I generali parlano di guerra. Chi parla ai giovani europei di pace?

di by Riccardo Cacelli, Observe · Connect · Enable

Dall’Italia al Regno Unito, fino ai vertici della NATO, si moltiplicano gli interventi sulla preparazione militare e sulla sicurezza nazionale. Ma mentre l’Europa discute di deterrenza, armamenti e sacrifici, uno studente di diciassette anni continua a chiedere quale futuro gli adulti stiano costruendo.

Quello studente di diciassette anni

Nelle scorse ore, sulle pagine di ItalyNews.it, nel corso dell’editoriale sulle proteste degli ultimi giorni, ho immaginato uno studente italiano di diciassette anni.

Durante una lezione aveva aperto il libro di educazione civica e letto l’articolo 11 della Costituzione della Repubblica italiana:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Poi aveva rivolto una domanda agli adulti, ai governi e alle istituzioni europee:

«Ho diciassette anni. Mi state preparando un futuro o una guerra?»

Oggi torniamo da quel ragazzo.

Immaginiamo che sia domenica 18 ottobre 2026.

È a casa. Forse sta studiando, forse sta ascoltando musica, forse sta scorrendo le notizie sul proprio telefono.

Legge una dichiarazione del generale britannico Sir Roly Walker, capo dell’Esercito del Regno Unito.

Il generale ha avvertito che i soldati britannici potrebbero essere chiamati a combattere e che i responsabili politici dovranno parlare apertamente ai cittadini dei sacrifici necessari per rafforzare la difesa nazionale.

Il ragazzo si ferma.
Non è un commentatore televisivo. Non è un politico impegnato in una campagna elettorale.

È il capo dell’Esercito di uno dei principali Paesi europei e membri della NATO.
Poi scopre che non è il solo.

Anche il capo dell’Esercito italiano ha parlato pubblicamente della necessità di prepararsi alla guerra. Anche i vertici NATO hanno illustrato nuove strategie per affrontare un’eventuale aggressione.

Il diciassettenne torna a guardare il proprio libro di educazione civica.

E si domanda:

«Se tutti si stanno preparando alla guerra, chi sta lavorando per evitarla?»


Londra: i sacrifici richiesti ai cittadini

Il 16 ottobre, davanti a circa 700 militari riuniti nella guarnigione di Catterick, nel North Yorkshire, il generale Sir Roly Walker ha pronunciato un discorso che merita attenzione.

Ha richiamato la gravità del contesto internazionale e la possibilità che le Forze Armate britanniche debbano tornare a combattere.

Ma il passaggio politicamente più significativo riguarda la popolazione civile.

Secondo Walker, i responsabili politici dovranno avviare una discussione franca con i cittadini sui rischi che il Paese affronta e sui sacrifici necessari per attribuire maggiore priorità alla difesa e alla sicurezza.

È un cambiamento importante nel linguaggio pubblico.

La preparazione militare non viene più descritta soltanto come una questione di equipaggiamenti, addestramento e capacità operative.

Entra direttamente nel rapporto fra Stato e cittadini.

Quali sacrifici?

Maggiori spese militari? Nuove priorità di bilancio? Investimenti nella protezione delle infrastrutture? Un diverso coinvolgimento della popolazione nella sicurezza nazionale?

Le parole del generale non autorizzano a considerare già decise queste misure.

Ma rendono evidente che il tema sta uscendo dalle caserme per entrare nel dibattito democratico.


Italia: prepararsi alla guerra, sperando di non combatterla

Il 13 ottobre, durante la presentazione del CalendEsercito 2027, il generale Carmine Masiello, capo di Stato Maggiore dell’Esercito italiano, ha pronunciato parole altrettanto significative:

«L’esercito è tornato a occuparsi di guerra, dobbiamo prepararci sperando di non farla mai».

Una frase che va letta integralmente.

La prima parte richiama il ritorno della guerra fra le principali preoccupazioni della pianificazione militare.

La seconda esprime l’auspicio che quella preparazione non debba mai trasformarsi in combattimento.

Masiello ha inoltre richiamato la trasformazione tecnologica delle Forze Armate, il ruolo crescente dei droni e dei sistemi autonomi e la necessità di immaginare l’Esercito del 2040.

Sono considerazioni coerenti con le lezioni che gli apparati militari stanno traendo dal conflitto in Ucraina.

Ma è proprio qui che nasce una questione politica.

Se gli eserciti europei stanno modificando la propria organizzazione in funzione di scenari più pericolosi, i cittadini devono poter conoscere gli obiettivi, i costi e le conseguenze di queste trasformazioni.


La NATO e la teoria della vittoria

Il 12 ottobre, al Warsaw Security Forum, il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha illustrato quella che ha definito Theory of Victory.

Il principio è chiaro: impedire che un eventuale attacco contro un Paese NATO possa raggiungere i propri obiettivi.

La strategia descritta prevede la capacità di fermare un’aggressione iniziale, impedirne la prosecuzione e, se necessario, neutralizzare le capacità militari che la sostengono.

Grynkewich ha ribadito che la NATO è un’alleanza difensiva e che non cerca un conflitto.

Ha inoltre precisato di non considerare la guerra imminente o inevitabile.

Queste precisazioni sono fondamentali.

Prepararsi a respingere un’aggressione non significa volerla provocare.

Il 10 ottobre, anche l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare NATO, aveva sostenuto che una deterrenza credibile richiede la capacità di dimostrare a un potenziale aggressore l’impossibilità di conseguire una vittoria.

È una logica militare conosciuta: scoraggiare un attacco rendendone insostenibili i costi.

Ma la deterrenza, per quanto importante, non esaurisce la politica di sicurezza.

La domanda resta: quali strumenti diplomatici accompagnano questa preparazione?


Le dichiarazioni dei vertici militari: settembre–ottobre 2026

La seguente tabella riassume alcuni degli interventi pubblici più significativi per comprendere l’evoluzione del dibattito sulla sicurezza europea.

Data Protagonista / Istituzione Intervento o tema principale
1 ottobre Richard Knighton, capo della Difesa britannica, e Michael Claesson, comandante delle Forze Armate svedesi Rafforzamento della sicurezza dell’Europa settentrionale, cooperazione militare e resilienza civile.
1 ottobre Vertici militari italiani — Senato della Repubblica Audizione parlamentare sul DDL 2028, relativo al rafforzamento della capacità di difesa nazionale.
10 ottobre Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare NATO La capacità di difendersi e prevalere in caso di aggressione come fondamento della deterrenza.
12 ottobre Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa Presentazione della Theory of Victory: impedire il successo di un attacco contro la NATO.
13 ottobre Carmine Masiello, capo dell’Esercito italiano Preparazione militare ai nuovi scenari, con l’auspicio di non dover combattere.
16 ottobre Roly Walker, capo dell’Esercito britannico Possibilità di futuri combattimenti e necessità di discutere con i cittadini dei sacrifici per la difesa.
17 ottobre Peter Ricketts, ex consigliere britannico per la sicurezza nazionale Rischi di attacchi ibridi contro infrastrutture e necessità di rafforzare la resilienza civile.

Nota: gli interventi hanno natura e contenuti differenti. L’audizione del Senato è un evento parlamentare, non una dichiarazione collettiva sulla guerra; Ricketts è un ex responsabile della sicurezza nazionale, non un generale in servizio. La successione degli eventi non dimostra l’esistenza di una strategia comunicativa coordinata.


Il Parlamento italiano discute il rafforzamento della difesa

Il 1° ottobre 2026, la Commissione Affari esteri e difesa del Senato ha ascoltato alcuni dei massimi responsabili militari italiani nell’ambito dell’esame del disegno di legge n. 2028, dedicato al rafforzamento e all’adeguamento della capacità di difesa nazionale.

Fra gli auditi figuravano il capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano, il capo dell’Esercito Carmine Masiello, i vertici di Marina e Aeronautica, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e il direttore nazionale degli Armamenti.

L’audizione è disponibile integralmente sulla WebTV del Senato.

È un documento istituzionale importante perché mostra che, mentre nel dibattito internazionale si discute di deterrenza e preparazione militare, anche il Parlamento italiano sta esaminando proposte relative all’organizzazione della difesa nazionale.

Non significa che il Parlamento abbia deciso di preparare l’Italia a una guerra imminente.

Significa che il tema della capacità di difesa è oggetto di un confronto legislativo concreto.

Ed è proprio su questi passaggi che l’informazione dovrebbe concentrare maggiore attenzione.

Quali capacità si intendono rafforzare?
Quali risorse saranno necessarie?

Quali conseguenze potranno derivarne per la società civile?
E quale rapporto esiste fra le scelte militari e gli obiettivi diplomatici dell’Italia?

Sono domande legittime in una democrazia.


La guerra non comincia necessariamente con un colpo di cannone

Esiste un altro elemento che accomuna molte delle dichiarazioni recenti.

La sicurezza nazionale non viene più descritta soltanto attraverso eserciti, flotte e aeronautiche.

Si parla sempre più spesso di infrastrutture energetiche, reti digitali, sistemi bancari, telecomunicazioni, porti, aeroporti, trasporti e catene di approvvigionamento.

Il 17 ottobre, Lord Peter Ricketts, già consigliere per la sicurezza nazionale britannica, ha richiamato l’attenzione sui rischi rappresentati dagli attacchi ibridi.

Un’interruzione prolungata della rete elettrica, un attacco informatico contro infrastrutture critiche o il blocco di sistemi logistici possono avere conseguenze significative sulla vita quotidiana.

Non ogni incidente è un sabotaggio. Non ogni malfunzionamento è un’operazione ostile.
L’attribuzione delle responsabilità richiede sempre prove.

Ma la crescente dipendenza delle società moderne da infrastrutture interconnesse rappresenta una vulnerabilità che gli Stati devono affrontare.

In questa prospettiva, la sicurezza diventa anche una questione civile, industriale, economica e sociale.


Il costo della sicurezza e quello della fragilità sociale

Quando un generale parla di sacrifici, la politica deve spiegare ai cittadini che cosa significhi concretamente.

Perché le risorse pubbliche non sono illimitate.

In molti Paesi europei famiglie e imprese affrontano difficoltà legate al costo della vita, all’energia, al credito e alla competitività economica.

Agricoltori, autotrasportatori, studenti e lavoratori manifestano preoccupazioni differenti, ma spesso accomunate dall’incertezza sul futuro.

Sarebbe scorretto sostenere che queste proteste siano automaticamente collegate alla politica di difesa.
Sarebbe altrettanto scorretto ignorare che le scelte di bilancio vengono compiute all’interno della stessa società.

La difesa nazionale richiede risorse.

Ma anche la sanità, l’istruzione, le infrastrutture e la coesione sociale contribuiscono alla sicurezza di un Paese.

Una società economicamente fragile e profondamente sfiduciata può incontrare maggiori difficoltà nell’affrontare una crisi.

Per questo il confronto sui sacrifici non può essere ridotto a una contrapposizione fra chi sostiene le Forze Armate e chi chiede maggiori investimenti sociali.

Il problema è definire priorità, responsabilità e obiettivi attraverso un confronto democratico trasparente.


E la diplomazia?

Qui arriviamo al punto che considero centrale.

Chi scrive è convinto del ruolo della Diplomazia, quella con la D maiuscola.

Non di una diplomazia fatta soltanto di dichiarazioni, comunicati e incontri fotografici.

Ma di una diplomazia capace di affrontare interessi contrapposti, mantenere aperti canali di comunicazione, negoziare accordi verificabili e ridurre il rischio di errori di valutazione.

La deterrenza può contribuire a impedire un’aggressione.
La preparazione civile può limitare le conseguenze di una crisi.
Le alleanze possono rafforzare la sicurezza collettiva.

Ma nessuno di questi strumenti dovrebbe sostituire la ricerca di soluzioni politiche.

In Europa conosciamo il prezzo delle guerre.
Lo conosciamo attraverso la storia del Novecento e lo vediamo oggi nelle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina.

La pace non può essere affidata soltanto alla speranza.
Richiede iniziative, responsabilità e risultati verificabili.

E la diplomazia non deve essere considerata un segno di debolezza.

Può essere, al contrario, uno degli strumenti più impegnativi della sicurezza internazionale.


L’articolo 11 non è un ricordo del passato

Torniamo per un momento alla Costituzione italiana.

L’articolo 11 non contiene soltanto il ripudio della guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali.

Prevede anche, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.

E promuove le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

È un articolo che invita a riflettere contemporaneamente sulla pace, sul diritto internazionale e sulla cooperazione fra gli Stati.

Non equivale a un divieto generale di difesa del territorio nazionale.
Ma neppure può essere ridotto a una formula cerimoniale da ricordare soltanto nelle ricorrenze istituzionali.

È una disposizione costituzionale che dovrebbe accompagnare il dibattito sulle scelte di politica estera e di sicurezza.

Soprattutto quando quelle scelte vengono presentate alle nuove generazioni.


Chi sta preparando il futuro?

Il nostro studente di diciassette anni ha ascoltato i generali.

Ha letto le dichiarazioni britanniche.
Ha scoperto la strategia illustrata dal comandante NATO.
Ha appreso che anche l’Esercito italiano si sta preparando a scenari più complessi.

E ha visto che il Parlamento sta discutendo il rafforzamento della capacità di difesa nazionale.

Non è ingenuo.
Comprende che uno Stato debba proteggere i propri cittadini.
Comprende che esistano minacce reali.
Comprende persino che la preparazione militare possa contribuire a prevenire un conflitto.

Ma non vuole che la parola guerra diventi così abituale da sembrare inevitabile.

Perché a diciassette anni si dovrebbe poter immaginare di studiare, lavorare, viaggiare, innamorarsi, costruire una famiglia o scegliere una strada completamente diversa.

Si dovrebbe poter discutere del proprio futuro senza considerare normale l’eventualità di doverlo interrompere per andare a combattere.

Il ragazzo richiude il libro di educazione civica.
Poi rivolge agli adulti un’ultima domanda:

«Non vi sto chiedendo di lasciarci indifesi. Vi sto chiedendo di non considerare inevitabile la guerra.»

È una richiesta semplice.
Ma contiene una responsabilità enorme.
Perché prepararsi a difendere la pace può essere necessario.

Rassegnarsi all’idea della guerra sarebbe un’altra cosa.


Riccardo Cacelli
Analista di Geopolitica Internazionale
Urban Air Mobility Manager
Senior Advisor — AAM Institute, Boston


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