Unione Europea, alluvioni e disastri climatici: chi paga per ciò che potevamo prevenire?

di by Riccardo Cacelli, Observe · Connect · Enable

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L’Europa discute nuove regole per affrontare i rischi climatici. Ma dietro le strategie di Bruxelles emerge una domanda che riguarda tutti i cittadini: chi deve intervenire quando un pericolo è conosciuto, e chi risponde delle conseguenze quando la prevenzione non funziona?


Ogni volta che un’alluvione travolge una città, un incendio distrugge ettari di territorio o una siccità mette in ginocchio l’agricoltura, assistiamo a una sequenza ormai familiare.

Arrivano le immagini della devastazione. Le dichiarazioni delle autorità. Le visite istituzionali. Le promesse di ricostruzione. Poi comincia la ricerca delle risorse economiche necessarie a riparare i danni.

E, quasi inevitabilmente, il dibattito pubblico si concentra sulla stessa domanda: quanti soldi serviranno?

Ma forse dovremmo cominciare da una domanda diversa.

Quanto sarebbe costato prevenire almeno una parte di quei danni? E chi avrebbe dovuto intervenire?

Il 27 ottobre 2026 la Commissione europea ha presentato un nuovo quadro per la resilienza climatica, accompagnato da una proposta legislativa.

Non è soltanto un’iniziativa ambientale. È un tentativo di introdurre una gestione più sistematica dei rischi climatici nelle decisioni pubbliche, negli investimenti e nella pianificazione territoriale.

Ed è proprio qui che emerge una questione politica, economica e democratica.


Il costo dei disastri e quello della prevenzione

Secondo i dati presentati dalla Commissione europea, le perdite economiche associate agli eventi climatici estremi nell’Unione hanno raggiunto circa 200 miliardi di euro tra il 2022 e il 2025.

Per rafforzare la capacità di adattamento delle infrastrutture e dell’economia europea, Bruxelles stima investimenti necessari nell’ordine di 70 miliardi di euro annui.

Sono cifre che dovrebbero far riflettere.

Dietro ogni miliardo di danni ci sono abitazioni, imprese, infrastrutture, terreni agricoli e servizi pubblici. Ci sono persone che perdono il lavoro, famiglie costrette ad abbandonare la propria casa e comunità che impiegano anni per ricostruire ciò che è stato distrutto.

Una parte degli eventi estremi non può essere evitata. E non tutti i danni sono prevedibili o prevenibili.

Tuttavia, conoscere un rischio e non adottare misure ragionevoli per ridurlo è una questione profondamente diversa dall’essere colpiti da un evento imprevedibile.

La domanda non dovrebbe essere soltanto quanto costa ricostruire, ma anche quanto siamo disposti a investire per evitare che gli stessi danni si ripetano.


Chi conosce il rischio deve anche assumersene la responsabilità?

La proposta europea mira a rendere più chiara l’attribuzione delle responsabilità nella gestione dei rischi climatici.

Secondo il calendario proposto, gli Stati membri dovrebbero realizzare valutazioni nazionali dei rischi climatici entro giugno 2029 e predisporre piani strategici di resilienza entro dicembre 2030.

Non si tratta ancora di obblighi definitivamente approvati: la proposta deve completare il percorso legislativo europeo.

Ma il problema che intende affrontare esiste già.

Immaginiamo un territorio attraversato da un fiume.

Gli studi idrologici indicano determinate aree esposte alle esondazioni. Le amministrazioni dispongono di mappe del rischio. Sono conosciute le infrastrutture vulnerabili e le possibili conseguenze di precipitazioni particolarmente intense.

Chi deve intervenire?

Il Comune? La Regione? Lo Stato? L’autorità di bacino? Il gestore dell’infrastruttura?

Le competenze possono essere distribuite tra organismi differenti, ciascuno con responsabilità e risorse proprie.

Il rischio, però, non rispetta i confini amministrativi.

Una piena non si ferma perché una competenza appartiene a un ufficio e il finanziamento a un altro.

È questa frammentazione che una politica seria di prevenzione deve riuscire ad affrontare.


Non è soltanto una questione di cambiamento climatico

Sarebbe sbagliato attribuire automaticamente ogni alluvione, incendio o fenomeno di dissesto al cambiamento climatico.

Il rischio nasce dall’interazione tra fenomeni naturali, esposizione delle persone e vulnerabilità del territorio.

L’impermeabilizzazione del suolo, la costruzione in aree esposte, la manutenzione delle infrastrutture idrauliche, la gestione dei boschi e le trasformazioni urbanistiche possono contribuire a determinare l’entità dei danni.

Non tutte queste condizioni hanno lo stesso peso in ogni evento. Per comprenderlo servono studi specifici.

Ma proprio questa complessità dovrebbe spingerci a superare le spiegazioni semplicistiche.

Il cambiamento climatico può aumentare la frequenza o l’intensità di determinati fenomeni estremi. Le scelte territoriali possono aggravare o ridurre le loro conseguenze.

La prevenzione richiede quindi sia conoscenza scientifica sia capacità amministrativa.

Non basta sapere che il clima sta cambiando. Occorre comprendere come sta cambiando il rischio nei luoghi in cui viviamo.


Il cittadino paga due volte?

Esiste poi una questione economica che raramente viene affrontata fino in fondo.

Quando un disastro provoca danni ingenti, le risorse per gli interventi pubblici, i soccorsi e la ricostruzione provengono spesso dai bilanci dello Stato e degli enti territoriali.

In altre parole, dalla fiscalità generale, dai fondi disponibili e, talvolta, da nuovo indebitamento.

Il cittadino contribuisce quindi a sostenere il costo collettivo della ricostruzione, oltre alle eventuali perdite personali che ha subito.

Ma cosa accade quando una parte del danno avrebbe potuto essere evitata attraverso interventi preventivi?

Non possiamo affermare che ogni calamità derivi da una responsabilità amministrativa. Per stabilire eventuali omissioni occorrono verifiche tecniche e giuridiche precise.

Possiamo però porre una domanda legittima:

Perché siamo spesso capaci di trovare risorse per ricostruire ciò che è stato distrutto, ma incontriamo difficoltà a finanziare interventi che potrebbero ridurre i danni futuri?

Non è soltanto un problema di disponibilità economica.

È anche una questione di priorità politiche, continuità amministrativa e capacità di programmare oltre la durata di un mandato elettorale.


Le assicurazioni non possono sostituire la prevenzione

Tra le iniziative annunciate dalla Commissione europea figura anche una futura alleanza dedicata alle assicurazioni contro i rischi climatici.

L’iniziativa è ancora in fase di sviluppo.

Il tema è rilevante perché una quota considerevole delle perdite provocate dalle catastrofi naturali in Europa non risulta coperta da assicurazioni private.

Ma anche in questo caso occorre evitare un equivoco.

Assicurare un edificio non significa renderlo meno vulnerabile a un’alluvione.

Un’assicurazione può contribuire a compensare una perdita economica. Non può restituire una vita umana, cancellare le conseguenze sociali di un disastro o sostituire un’adeguata pianificazione territoriale.

La protezione finanziaria è necessaria, ma deve accompagnare la prevenzione, non prenderne il posto.

E soprattutto non dovrebbe trasformarsi in un meccanismo attraverso il quale i costi di rischi conosciuti e trascurati vengono semplicemente trasferiti ai cittadini.

L’Europa conosce i rischi. Ma saprà trasformare la conoscenza in decisioni?

Sempre il 27 ottobre, l’Agenzia europea dell’ambiente ha pubblicato un documento metodologico intermedio relativo alla seconda valutazione europea dei rischi climatici, EUCRA-2.

Il lavoro, il cui rapporto conclusivo è previsto nel 2028, intende approfondire non soltanto i rischi, ma anche le possibili risposte, la preparazione delle politiche pubbliche e l’individuazione dei soggetti responsabili.

È un passaggio significativo.

La conoscenza scientifica deve diventare uno strumento per prendere decisioni verificabili.

Sapere che un territorio è vulnerabile dovrebbe portare a stabilire quali interventi siano necessari, quali amministrazioni debbano realizzarli, con quali risorse e secondo quali priorità.

La Commissione ha inoltre annunciato un’iniziativa per individuare cento territori europei particolarmente vulnerabili ai rischi climatici.

Anche questa iniziativa deve ancora essere sviluppata.

Sarà interessante comprendere quali criteri verranno adottati, quali territori saranno selezionati e soprattutto quali conseguenze concrete deriveranno da tale classificazione.

Perché individuare una vulnerabilità senza predisporre strumenti adeguati per affrontarla rischia di produrre soltanto un’altra mappa.


Una questione di fiducia nelle istituzioni

C’è infine un aspetto che riguarda direttamente il rapporto tra cittadini e istituzioni.

Quando una famiglia perde la propria abitazione durante un’alluvione, il primo pensiero è naturalmente rivolto alla sicurezza, ai soccorsi e alla possibilità di ricominciare.

Ma dopo l’emergenza possono emergere altre domande.

Il rischio era conosciuto?

Esistevano studi che lo avevano segnalato?

Erano stati previsti interventi di mitigazione?

Se sì, perché non erano stati realizzati?

E chi aveva la responsabilità di decidere?

Sono domande che non implicano automaticamente l’esistenza di colpe. Sono però essenziali per comprendere come funzionano le istituzioni e come vengono impiegate le risorse pubbliche.

La fiducia dei cittadini non si costruisce soltanto attraverso la capacità di intervenire dopo una tragedia.

Si costruisce anche dimostrando che le informazioni disponibili vengono utilizzate per evitare, per quanto possibile, che quella tragedia si verifichi.


La domanda che Bruxelles dovrebbe aiutare a risolvere

Il nuovo quadro europeo sulla resilienza climatica rappresenta un’opportunità.

Ma contiene anche una contraddizione che merita attenzione.

La Commissione riconosce la necessità di investimenti molto consistenti, propone strumenti di valutazione e chiede una migliore attribuzione delle responsabilità.

Non ha però accompagnato il nuovo quadro con un fondo aggiuntivo equivalente ai circa 70 miliardi di euro annui stimati come necessari per l’adattamento.

La questione delle risorse rimane quindi centrale.

E mentre la conoscenza scientifica progredisce, il calendario delle decisioni istituzionali continua a svilupparsi su più anni.

Nel frattempo, alluvioni, siccità, incendi e ondate di calore non attendono l’approvazione dei piani.

Forse la vera sfida europea non consiste soltanto nel prevedere meglio i disastri, ma nel rendere verificabile la responsabilità di prevenirne le conseguenze evitabili.

Non significa pretendere che le istituzioni possano impedire ogni calamità.

Significa chiedere che, quando un rischio è conosciuto, qualcuno abbia il compito di valutarlo, decidere, intervenire e spiegare ai cittadini ciò che è stato fatto oppure ciò che non è stato possibile fare.

Perché dopo ogni disastro è giusto chiedersi quanto costerà ricostruire.

Ma prima del prossimo sarebbe ancora più importante sapere chi ha la responsabilità di proteggere il territorio e quali risorse gli sono state messe a disposizione per farlo.


Riccardo Cacelli


Agenzia europea dell’ambiente — European Climate Risk Assessment


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