Nell’intervista Nencini ha sottolineato che quello di non farsi interrogare “è un diritto dell’imputato, ma certamente priva il processo di una voce”. “Lui – ha aggiunto – si è limitato a dichiarazioni spontanee, ha detto soltanto quello che voleva senza sottoporsi al contradditorio”. Quanto al movente del delitto, il giudice ha spiegato che la Corte ha “una convinzione e la espliciteremo nella sentenza”. “Al momento – ha proseguito – posso dire che fino alle 20,15 di quella sera i ragazzi avevano programmi diversi, poi gli impegni sono saltati e si è creata l’occasione. Se Amanda fosse andata al lavoro probabilmente non saremmo qui”. Si è trattato – ad avviso di Nencini – di “una cosa tra ragazzi, ci sono state coincidenze”. Sono passate quasi 48 ore dopo la nuova sentenza di appello con cui la Corte di Firenze ha condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’assassinio di Meredith Kercher, ma i riflettori stentano a spegnersi per far posto alla lunga attesa verso il quinto giudizio, stavolta definitivo, che toccherà alla Cassazione.
Colloqui Iran-Usa durante Assemblea Onu, Teheran propone un piano in sette giorni per riaprire lo Stretto di Hormuz
di Stefano Scibilia