EUROPA 2026: I 27 SI PREPARANO ALL’ATTACCO IBRIDO. MA CHI DETIENE LA CATENA DI COMANDO?

di by Riccardo Cacelli, Observe · Connect · Enable

Dalle riunioni riservate degli ambasciatori europei agli scenari di crisi con vittime civili. Tra sovranità nazionale, Bruxelles e NATO, una domanda sulla responsabilità delle decisioni. E un’altra, ancora più importante, sul futuro della Diplomazia.


L’Europa si prepara a uno scenario che nessuno dovrebbe desiderare

Gli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’Unione Europea avrebbero partecipato a una serie di incontri riservati, senza telefoni cellulari né assistenti, per discutere come reagire a un attacco ibrido di grandi proporzioni, potenzialmente capace di provocare numerose vittime.

La notizia, riportata da POLITICO sulla base delle testimonianze di diplomatici e funzionari europei, apre una questione che va ben oltre la riservatezza delle riunioni.

L’Europa sta cercando di comprendere come affrontare una crisi nella quale sabotaggi, droni, attacchi informatici, interruzioni energetiche e operazioni di disinformazione potrebbero verificarsi contemporaneamente.

Non si tratta necessariamente di uno scenario di guerra convenzionale. E proprio questo rappresenta una delle difficoltà maggiori.

Un attacco potrebbe colpire infrastrutture civili, provocare vittime e compromettere servizi essenziali senza che sia immediatamente possibile identificarne l’autore, le motivazioni o l’eventuale collegamento con uno Stato straniero.

Ma il problema che emerge da queste discussioni è soprattutto istituzionale.

Chi decide? Chi coordina? Chi impartisce gli ordini? E chi risponde delle conseguenze?


Un attacco senza dichiarazione di guerra

Immaginiamo, per un momento, uno scenario esclusivamente ipotetico.

Un aeroporto internazionale europeo viene paralizzato dalla presenza di droni non identificati.
Nelle stesse ore, un attacco informatico interrompe l’erogazione di energia in alcune aree urbane.
Un’esplosione danneggia un’infrastruttura ferroviaria, provocando vittime.

Le autorità nazionali intervengono. I servizi di intelligence cercano di identificare i responsabili. I governi avviano consultazioni con i partner europei.

Intanto, sui social network si diffondono notizie contraddittorie, immagini non verificate e ricostruzioni che attribuiscono la responsabilità dell’accaduto a soggetti differenti.

È terrorismo? Sabotaggio? Un’operazione condotta da un servizio di intelligence? Un’aggressione riconducibile a uno Stato?

Oppure si tratta di eventi indipendenti che qualcuno cerca deliberatamente di presentare come un’unica operazione?

In uno scenario simile, la protezione della popolazione non potrebbe attendere la conclusione delle indagini.

Le autorità dovrebbero intervenire immediatamente, mentre l’attribuzione delle responsabilità potrebbe richiedere giorni, settimane o persino mesi.

Ed è qui che emerge il problema della catena di comando.


Bruxelles, governi nazionali e NATO: tre livelli, responsabilità differenti

L’Unione Europea dispone già di strumenti per affrontare emergenze complesse.

Tra questi figura l’Integrated Political Crisis Response (IPCR), un meccanismo destinato a facilitare il coordinamento politico tra gli Stati membri e le istituzioni europee durante le crisi di particolare gravità.

Esistono inoltre il Meccanismo unionale di protezione civile e altri strumenti di cooperazione per la sicurezza informatica, la resilienza delle infrastrutture e il contrasto alle minacce ibride.

Ma occorre chiarire un principio fondamentale.

Coordinare una crisi non significa necessariamente assumere il comando delle operazioni.

La sicurezza nazionale e l’ordine pubblico rimangono responsabilità degli Stati membri, secondo i rispettivi ordinamenti.

L’articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea prevede una clausola di solidarietà in caso di attacco terroristico o calamità naturale o provocata dall’uomo.

L’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione Europea disciplina invece l’assistenza reciproca qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata sul proprio territorio.

La NATO opera attraverso un differente quadro giuridico e politico-militare. L’articolo 4 del Trattato Nord Atlantico consente consultazioni quando uno Stato membro ritiene minacciate la propria integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza. L’articolo 5 disciplina la difesa collettiva in caso di attacco armato.

Questi strumenti non sono equivalenti e la loro applicazione dipende dalla natura della crisi e dalle decisioni delle autorità competenti.

Non esiste dunque un’unica catena di comando automaticamente applicabile a ogni possibile emergenza ibrida europea.

Esistono responsabilità nazionali, meccanismi di coordinamento europeo e strutture dell’Alleanza Atlantica che, in determinate circostanze, devono operare contemporaneamente.

La domanda non è soltanto se l’Europa sia preparata a intervenire. È se abbia chiarito sufficientemente come coordinare decisioni che appartengono a istituzioni differenti.


La risposta europea alle minacce ibride

Nel settembre 2026, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto di rafforzare gli strumenti comuni di risposta alle minacce ibride, attraverso procedure capaci di migliorare la cooperazione tra gli Stati membri.

Le discussioni riguardano scenari nei quali sabotaggi, attacchi informatici, incursioni di droni e manipolazioni informative potrebbero essere utilizzati per destabilizzare un Paese senza ricorrere a una dichiarazione formale di guerra.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche sulle riunioni riservate degli ambasciatori, tra le opzioni considerate figurerebbero l’impiego di squadre europee di supporto, la mobilitazione di finanziamenti straordinari e un coordinamento più rapido delle risposte istituzionali.

È tuttavia necessario distinguere tra proposte, strumenti già disponibili e decisioni formalmente adottate.

Non risultano elementi sufficienti per affermare che i governi abbiano approvato il trasferimento automatico del comando delle emergenze nazionali alle istituzioni di Bruxelles.

Ed è una distinzione essenziale.

Perché una maggiore cooperazione europea può essere perseguita senza che ciò comporti necessariamente una modifica delle competenze costituzionali degli Stati.


Il problema dell’attribuzione: quando il sospetto precede la prova

Negli ultimi anni, governi europei e istituzioni internazionali hanno denunciato ripetutamente attività di sabotaggio, cyberattacchi e operazioni ibride attribuite alla Russia.

Mosca ha respinto diverse accuse occidentali.

Le dichiarazioni dei governi rappresentano elementi rilevanti del confronto diplomatico, ma non possono essere automaticamente considerate equivalenti a un accertamento indipendente delle responsabilità.

Un conto è documentare un incidente.
Un altro è identificare chi lo abbia materialmente compiuto.
Un altro ancora è dimostrare l’esistenza di una decisione politica o militare riconducibile a uno Stato.

Questa distinzione diventa fondamentale quando dalle attribuzioni possono derivare sanzioni, contromisure o decisioni di natura militare.

La rapidità di una risposta non dovrebbe compromettere il rigore necessario per accertare le responsabilità.

Il rischio, altrimenti, è che un errore di valutazione contribuisca a trasformare una crisi circoscritta in una confrontazione internazionale molto più ampia.


E l’Italia? Chi assumerebbe le decisioni?

L’Italia possiede infrastrutture strategiche che rivestono un ruolo essenziale per l’economia nazionale ed europea.

Porti commerciali, aeroporti, reti ferroviarie, infrastrutture energetiche, telecomunicazioni e sistemi informatici costituiscono un insieme interconnesso.

Un attacco ibrido contro più infrastrutture potrebbe coinvolgere simultaneamente autorità di pubblica sicurezza, servizi di intelligence, Protezione Civile, strutture sanitarie e, quando necessario, Forze Armate.

La responsabilità delle decisioni rimarrebbe distribuita secondo le competenze previste dall’ordinamento italiano.

L’eventuale coinvolgimento delle istituzioni europee e della NATO dipenderebbe dalla natura degli eventi e dalle procedure applicabili.

Ma esiste una questione che riguarda direttamente i cittadini.
Quali informazioni verrebbero comunicate alla popolazione?
Chi assumerebbe la responsabilità politica delle misure straordinarie?
Quali controlli parlamentari sarebbero esercitati?
E come si garantirebbe che la necessaria riservatezza delle operazioni non si trasformi in una mancanza di trasparenza sulle decisioni?

La sicurezza non riguarda soltanto la capacità di intervenire.

Riguarda anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni chiamate a proteggerli.


La Diplomazia con la D maiuscola

Scrivere di questi scenari mi rattrista.

Mi rattrista constatare che, a oltre ottant’anni dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, l’Europa debba nuovamente interrogarsi su attacchi, vittime civili, sabotaggi e catene di comando.

Chi scrive è profondamente convinto del ruolo della Diplomazia, quella con la D maiuscola.

Una Diplomazia capace di prevenire i conflitti, mantenere aperti i canali di comunicazione anche tra Paesi contrapposti, individuare interessi comuni e cercare soluzioni politiche prima che le controversie si trasformino in tragedie umane.

Questo editoriale, come altri pubblicati su ItalyNews.it, nasce da una convinzione precisa: l’opinione pubblica ha il diritto di conoscere ciò che sta accadendo, comprendere le decisioni effettivamente adottate dalle istituzioni e distinguere i fatti dalle ipotesi e dalle dichiarazioni politiche.

Non desidero contribuire alla costruzione di una nuova letteratura bellica, simile a quella che, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, immaginava invasioni, guerre future e confronti militari tra le grandi potenze.

Non è questa la prospettiva dalla quale osservo gli avvenimenti internazionali.

Studiare gli scenari di crisi non significa auspicarli.
Analizzare le strutture militari e le catene di comando non significa considerare inevitabile un conflitto.
Informare sulle decisioni dei governi non significa necessariamente condividerle.

Significa offrire ai cittadini gli strumenti per comprendere, valutare e discutere democraticamente le scelte che possono influenzare il loro futuro.

Per chi scrive esiste un riferimento fondamentale: l’articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana.

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

La nostra Costituzione non si limita a esprimere il ripudio della guerra. Indica anche la prospettiva di un ordinamento internazionale capace di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni.

È un principio che considero attuale, nonostante i profondi cambiamenti geopolitici degli ultimi decenni.
Prepararsi a proteggere la popolazione è una responsabilità delle istituzioni.

Ma prevenire le condizioni che possono condurre a una guerra dovrebbe rappresentare una responsabilità altrettanto importante.

Vorrei che l’Europa dedicasse alla prevenzione dei conflitti almeno la stessa attenzione che oggi dedica alla preparazione delle proprie risposte alle crisi.


La domanda che vorrei non dover porre

Le riunioni riservate degli ambasciatori europei non dimostrano che una guerra sia imminente.

Dimostrano, secondo le informazioni giornalistiche disponibili, che i governi stanno prendendo in considerazione scenari nei quali la sicurezza della popolazione civile potrebbe essere gravemente compromessa.

È giusto che le istituzioni si preparino a proteggere i cittadini.

È altrettanto importante che i cittadini conoscano le responsabilità politiche e istituzionali di chi prende le decisioni.
Ma vorrei concludere con una domanda diversa da quella con cui abbiamo iniziato.

Non soltanto chi impartirebbe gli ordini in caso di un attacco ibrido.

Non soltanto chi coordinerebbe Bruxelles, i governi nazionali e la NATO.
E neppure soltanto chi risponderebbe delle decisioni adottate.

L’Europa si sta preparando a rispondere a una possibile guerra.
Ma chi, oggi, sta lavorando con altrettanta determinazione per impedirla?


Riccardo Cacelli
Analista di Geopolitica Internazionale
Urban Air Mobility Manager
Senior Advisor – Advanced Air Mobility Institute (Boston)

Fonti e riferimenti

  • POLITICO, 7 ottobre 2026 — ricostruzione delle riunioni riservate degli ambasciatori UE sulle minacce ibride con vittime.
  • Consiglio dell’Unione Europea — Integrated Political Crisis Response (IPCR), quadro istituzionale aggiornato al 6 luglio 2026.
  • Commissione europea, 6 ottobre 2026 — Crisis Communications Exercise: Hybrid Threats and Strengthening Democratic Resilience, esercitazione tenuta il 22–23 settembre.
  • Reuters, 16 settembre 2026 — proposta di Ursula von der Leyen per un protocollo europeo contro le minacce ibride.
  • Financial Times, 28 settembre 2026 — discussione sui meccanismi collettivi di risposta agli attacchi ibridi.
  • Reuters, 5 ottobre 2026 — dichiarazioni di Kaja Kallas sulle minacce ibride attribuite alla Russia.
  • Trattato sull’Unione Europea, articolo 42(7); Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, articolo 222; Trattato Nord Atlantico, articoli 4 e 5.

Nota metodologica: gli scenari operativi descritti sono ipotetici e non rappresentano previsioni di attacchi imminenti. Le informazioni sulle riunioni riservate sono attribuite alla stampa internazionale. Le proposte in discussione non vengono presentate come decisioni formalmente approvate.


#UnioneEuropea #Geopolitica #Diplomazia #Pace #Articolo11 #CostituzioneItaliana #MinacceIbride #SicurezzaEuropea #CatenaDiComando #NATO #Bruxelles #RelazioniInternazionali #PrevenzioneDeiConflitti #ItalyNews