City of London – Quando parliamo di sanità, siamo abituati a immaginare un paziente: una persona che necessita di cure.
Ma nel XXI secolo questa definizione sta diventando insufficiente.
Un incendio boschivo che minaccia una comunità, un focolaio che colpisce un allevamento, una contaminazione ambientale, un’ondata di calore che mette a rischio migliaia di cittadini fragili: sono eventi diversi, eppure condividono una caratteristica fondamentale. Tutti producono conseguenze sulla salute.
È proprio da questa consapevolezza che nasce l’approccio One Health, promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui la salute umana, la salute animale e la salute dell’ambiente costituiscono un unico sistema interconnesso.
In questa prospettiva il concetto stesso di paziente si amplia.
Il paziente può essere una persona colpita da un’emergenza sanitaria, ma può essere anche un allevamento interessato da una malattia emergente, un corso d’acqua contaminato o un ecosistema minacciato da un incendio.
In altre parole, il paziente diventa il territorio.
Una notizia che arriva dal Kurdistan
In questo contesto merita attenzione una notizia passata quasi inosservata nel dibattito europeo.
Il Governo Regionale del Kurdistan (KRG), in collaborazione con l’OMS, ha recentemente annunciato una strategia One Health finalizzata a integrare salute umana, salute animale, ambiente e preparazione alle emergenze all’interno di un’unica cornice di governance.
L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che le nuove minacce non possono più essere affrontate da singoli settori operanti in modo indipendente.
Cambiamenti climatici, zoonosi, resistenza antimicrobica, degrado ambientale ed eventi estremi richiedono una capacità di coordinamento che supera i tradizionali confini amministrativi.
Non si tratta di una scelta soltanto sanitaria.
Si tratta di una scelta strategica.
Una domanda per le Regioni italiane
La notizia proveniente dal Kurdistan pone una domanda che riguarda direttamente anche il nostro Paese.
Le Regioni italiane dispongono di eccellenze riconosciute in ambito sanitario, veterinario, ambientale e di protezione civile.
La questione non riguarda la qualità delle competenze.
La questione riguarda la capacità di integrarle.
Siamo davvero organizzati per affrontare eventi che coinvolgono contemporaneamente salute pubblica, ambiente, animali e sicurezza del territorio?
Oppure continuiamo a gestire problemi sempre più complessi attraverso strutture che operano prevalentemente in modo separato?
Le recenti alluvioni, gli incendi, le ondate di calore, la diffusione di vettori di malattie e le emergenze veterinarie mostrano come le crisi contemporanee siano sempre meno classificabili all’interno di un singolo settore.
Le emergenze moderne sono sistemiche.
E richiedono risposte sistemiche.
Dalla governance alla capacità operativa
Tuttavia esiste una seconda domanda, forse ancora più importante.
Come si traduce concretamente il paradigma One Health?
Perché una strategia, da sola, non è sufficiente.
Occorrono strumenti capaci di osservare il territorio, raccogliere dati, individuare segnali precoci di rischio e supportare una risposta coordinata tra i diversi attori coinvolti.
Occorre trasformare il coordinamento in capacità operativa.
È qui che la riflessione diventa particolarmente interessante.
Se accettiamo l’idea che il paziente sia il territorio, allora la risposta non può limitarsi all’intervento sanitario tradizionale.
Diventa necessario costruire reti capaci di collegare sanità, veterinaria, ambiente, protezione civile ed emergenza territoriale.
Una nuova generazione di tecnologie – dalla telemedicina alla sensoristica ambientale, dall’intelligenza artificiale ai sistemi di Drone First Response – può contribuire a questa trasformazione.
Ma la tecnologia rappresenta soltanto uno strumento.
L’obiettivo rimane la salute del sistema territoriale nel suo insieme.
Oltre il drone
Nel dibattito pubblico si parla spesso di droni come innovazione tecnologica.
Forse la domanda corretta dovrebbe essere un’altra.
Non quale tecnologia utilizzare.
Ma quale problema vogliamo risolvere.
Se l’obiettivo è ridurre il tempo di risposta a un arresto cardiaco, monitorare un incendio nelle sue fasi iniziali, supportare la gestione di una zoonosi o raggiungere rapidamente una comunità isolata dopo un evento estremo, allora il tema non è il drone.
Il tema è la capacità di proteggere il paziente.
E se il paziente è il territorio, la sfida diventa costruire sistemi integrati di osservazione, prevenzione e risposta.
Una lezione da non ignorare
Il Kurdistan non rappresenta necessariamente un modello da imitare.
Rappresenta però un segnale.
Una regione che ha deciso di affrontare in modo esplicito il tema della connessione tra salute umana, salute animale, ambiente ed emergenze.
Una scelta che dovrebbe stimolare una riflessione anche in Italia.
Perché nel prossimo decennio la vera innovazione sanitaria non sarà soltanto tecnologica.
Sarà organizzativa.
La capacità di mettere in relazione professioni, dati, istituzioni e strumenti diversi all’interno di una visione comune.
La domanda che il caso Kurdistan pone ai decisori italiani è semplice.
Siamo pronti a considerare il territorio come il nostro nuovo paziente?
Grazie per l’attenzione e per la lettura.
Riccardo Cacelli
Svolge anche l’attività di ricerca e analisi sui sistemi integrati di risposta alle emergenze e sulle applicazioni del paradigma One Health nella governance territoriale.
per informazioni: r.cacelli@uam-vertiports.com
——————————–