Ordini professionali, opportunità negate, burocrazia e privilegi. È possibile cambiare profondamente il rapporto tra cittadini e Stato senza rinunciare alla democrazia?
Mario ha diciassette anni. E vuole costruire il proprio futuro.
Mario ha diciassette anni.
Nei primi due editoriali (Italia 2026 — E se capitasse anche a me? e Italia 2026La politica parla. Ma ascolta?) Mario lo abbiamo incontrato mentre si interrogava sulla giustizia, sulla guerra, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla capacità della politica di ascoltare i giovani.
Oggi Mario guarda al proprio futuro.
Tra pochi mesi dovrà prendere decisioni importanti.
Continuare gli studi? Iscriversi all’università?
Cercare un lavoro? Avviare un’attività?
Non sa ancora quale professione sceglierà.
Ma una cosa gli sembra chiara: vorrebbe vivere in un Paese nel quale il suo futuro dipenda soprattutto dall’impegno, dalle capacità e dalle scelte che farà.
A scuola ha studiato l’articolo 3 della Costituzione italiana.
Ricorda soprattutto il secondo comma:
«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
Mario rilegge quelle parole.
Rimuovere gli ostacoli.
Non semplicemente dichiarare che tutti sono uguali.
Ma intervenire affinché le condizioni economiche e sociali non impediscano alle persone di sviluppare le proprie capacità.
E allora comincia a osservare come funziona realmente il Paese nel quale vive.
Studiare non basta?
Immaginiamo che Mario decida di diventare un professionista.
Potrebbe scegliere medicina, ingegneria, architettura, giurisprudenza o un’altra disciplina.
Studierà per anni. Affronterà esami universitari, tirocini, eventuali percorsi di specializzazione.
Ma in numerose professioni, dopo aver conseguito il titolo di studio, dovrà soddisfare ulteriori requisiti per poter esercitare.
Esami di Stato, iscrizioni ad albi, periodi di pratica, procedure di accesso.
Molte di queste regole hanno finalità precise: tutelare i cittadini, verificare le competenze e garantire responsabilità professionali.
Sarebbe sbagliato considerarle tutte inutili.
Ma è altrettanto legittimo domandarsi se ogni requisito sia ancora proporzionato allo scopo per il quale è stato introdotto.
Questo sistema garantisce realmente la qualità dei servizi oppure, in alcuni casi, rappresenta un’ulteriore barriera all’accesso alla professione, imponendo esami e selezioni dopo anni di studi universitari, prima di poter entrare in una ristretta cerchia di professionisti?
È una domanda che riguarda non soltanto i giovani, ma anche la competitività del Paese.
Ordini professionali: tutela o barriera?
L’Italia presenta una struttura articolata di ordini e collegi professionali.
Secondo una ricognizione comparativa pubblicata da AdEPP Europa nel 2025, il numero delle categorie organizzate in ordini o collegi nei Paesi esaminati presenta differenze significative.
| Paese | Categorie professionali organizzate in ordini o collegi |
|---|---|
| Italia | 30 |
| Portogallo | 16 |
| Spagna | 15 |
| Polonia | 14 |
| Germania | 11 |
| Francia | 11 |
| Romania | 11 |
Fonte: AdEPP Europa, ricognizione 2025. Il confronto riguarda le categorie classificate come ordini o collegi secondo i criteri adottati dalla fonte, non il numero complessivo delle professioni regolamentate. Le strutture nazionali non sono necessariamente equivalenti.
Questi numeri non dimostrano che il sistema italiano sia peggiore di quello degli altri Paesi.
E non dimostrano che un numero inferiore di ordini garantisca automaticamente una maggiore qualità dei servizi o una migliore accessibilità delle professioni.
Ma suggeriscono una domanda.
Perché l’Italia ha sviluppato un sistema così articolato?
Quali benefici produce per i cittadini?
Quali costi comporta per chi desidera iniziare una professione?
E soprattutto: esistono requisiti che potrebbero essere semplificati senza ridurre la qualità e la sicurezza dei servizi?
Il punto non dovrebbe essere abolire indiscriminatamente gli ordini professionali.
Dovrebbe essere verificare, con dati pubblici e confrontabili, quali regole tutelino realmente l’interesse generale e quali possano costituire ostacoli non più giustificati.
Il merito e le condizioni di partenza
Mario immagina di voler diventare notaio.
Scopre che in Italia l’accesso alla professione avviene attraverso un concorso pubblico particolarmente selettivo.
Non si diventa notai per successione ereditaria.
La professione non si trasmette automaticamente dai genitori ai figli.
Ma Mario si pone un’altra domanda.
Chi cresce in una famiglia di notai può disporre di una conoscenza più diretta della professione, di risorse economiche per prepararsi e di relazioni utili per orientarsi.
Chi proviene da una famiglia con minori disponibilità potrebbe dover conciliare lo studio con un lavoro, sostenere maggiori sacrifici o rinunciare al percorso.
Questo non significa che i figli dei professionisti siano meno meritevoli.
Significa che il merito non può essere valutato ignorando le differenze nelle condizioni di partenza.
Ed è qui che l’articolo 3 della Costituzione torna a essere centrale.
Garantire formalmente a tutti la possibilità di partecipare a una selezione non significa necessariamente assicurare a tutti condizioni equivalenti per prepararsi.
E queste ulteriori selezioni garantiscono davvero il merito oppure rischiano di favorire chi dispone già delle risorse economiche e delle relazioni familiari necessarie per affrontarle?
Una società che vuole valorizzare il talento dovrebbe preoccuparsi anche di chi possiede le capacità, ma non i mezzi per dimostrarle.
Lo Stato che il cittadino deve imparare a decifrare
Mario diventa maggiorenne.
Comincia a lavorare, forse apre una partita IVA, forse decide di avviare una piccola impresa.
Scopre che per svolgere molte attività non basta conoscere il proprio mestiere.
Deve imparare a orientarsi tra norme, autorizzazioni, adempimenti, scadenze, comunicazioni e procedure amministrative.
In alcuni casi dovrà rivolgersi a un commercialista, a un consulente o a un professionista specializzato.
È comprensibile che uno Stato moderno abbia regole complesse.
La fiscalità, la tutela del lavoro, la sicurezza e la protezione dei consumatori richiedono competenze e controlli.
Ma una domanda rimane.
È il cittadino che deve imparare a comprendere una pubblica amministrazione sempre più complessa, oppure è la pubblica amministrazione che dovrebbe organizzarsi per essere comprensibile al cittadino?
La qualità di un sistema amministrativo non si misura soltanto dal numero di servizi digitalizzati.
Si misura anche dalla facilità con cui una persona può comprendere i propri obblighi, esercitare i propri diritti e correggere un errore.
Semplificare non significa eliminare le garanzie.
Significa evitare che la complessità diventi essa stessa una barriera.
La PEC: quando comunicare con lo Stato diventa complicato
Mario sta per diventare maggiorenne.
Presto dovrà confrontarsi direttamente con la pubblica amministrazione: documenti, comunicazioni, richieste, scadenze e adempimenti.
Scopre così l’esistenza della Posta Elettronica Certificata, la PEC.
Uno strumento che permette di inviare comunicazioni elettroniche con garanzie giuridiche relative all’invio e alla consegna.
In Italia, imprese e professionisti sono tenuti a dotarsi di un domicilio digitale secondo le disposizioni applicabili. Per i cittadini, invece, l’elezione del domicilio digitale attraverso INAD è facoltativa.
Mario scopre che, per registrare il proprio domicilio digitale, deve disporre di una casella PEC, generalmente fornita da un operatore commerciale a pagamento.
E si domanda:
«Se lo Stato conosce già la mia identità, perché devo procurarmi un servizio aggiuntivo, spesso a pagamento, per ricevere le sue comunicazioni ufficiali?»
Non contesta l’utilità della PEC.
Si chiede se sia questo il modo più semplice per organizzare i rapporti digitali tra cittadini e istituzioni.
Come comunicano gli altri cittadini europei con lo Stato?
Mario scopre che in Europa esistono modelli differenti.
Alcuni Paesi utilizzano caselle digitali integrate nei servizi pubblici. Altri hanno sviluppato sistemi di recapito elettronico certificato, collegati all’identità digitale.
| Paese | Sistema | Caratteristiche principali |
|---|---|---|
| Italia | PEC / INAD | Il cittadino può eleggere un domicilio digitale utilizzando una PEC, normalmente acquistata presso un gestore. |
| Austria | Mein Postkorb | Casella digitale integrata nei servizi pubblici, accessibile attraverso l’identificazione elettronica. |
| Spagna | DEHú | Punto centralizzato per consultare notifiche e comunicazioni delle amministrazioni pubbliche. |
| Polonia | e-Doręczenia | Sistema di recapito elettronico con valore legale, che comprende anche un servizio pubblico per comunicare con le amministrazioni. |
Fonti istituzionali: AgID e INAD (Italia); oesterreich.gv.at (Austria); Administración Digital (Spagna); gov.pl (Polonia). I sistemi presentano requisiti, costi, ambiti di applicazione e garanzie giuridiche differenti.
Il confronto non dimostra che un sistema sia automaticamente migliore degli altri.
Ma suggerisce una questione concreta.
Perché non progettare le comunicazioni pubbliche partendo dalle esigenze dei cittadini, anziché chiedere ai cittadini di adattarsi continuamente alle procedure delle amministrazioni?
Mario immagina un servizio pubblico nel quale ogni persona possa accedere, attraverso la propria identità digitale, a una casella istituzionale sicura e gratuita per le comunicazioni essenziali.
Un luogo digitale nel quale trovare documenti, notifiche e scadenze, con istruzioni comprensibili e strumenti di assistenza.
Naturalmente, un sistema del genere dovrebbe garantire riservatezza, sicurezza informatica, accessibilità e alternative per chi non utilizza internet.
Perché la digitalizzazione non deve creare nuove esclusioni.
La vera innovazione digitale non consiste nell’obbligare il cittadino ad adattarsi alla tecnologia dello Stato. Consiste nel progettare una tecnologia pubblica capace di adattarsi alle esigenze del cittadino.
Quando un diritto esiste, ma esercitarlo è difficile
Mario comincia a comprendere che le questioni affrontate nei tre editoriali hanno qualcosa in comune.
La Costituzione riconosce il diritto alla salute.
Ma un cittadino può incontrare difficoltà nell’ottenere una visita medica in tempi adeguati.
La Costituzione riconosce il diritto di difesa.
Ma affrontare un procedimento giudiziario può richiedere risorse economiche e competenze che non tutti possiedono nella stessa misura.
La Costituzione afferma il principio di uguaglianza.
Ma le condizioni familiari ed economiche possono influenzare profondamente le opportunità professionali.
Lo Stato digitalizza i propri servizi.
Ma non sempre riesce a renderli semplici e accessibili.
Mario non conclude che tutte le istituzioni funzionino male.
Sa che esistono magistrati, medici, insegnanti, funzionari pubblici e professionisti che svolgono il proprio lavoro con competenza e dedizione.
Comprende però che tra il riconoscimento formale di un diritto e la possibilità concreta di esercitarlo può esistere una distanza considerevole.
Ed è proprio quella distanza che una democrazia dovrebbe cercare di ridurre.
Una rivoluzione pacifica e non violenta
La parola rivoluzione può evocare immagini di barricate, scontri e violenza.
Ma non tutte le rivoluzioni devono nascere dalla distruzione.
Esistono trasformazioni profonde che si realizzano attraverso la cultura, la conoscenza, il confronto pubblico, le riforme e la partecipazione democratica.
Mario non vuole abbattere le istituzioni.
Vuole poter credere in esse.
Non vuole rinunciare alle regole.
Vuole comprenderle e sapere che vengono applicate in modo equo.
Non pretende che lo Stato gli garantisca il successo.
Chiede che non gli vengano imposti ostacoli ingiustificati lungo il percorso.
Non vuole privilegi.
Vuole opportunità.
Quella di cui Mario sente il bisogno è una rivoluzione pacifica, non violenta, culturale e democratica.
Una trasformazione del rapporto tra cittadini e istituzioni.
Uno Stato che non si limiti a chiedere il rispetto delle regole, ma si impegni a renderle comprensibili, proporzionate e accessibili.
Una politica che non ascolti i giovani soltanto durante le campagne elettorali o dopo gli episodi di violenza.
Una pubblica amministrazione che consideri la semplicità un valore e non un’eccezione.
Un sistema professionale nel quale la tutela dei cittadini e la valorizzazione del merito possano convivere con opportunità effettive di accesso.
Una giustizia indipendente, capace di spiegare le proprie decisioni attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento e di correggere gli errori quando vengono accertati.
Una sanità nella quale la possibilità di ricevere cure tempestive non dipenda prevalentemente dalle disponibilità economiche.
Non sono obiettivi semplici.
Richiedono risorse, decisioni politiche, responsabilità amministrative e partecipazione dei cittadini.
Ma proprio per questo non possono essere ridotti a slogan.
Mario non chiede una rivoluzione contro lo Stato
Mario ha ancora diciassette anni.
Tra qualche tempo diventerà maggiorenne.
Potrà votare, lavorare, studiare, costruire una famiglia, avviare un’impresa e partecipare più direttamente alla vita democratica.
Avrà diritti e doveri.
Dovrà assumersi le proprie responsabilità.
Ma vorrebbe che anche le istituzioni fossero disposte a interrogarsi sulle proprie.
Nei tre editoriali Mario ha posto domande sulla giustizia, sulla guerra, sulle proteste, sulla politica e sulle opportunità.
Non ha ricevuto risposte semplici.
Forse perché non esistono.
Ma ha compreso qualcosa.
La democrazia non è soltanto un sistema di istituzioni, elezioni e leggi.
È anche un rapporto di fiducia tra chi governa e chi è governato.
Una fiducia che non può essere imposta per legge.
Deve essere costruita, dimostrata e rinnovata attraverso i comportamenti e le decisioni.
L’ultima domanda di Mario
Torniamo per un momento all’articolo 3 della Costituzione.
La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano, di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Mario si domanda se, dopo quasi ottant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, quel principio sia diventato una priorità quotidiana dell’azione pubblica.
Non pretende che tutti gli ostacoli scompaiano domani.
Ma vorrebbe sapere quali si stiano concretamente cercando di eliminare.
E soprattutto vorrebbe essere coinvolto in questo processo.
Perché il futuro non appartiene soltanto a chi oggi governa.
Appartiene anche a chi dovrà vivere con le conseguenze delle decisioni presenti.
Mario chiude il libro della Costituzione.
Ripensa alle parole che ha letto.
Poi formula la sua ultima domanda:
«Non vi sto chiedendo di cambiare il mondo al posto mio. Vi sto chiedendo di non impedirmi di cambiarlo pacificamente.»
Forse è proprio questa la richiesta che la politica dovrebbe imparare ad ascoltare.
La rivoluzione più importante non è quella che abbatte le istituzioni. È quella che le rende finalmente degne della fiducia dei cittadini.
Conclusione della trilogia — Italia 2026
«E se capitasse anche a me?» — La fiducia nella giustizia e nelle istituzioni.
«La politica parla. Ma ascolta?» — Le proteste, il disagio giovanile e le risposte della politica.
«Una rivoluzione pacifica e non violenta» — Le opportunità, gli ostacoli e la possibilità di un cambiamento democratico.
Tre editoriali, un protagonista immaginario e una domanda reale:
Quale rapporto vogliamo costruire tra i cittadini e lo Stato?
Riccardo Cacelli
Analista di Geopolitica Internazionale
Urban Air Mobility Manager
Senior Advisor — AAM Institute, Boston
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