trump definisce il pronunciamento della Corte “un’altra pessima decisione” e contesta duramente la scelta di mantenere il blocco alle nuove disposizioni sul voto per posta. Secondo il presidente, il sistema attualmente in vigore sarebbe “corrotto e fuori controllo” e costituirebbe una delle principali vulnerabilità del processo elettorale americano.

Trump sostiene inoltre che il verdetto abbia lasciato alla sinistra radicale “campo aperto” per eventuali brogli attraverso le schede inviate per posta. Si tratta di un’accusa che il presidente porta avanti da anni, ma per la quale non sono emerse prove di frodi sistematiche tali da giustificare le sue affermazioni. Il voto per corrispondenza viene utilizzato da una parte consistente dell’elettorato americano e, secondo i dati riportati dall’Associated Press, rappresenta quasi un terzo dei voti espressi.

L’attacco ai giudici nominati da Trump

È però il passaggio sui giudici da lui scelti a rendere particolarmente significativo il messaggio del presidente.

Gorsuch, Kavanaugh e Barrett, nominati da Trump rispettivamente nel 2017, nel 2018 e nel 2020, non hanno seguito Samuel Alito e Clarence Thomas, gli unici due giudici ad aver espresso dissenso sulla decisione relativa al voto per posta.

Trump ha quindi messo pubblicamente in discussione il comportamento dei tre magistrati che aveva contribuito a portare alla Corte Suprema. “Questi non sono i giudici che avevo intervistato per servire alla Corte Suprema”, ha scritto il presidente, sostenendo che siano ormai soltanto “un guscio” delle persone che aveva incontrato durante il processo di selezione.

L’affondo assume un peso particolare perché le tre nomine di Trump hanno contribuito in maniera decisiva alla costruzione dell’attuale maggioranza conservatrice della Corte, che è composta da sei giudici conservatori e tre liberal. La decisione sul voto per posta dimostra però ancora una volta che l’appartenenza all’area conservatrice non implica necessariamente un allineamento automatico alle posizioni della Casa Bianca.

Thomas e Alito contro la maggioranza

La decisione del 14 settembre è stata adottata con una maggioranza di sette giudici contro due. Samuel Alito e Clarence Thomas hanno infatti dissentito, sostenendo la richiesta dell’amministrazione Trump di consentire l’applicazione delle nuove regole.

Nel loro parere, Alito e Thomas hanno sostenuto che il Servizio postale degli Stati Uniti disponga di una significativa autorità nella regolamentazione della posta e che l’amministrazione avesse fornito motivazioni sufficienti per ottenere la sospensione del blocco deciso dai tribunali inferiori.

La posizione di Brett Kavanaugh è invece particolarmente rilevante. Il giudice nominato da Trump ha concordato con la maggioranza sul fatto che le nuove regole non dovessero essere applicate alle elezioni del 2026, ma ha lasciato aperta la questione della loro possibile legittimità in futuro.

Secondo Kavanaugh, esiste infatti una possibilità concreta che il servizio postale disponga dell’autorità legislativa necessaria per adottare una normativa di questo tipo. Il problema, a suo giudizio, è rappresentato soprattutto dalla tempistica: introdurre le nuove procedure per le elezioni del 2026 sarebbe arbitrario, perché le autorità elettorali statali e locali non avrebbero avuto abbastanza tempo per adeguarsi.

Che cosa aveva previsto l’amministrazione Trump

La controversia nasce dall’iniziativa avviata da Trump nei mesi scorsi per modificare profondamente la gestione delle schede elettorali spedite per posta.

Le nuove regole del servizio postale prevedevano specifici requisiti per le buste elettorali, tra cui un logo dedicato, caratteristiche compatibili con i sistemi di elaborazione automatica e un codice a barre associato a ciascun elettore. Gli Stati avrebbero inoltre dovuto trasmettere al servizio postale alcune informazioni sugli elettori destinatari delle schede attraverso un apposito sistema.

Le spedizioni non conformi ai nuovi requisiti avrebbero potuto essere respinte e restituite allo Stato interessato. L’amministrazione Trump ha difeso il piano come uno strumento per rafforzare l’integrità del voto e individuare eventuali irregolarità.

Gli Stati che hanno contestato il provvedimento hanno invece sostenuto che il governo federale stesse oltrepassando le proprie competenze e che l’introduzione delle nuove procedure a poche settimane dal voto avrebbe creato confusione, ritardi e il rischio di compromettere schede regolarmente espresse.

La Corte Suprema lascia in vigore il blocco

La decisione del 14 settembre è arrivata dopo che i tribunali federali avevano già fermato l’applicazione delle nuove regole.

Con un ordine non firmato, la Corte Suprema ha respinto la richiesta dell’amministrazione di sospendere l’ingiunzione del tribunale di grado inferiore. I giudici hanno stabilito che il governo ha poche probabilità di prevalere nel merito della controversia e che non sussistono le condizioni necessarie per concedere il provvedimento d’urgenza richiesto.

Il risultato concreto è che, per le elezioni di medio termine del 3 novembre, gli Stati potranno continuare a utilizzare le procedure di voto per corrispondenza già in vigore, senza dover introdurre le modifiche volute dall’amministrazione Trump a poche settimane dall’apertura delle urne. In diversi Stati, infatti, le operazioni relative al voto per posta erano già iniziate.

La Corte non ha tuttavia necessariamente chiuso ogni questione relativa alla possibilità di intervenire sul voto per corrispondenza in futuro. La posizione di Kavanaugh lascia infatti aperto uno spazio per una nuova valutazione della normativa qualora venisse introdotta con tempi e modalità differenti.

Lo scontro con la Corte va oltre il voto per posta

Nel suo messaggio, Trump ha allargato il fronte dello scontro citando anche altre recenti decisioni della Corte Suprema che hanno inciso su alcune delle principali politiche della sua amministrazione.

Il presidente ha menzionato in particolare le sentenze relative ai dazi e alla cittadinanza per nascita, sostenendo che anche quei pronunciamenti abbiano provocato danni enormi agli interessi americani. Trump ha accusato i giudici di essere stati condizionati dalla sinistra radicale e ha sostenuto che alcune loro decisioni potrebbero avere conseguenze per gli Stati Uniti per molti anni.

Il presidente ha inoltre affermato che la Corte abbia riportato il Paese indietro di decenni e che le sue decisioni potrebbero essere ricordate negativamente nella storia americana. “La Corte Suprema ha davvero deluso il nostro Paese”, ha scritto Trump, arrivando a definire alcuni recenti pronunciamenti tra i più dannosi mai adottati dall’istituzione.

Una tensione particolare con la Corte che Trump ha contribuito a costruire

Lo scontro assume una dimensione particolare perché l’attuale composizione della Corte Suprema è stata profondamente influenzata dalle nomine effettuate da Donald Trump durante il suo primo mandato.

Con Gorsuch, Kavanaugh e Barrett, Trump ha contribuito a consolidare una maggioranza conservatrice di sei giudici. La decisione sul voto per posta mostra tuttavia come quella maggioranza non costituisca un blocco monolitico: Kavanaugh ha condiviso il risultato della sentenza per ragioni legate soprattutto ai tempi di applicazione, mentre Alito e Thomas hanno sostenuto la posizione dell’amministrazione.

Il messaggio pubblicato oggi da Trump segna quindi un nuovo capitolo nel rapporto tra il presidente e la Corte Suprema. Dopo il no alle nuove restrizioni sul voto per posta, Trump ha scelto di contestare pubblicamente il verdetto e di mettere in discussione persino alcuni dei giudici da lui nominati, sostenendo che non siano più le persone che aveva incontrato quando ne valutò la candidatura.

“Non sono le persone che avevo intervistato” è così diventata la frase simbolo della reazione presidenziale alla decisione della Corte, in uno scontro destinato a proseguire anche oltre le elezioni di medio termine.