Riciclare molto non significa necessariamente utilizzare al meglio ciò che viene riciclato. È il paradosso con il quale si avvia alla chiusura il 2026 europeo degli inerti: mentre il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione ha raggiunto livelli elevati in numerosi Paesi, la nuova frontiera dell’economia circolare si sposta sulla qualità del riciclo e sulla capacità di riportare effettivamente i materiali recuperati nei nuovi cicli produttivi.
È un tema sul quale il Gruppo Seipa aveva richiamato l’attenzione già all’inizio dell’anno e che oggi trova un significativo riscontro anche nelle più recenti analisi europee.
Il Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea ha evidenziato come l’Unione abbia compiuto progressi nella gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione, ma debba ancora fare di più per favorire la preparazione al riutilizzo e il riciclo di alta qualità.
Una parte rilevante del recupero continua infatti a essere assorbita da applicazioni a minore valore aggiunto e dal riempimento, mentre lo sviluppo di mercati solidi per le materie recuperate rimane uno dei nodi della transizione.
«Il dato quantitativo è indispensabile, ma non racconta da solo quanto sia circolare una filiera. La domanda successiva deve essere: che cosa diventa il materiale dopo essere stato recuperato?» osservano gli analisti del Gruppo Seipa.
I rifiuti da costruzione e demolizione rappresentano oltre un terzo di tutti i rifiuti generati nell’Unione Europea e costituiscono uno dei maggiori flussi di materiali sui quali intervenire per aumentare la circolarità dell’economia.
Il quadro europeo resta però fortemente differenziato. Secondo la Commissione europea, i livelli di riciclo e recupero di materia dei C&D variano considerevolmente tra gli Stati membri, passando da valori inferiori al 10% a livelli superiori al 90%.
Ma è soprattutto la destinazione del materiale recuperato a rappresentare la nuova frontiera. Il recente studio del JRC individua infatti tra i problemi ancora aperti il valore economico relativamente basso di molti materiali recuperati, la crescita dei quantitativi prodotti, alcune barriere culturali e formative e mercati delle materie seconde ancora insufficientemente sviluppati. La questione europea si sposta così progressivamente dalla quantità alla qualità del riciclo.
In questo quadro l’Italia presenta numeri significativi: il tasso di riciclo dei rifiuti C&D ha raggiunto l’82,4%, calcolato al netto di terre e rocce e dei fanghi di dragaggio, superando ampiamente l’obiettivo europeo del 70%.
È un risultato importante, ma apre una seconda domanda: quanta parte della materia recuperata riesce a trovare applicazioni capaci di sostituire effettivamente nuove risorse naturali?
«L’Italia ha dimostrato di saper recuperare una quota molto elevata dei rifiuti da costruzione e demolizione. Il passaggio successivo consiste nel creare una domanda sempre più strutturale di aggregati riciclati e nel portarli, quando possiedono le caratteristiche richieste, dentro i normali flussi di approvvigionamento dei cantieri» sottolineano gli specialisti del Gruppo Seipa.
Non tutto il riciclo ha lo stesso valore. Ed è proprio questa distinzione a cambiare la prospettiva. Utilizzare un materiale recuperato per un’applicazione tecnicamente meno esigente può comunque evitare lo smaltimento e rappresentare un risultato ambientale positivo. Ma un’economia realmente circolare punta anche a conservare il più possibile il valore della materia, ampliando gli utilizzi nei quali i materiali riciclati possono sostituire risorse naturali.
La stessa Commissione europea individua nella fiducia nella qualità dei materiali riciclati uno degli elementi essenziali per aumentarne l’utilizzo nel settore delle costruzioni. Per il Gruppo Seipa è questo uno dei passaggi decisivi: non considerare il recupero come il punto di arrivo della filiera, ma come l’inizio di un secondo ciclo industriale.
È una trasformazione che il Gruppo Seipa ha sperimentato direttamente. Nel 2025 gli impianti del gruppo hanno prodotto oltre 320 mila tonnellate di aggregati inerti riciclati, contro circa 30 mila tonnellate nel 2008. Nello stesso anno il tasso di reimpiego degli aggregati riciclati prodotti ha raggiunto il 100%, mentre il 75% dei materiali in uscita dagli insediamenti industriali è risultato di natura riciclata.
Circa 60 mila tonnellate, pari al 18% degli aggregati inerti riciclati prodotti nel 2025, sono state inoltre destinate ad applicazioni a maggiore valore aggiunto, tra cui produzioni di premiscelati, misti e conglomerati bituminosi.
Per il gruppo, il progressivo ampliamento degli sbocchi industriali rappresenta uno dei passaggi necessari per ridurre la dipendenza dalle materie prime naturali e trasformare il recupero in una vera filiera produttiva.
«Il punto non è contrapporre materia naturale e materia riciclata, ma utilizzare ciascuna risorsa dove è tecnicamente appropriata. Ogni volta che un aggregato riciclato può svolgere correttamente la funzione richiesta, si apre la possibilità di conservare materia naturale e valorizzare quella che altrimenti avrebbe concluso il proprio ciclo» osservano gli specialisti del Gruppo Seipa.
La questione non riguarda soltanto gli impianti. Perché gli aggregati riciclati possano trovare un impiego più ampio occorre che domanda e offerta riescano a incontrarsi: progettazione, capitolati, caratteristiche tecniche, disponibilità territoriale degli impianti, logistica, controlli di qualità e fiducia degli utilizzatori diventano parti dello stesso sistema.
È anche per questo che il nuovo orientamento europeo insiste sempre più sulla necessità di sviluppare mercati efficienti per le materie seconde.
Il Joint Research Centre sta inoltre lavorando allo sviluppo di criteri europei “End-of-Waste” per i rifiuti da costruzione e demolizione, con l’obiettivo di contribuire a rimuovere gli ostacoli alla circolazione dei materiali recuperati di qualità e favorire il mercato delle materie prime seconde.
A fine 2026, dunque, il paradosso individuato all’inizio dell’anno dal Gruppo Seipa non è scomparso. È diventato più preciso.
L’Europa ha costruito una capacità significativa di recuperare i materiali provenienti da costruzioni e demolizioni, ma la nuova frontiera è aumentare il riutilizzo e il riciclo di qualità, sviluppare mercati più maturi per i materiali recuperati e ridurre il ricorso alle risorse naturali quando esistono alternative tecnicamente idonee.
Per il Gruppo Seipa sarà questa una delle sfide industriali del 2027: passare sempre più dalla logica del rifiuto recuperato a quella della materia nuovamente disponibile. Perché la circolarità non si misura soltanto da ciò che non finisce in discarica. Si misura anche da quanto valore riusciamo a conservare quando una materia comincia il suo secondo ciclo.