Quando i cittadini smettono di credere nelle istituzioni

di by Riccardo Cacelli, Observe · Connect · Enable

Dalle proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori alla sfiducia dei giovani. La politica del XXI secolo deve imparare ad anticipare i problemi, spiegare le proprie decisioni e dimostrare i risultati. Prima che i cittadini scelgano la ribellione, la rassegnazione o la partenza.


La democrazia non si misura soltanto nelle urne

La crisi più pericolosa per una democrazia non comincia necessariamente nelle piazze.

Comincia quando i cittadini smettono di credere che le istituzioni siano capaci di ascoltarli, comprendere i loro problemi e correggere i propri errori.

Una democrazia può attraversare manifestazioni, conflitti politici e momenti di profonda difficoltà economica.

Ma che cosa accade quando i cittadini iniziano a convincersi che nulla possa realmente cambiare?

È una domanda che dovrebbe interessare l’intero mondo politico, senza distinzioni tra maggioranza e opposizione.

Perché la fiducia nelle istituzioni non si costruisce attraverso le dichiarazioni pubbliche. Si costruisce attraverso i comportamenti, le decisioni e soprattutto i risultati.


La luna e il dito

Quando una manifestazione degenera in violenza, le cronache raccontano gli scontri, gli arresti, i feriti e i danni provocati.

È doveroso farlo.
Ma siamo sicuri che questo basti a comprendere ciò che sta accadendo?

Mentre l’attenzione si concentra sulle tensioni nelle piazze, agricoltori e autotrasportatori denunciano difficoltà economiche che riguardano il costo dei carburanti, della produzione, dei trasporti e la sostenibilità delle loro attività.

Che cosa chiedono concretamente?
Da quanto tempo denunciano queste difficoltà?
Quali risposte hanno ricevuto?
Quante delle misure annunciate sono diventate operative?

E quanti dei finanziamenti stanziati hanno effettivamente raggiunto i destinatari?

Sono domande che meritano almeno la stessa attenzione riservata agli episodi di violenza.

La politica, tutta, è ancora capace di guardare la luna anziché fermarsi al dito che la indica?

E noi giornalisti siamo ancora capaci di raccontare le ragioni di una protesta, oltre alle sue conseguenze?

Non si tratta di giustificare la violenza.
Si tratta di evitare che la violenza di alcuni cancelli le richieste di tutti gli altri.

Una società democratica non dovrebbe aspettare che una protesta diventi violenta per considerare importanti le ragioni di chi manifesta pacificamente.


La politica deve prevedere, non soltanto reagire

Ma esiste una questione ancora più importante.

Chi ha la responsabilità di analizzare gli avvenimenti internazionali e valutarne preventivamente le conseguenze sull’economia e sulla società italiana?

Quali analisi sono state prodotte?
Quali scenari di rischio sono stati individuati?
Quali strategie sono state proposte per proteggere cittadini, lavoratori e imprese dalle conseguenze delle crisi geopolitiche, energetiche ed economiche?

E quali tattiche operative sono state predisposte per attuare quelle strategie, con responsabilità definite, risorse disponibili e tempi verificabili?

Le crisi internazionali non sono sempre prevedibili nella loro evoluzione. Ma i rischi che comportano possono essere studiati, valutati e, almeno in parte, mitigati.

Un Governo dispone di ministeri, strutture tecniche, organismi di analisi e strumenti di programmazione.
La questione non è dunque soltanto sapere se queste strutture esistano.

È comprendere che cosa abbiano prodotto, quali raccomandazioni abbiano formulato e in che misura tali raccomandazioni siano state tradotte in decisioni concrete.

Non si tratta di pretendere che la politica conosca il futuro.
Si tratta di chiedere che dimostri di prepararsi ad affrontarlo.

Perché esiste una differenza fondamentale tra strategia e gestione dell’emergenza.
La strategia individua gli obiettivi, valuta i rischi e prepara le possibili risposte.

La tattica traduce quelle scelte in interventi concreti, con strumenti, responsabilità e scadenze.

L’emergenza, invece, è la condizione nella quale spesso ci si trova quando la prevenzione non è stata sufficiente oppure quando si verificano eventi che superano le capacità di risposta previste.

Stiamo governando gli avvenimenti oppure ci limitiamo a inseguirli?


Portare la conoscenza nelle case degli italiani

Ma esiste un’ulteriore responsabilità, altrettanto importante.

Portare queste conoscenze nelle case degli italiani.

Non attraverso slogan, conferenze stampa o dichiarazioni destinate a occupare lo spazio di un telegiornale.

Attraverso un’informazione istituzionale chiara, accessibile e verificabile, che permetta a ogni cittadino di comprendere quali rischi il Paese stia affrontando, quali strategie siano state adottate, quali risultati siano attesi e quali siano stati effettivamente raggiunti.

Naturalmente, nel rispetto delle informazioni che devono rimanere riservate per ragioni di sicurezza nazionale.

Un agricoltore dovrebbe poter comprendere come le tensioni internazionali potrebbero influire sui costi della propria attività.
Un autotrasportatore dovrebbe conoscere non soltanto gli aiuti annunciati, ma anche le misure previste per affrontare le possibili crisi future.
Una famiglia dovrebbe poter comprendere quali conseguenze economiche potrebbero derivare da una crisi energetica e quali strumenti lo Stato abbia predisposto per limitarle.

E uno studente dovrebbe poter leggere e comprendere le ragioni delle decisioni che condizioneranno il suo futuro.

Perché la conoscenza non dovrebbe rimanere confinata nei ministeri, nelle commissioni parlamentari o nei documenti tecnici destinati agli specialisti.

Deve poter raggiungere i cittadini, nelle loro case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.

Non per convincerli che il Governo abbia sempre ragione.

Ma per consentire loro di valutare, discutere e, quando necessario, contestare le decisioni assunte.

Una democrazia non diventa più forte quando i cittadini credono a ciò che viene loro detto. Diventa più forte quando dispongono degli strumenti per verificare ciò che viene loro detto.


Una politica del Novecento per una società del XXI secolo?

Viviamo in un mondo profondamente diverso da quello del secolo scorso.

L’economia è globale. Le crisi energetiche attraversano le frontiere. L’intelligenza artificiale modifica il lavoro, la ricerca e le relazioni economiche. I cambiamenti climatici impongono decisioni che non possono essere continuamente rinviate.

Eppure, osservando il funzionamento delle istituzioni, viene talvolta da chiedersi se la politica abbia realmente compreso la portata di queste trasformazioni.

Non mi riferisco alla comunicazione.
Non mi interessa se un ministro utilizzi efficacemente i social network o se un partito abbia imparato a produrre video di trenta secondi.

Mi riferisco agli atti.
Alle leggi.
Alle procedure.
Ai tempi necessari perché una decisione diventi un risultato.

Una legge può essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale ed essere, contemporaneamente, incomprensibile alla maggioranza dei cittadini.

Articoli che rimandano ad altri articoli. Commi che modificano commi precedenti. Decreti attuativi che arrivano mesi dopo. Risorse stanziate che non sempre diventano tempestivamente disponibili.

Tutto formalmente corretto, forse.
Ma realmente comprensibile? Realmente efficace?

Non si tratta di eliminare le garanzie o di pretendere decisioni immediate.

Si tratta di chiedere che la complessità del diritto non diventi una barriera tra lo Stato e i cittadini.

La modernità della politica non dovrebbe misurarsi dalla velocità con cui comunica le proprie decisioni, ma dalla capacità di renderle comprensibili, attuabili e verificabili.


Quello studente di diciassette anni

Immaginiamo uno studente italiano.
Ha diciassette anni e frequenta un liceo.
Durante una lezione studia la Costituzione della Repubblica italiana.

Arriva all’articolo 11 e legge:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Torna a casa.
Accende il televisore e ascolta notizie sull’invio di aiuti militari italiani a un Paese coinvolto in una guerra.

Che cosa dovrebbe pensare?

La Costituzione distingue la guerra di aggressione dal diritto di difesa. Esistono principi del diritto internazionale che possono rendere legittimo il sostegno a uno Stato aggredito.

Ma chi si preoccupa di spiegarglielo?

Chi gli racconta quali iniziative diplomatiche siano state intraprese, quali alternative siano state considerate e quali risultati siano stati ottenuti?

E che cosa dovrebbe pensare quando legge le dichiarazioni di alti ufficiali militari europei, come il generale britannico Sir Roly Walker, che richiamano l’attenzione sulla necessità di prepararsi all’eventualità di un conflitto?

Quello studente non è soltanto italiano.
È anche cittadino europeo e vive in un Paese membro della NATO.

Quale futuro lo attende?
Quali responsabilità potrebbero derivare dalle decisioni assunte oggi?

E chi gli spiega la differenza tra deterrenza, preparazione militare e guerra?
Non basta affermare che una decisione è costituzionalmente legittima.

Bisogna essere capaci di spiegarne le ragioni.
Perché quello studente non è soltanto un futuro elettore.

È un cittadino che sta costruendo il proprio rapporto con la democrazia.
E dalla qualità delle risposte che riceverà potrebbe dipendere una parte della fiducia che riporrà nelle istituzioni.

A questo studente, alle sue domande e al futuro che l’Europa sta preparando alle nuove generazioni dedichero’  il mio prossimo editoriale:

«Ho diciassette anni. Mi state preparando un futuro o una guerra?»


Le cinque possibili reazioni

Davanti alla distanza che può percepire tra i principi studiati e le decisioni osservate, quello studente potrebbe reagire in modi differenti.

Potrebbe sentirsi confuso.
Potrebbe cercare di approfondire e comprendere.
Potrebbe perdere fiducia nelle spiegazioni istituzionali.
Potrebbe ribellarsi, decidendo di contestare apertamente decisioni che ritiene ingiuste.

Oppure potrebbe arrivare a una conclusione completamente diversa.

Andarsene.

Lasciare l’Italia.
Cercare altrove un futuro.

Non necessariamente perché non ami il proprio Paese.
Ma perché potrebbe non credere più che il proprio Paese sia capace di offrirgli le opportunità alle quali aspira.

La ribellione e la valigia

La storia europea dimostra che molte trasformazioni democratiche sono state accompagnate dalla mobilitazione delle giovani generazioni.

La protesta pacifica è un diritto.

La ribellione, quando si esprime attraverso strumenti democratici e nel rispetto dei diritti altrui, può rappresentare una richiesta di cambiamento.

La violenza è un’altra cosa. Non deve essere confusa con il dissenso.
Ma esiste anche una protesta che non produce rumore.
Non riempie le piazze.
Non compare nei titoli dei telegiornali.

È quella di chi decide di partire.

Il sociologo Albert O. Hirschman, nel suo libro Exit, Voice, and Loyalty, pubblicato nel 1970, descriveva due possibili risposte al deterioramento di un’organizzazione: esprimere il proprio dissenso per cambiarla oppure abbandonarla.

La voce e l’uscita.
La protesta e la partenza.

Naturalmente, non tutti coloro che emigrano lo fanno per sfiducia nelle istituzioni.
Si parte per amore, per curiosità, per studiare, per lavorare, per conoscere il mondo.

Ma si può partire anche perché non si intravede più una prospettiva soddisfacente nel proprio Paese.

Ed è su questa seconda possibilità che una democrazia dovrebbe interrogarsi.
Quanti giovani italiani scelgono l’estero per ampliare le proprie opportunità?

E quanti perché ritengono di non averne abbastanza in Italia?
Non sono domande alle quali possiamo rispondere attraverso impressioni o slogan.

Servono dati, ricerche e soprattutto la disponibilità ad ascoltare chi è partito.

Quando partire non significa smettere di amare il proprio Paese

Chi scrive vive fuori dall’Italia dal 2012.
Conosce quindi la condizione di chi osserva il proprio Paese anche da una prospettiva diversa, quella di chi vive all’estero.

Non intendo trasformare una scelta personale in una regola generale.
Ma una cosa credo di poterla affermare.

Si può lasciare l’Italia senza smettere di preoccuparsi del suo futuro.

Si può continuare a seguirne le vicende, a interrogarsi sulle decisioni politiche, a desiderare istituzioni più efficaci e una società capace di offrire maggiori opportunità alle nuove generazioni.

La distanza geografica non cancella necessariamente il senso di appartenenza.

Talvolta può persino rendere più evidente il confronto tra sistemi amministrativi, culture istituzionali e modi differenti di affrontare i problemi.

E forse proprio chi vive all’estero può contribuire al dibattito pubblico italiano attraverso la propria esperienza, senza pretendere che essa rappresenti quella di tutti.

La fiducia non si annuncia: si costruisce

Nel Rapporto Italia 2026, Eurispes registra una fiducia del 26,1% verso il Parlamento e del 32,1% verso il Governo. La magistratura raccoglie il 43,4% di giudizi positivi.

Altre istituzioni, come il Presidente della Repubblica e le forze dell’ordine, ottengono livelli di fiducia sensibilmente superiori.

Non siamo dunque davanti a un rifiuto generalizzato dello Stato.
Siamo davanti a un rapporto differenziato, che merita di essere studiato e compreso.

La fiducia non può essere imposta per legge.
Non nasce da un comunicato stampa.

Non aumenta automaticamente perché un rappresentante politico annuncia un tavolo di confronto.

Si costruisce quando una decisione viene spiegata, quando una promessa viene mantenuta, quando un errore viene riconosciuto e quando un cittadino riceve una risposta comprensibile.

Si costruisce quando un agricoltore comprende quali aiuti può ottenere e quando li riceverà.

Quando un autotrasportatore può programmare la propria attività senza dipendere da continue misure emergenziali.

Quando uno studente comprende perché le istituzioni assumono decisioni che sembrano contraddire i principi che ha studiato.

Quando un giovane può scegliere liberamente se costruire il proprio futuro in Italia oppure all’estero, senza sentirsi costretto a partire.


Il compito del giornalismo

Anche il giornalismo deve interrogarsi.

Raccontare una manifestazione significa documentare gli avvenimenti, compresi gli episodi di violenza.

Ma significa anche spiegare le ragioni della protesta, verificare le richieste degli organizzatori e controllare le risposte delle istituzioni.

Un giornalismo che racconta soltanto gli scontri rischia di offrire una rappresentazione incompleta del disagio sociale.
Un giornalismo che ignora la violenza per sostenere le ragioni dei manifestanti commette un errore altrettanto grave.

L’indipendenza non consiste nell’essere contrari al Governo o favorevoli all’opposizione.

Consiste nel mantenere la stessa capacità critica nei confronti di tutti.

Verificare. Comprendere. Spiegare.

E, quando necessario, porre domande alle quali la politica preferirebbe non rispondere.


Una domanda per l’Italia

Forse la domanda più importante non è se l’Italia abbia bisogno di una rivoluzione.

È se le sue istituzioni siano capaci di realizzare i cambiamenti necessari attraverso gli strumenti della democrazia.

Una democrazia non è un sistema nel quale non si commettono errori.
È un sistema nel quale gli errori possono essere riconosciuti e corretti.

Una società può attraversare crisi economiche, conflitti politici e momenti di profonda incertezza, se conserva la convinzione di poter affrontare e superare le proprie difficoltà.

Ma quando viene meno la fiducia nella possibilità stessa di cambiare, il rischio non è soltanto la protesta.

È la rassegnazione. È la rinuncia a partecipare.

È la decisione di cercare altrove ciò che non si ritiene più possibile costruire nel proprio Paese.

E allora, forse, dovremmo rivolgere alla politica italiana una domanda molto semplice.

Siete ancora capaci di ascoltare chi protesta, comprendere chi si ribella e domandarvi perché tanti cittadini decidano di partire?

Perché una democrazia dovrebbe preoccuparsi non soltanto di chi scende in piazza per chiedere risposte.

Dovrebbe preoccuparsi anche di chi ha smesso di chiederle.

E di chi, senza fare rumore, ha già preparato una valigia.


Riccardo Cacelli
Analista di Geopolitica Internazionale
ItalyNews.it


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