Quando la Toscana sceglierà la strada della prevenzione One Health?

di by Riccardo Cacelli, business & geopolitical strategic advisor

La peste suina africana e la nuova sfida della prevenzione: quando il territorio diventa parte della salute


La nomina del commissario straordinario per la peste suina africana apre una riflessione più ampia: può la Toscana trasformare una risposta emergenziale in un laboratorio nazionale di prevenzione territoriale?

Quando una malattia colpisce gli animali, il primo istinto è considerarla un problema veterinario.
Ma la peste suina africana ci obbliga a cambiare prospettiva.

Questa emergenza non riguarda soltanto i suini domestici o la fauna selvatica. Riguarda il territorio, l’economia, l’ambiente e la capacità delle istituzioni di prevenire fenomeni che nascono proprio dall’interazione tra uomo, animale ed ecosistema.

È questa la ragione per cui oggi il concetto di One Health assume un significato sempre più concreto.

La salute delle persone non può più essere considerata separata dalla salute degli animali e dall’equilibrio degli ambienti nei quali viviamo.

In questo scenario la sanità veterinaria assume un ruolo centrale: non è soltanto una componente tecnica nella gestione delle emergenze animali, ma rappresenta un elemento fondamentale della salute pubblica e della prevenzione.

La peste suina africana ci ricorda infatti che molte delle sfide sanitarie del futuro nasceranno proprio dall’interazione tra comunità umane, animali e ambiente.

La domanda quindi diventa inevitabile:
siamo organizzati soltanto per rispondere alle emergenze oppure siamo pronti a costruire sistemi capaci di anticiparle?

La risposta a questa domanda passa necessariamente dalla capacità di osservare meglio il territorio.


La peste suina africana è oggi una delle principali emergenze di sanità animale che l’Europa sta affrontando.

Dal 2014, anno della sua ricomparsa nel continente europeo, il virus ha interessato numerosi Paesi, creando conseguenze rilevanti per gli allevamenti, il commercio e la gestione della fauna selvatica.

La dimensione del fenomeno è evidente anche dai numeri della sorveglianza: nel 2025 i Paesi dell’Unione Europea hanno analizzato oltre 518.000 campioni provenienti da suini domestici e oltre 618.000 campioni provenienti da cinghiali selvatici.

Numeri che raccontano una realtà precisa: nelle emergenze moderne il fattore tempo è decisivo.

Individuare prima significa contenere prima.

La sorveglianza non è quindi soltanto una fase tecnica della gestione dell’emergenza.
È uno degli strumenti principali della prevenzione.

In Italia il virus è stato identificato per la prima volta nel gennaio 2022 in una carcassa di cinghiale in Piemonte. Da allora la gestione della PSA ha richiesto un crescente coordinamento tra strutture veterinarie, istituzioni nazionali e regionali, enti locali e mondo produttivo.

Ma la peste suina africana non è soltanto un problema sanitario.
È anche una questione economica.

Le conseguenze coinvolgono gli allevamenti, la produzione agroalimentare, il commercio, le attività rurali e le risorse pubbliche necessarie per la sorveglianza, la biosicurezza e il contenimento della diffusione.

La filiera suinicola italiana rappresenta un comparto strategico dell’agroalimentare nazionale, con produzioni riconosciute a livello internazionale e migliaia di operatori coinvolti.

Il vero costo di un’emergenza sanitaria non è rappresentato soltanto dalle risorse impiegate per affrontarla.
È rappresentato anche dalle conseguenze che derivano dal non riuscire a intercettarla in tempo.

La domanda quindi diventa inevitabile: quanto costa non essere abbastanza preparati per prevenire?


È proprio in questo scenario che la Toscana può assumere un ruolo particolarmente significativo.

La recente nomina di un commissario straordinario regionale per la peste suina africana rappresenta un passo importante nella direzione di un maggiore coordinamento delle competenze e delle risposte territoriali.

Non si tratta soltanto di una scelta organizzativa legata alla gestione di un’emergenza.

Può rappresentare l’opportunità di costruire un modello nel quale sanità veterinaria, tutela ambientale, conoscenza del territorio e capacità operative possano dialogare all’interno di una strategia comune.

La Toscana, per caratteristiche ambientali e territoriali, possiede infatti molte delle condizioni che rendono complessa la gestione delle nuove emergenze sanitarie.

Non perché la peste suina africana sia un problema esclusivamente toscano, ma perché il territorio regionale racchiude molte delle fragilità e delle complessità che caratterizzano gran parte del territorio italiano.

La Toscana è una regione nella quale convivono aree urbane e rurali, territori montani, vaste zone boschive, parchi naturali, comunità periferiche e isole minori.

Un territorio nel quale la componente ambientale ha un peso straordinario: la regione conta circa 1,1 milioni di ettari di superficie boscata, pari a circa il 47% del territorio regionale.

Numeri che aiutano a comprendere la complessità della gestione della fauna selvatica e delle attività di monitoraggio in un territorio vasto e articolato.

La Toscana ha oggi l’opportunità di trasformare una risposta emergenziale in un modello permanente di prevenzione territoriale, diventando un laboratorio nazionale nel quale integrare sanità veterinaria, ambiente, tecnologia e conoscenza del territorio.

Non un laboratorio chiuso, ma un modello potenzialmente replicabile in altri territori italiani caratterizzati dalle stesse fragilità.


La complessità della gestione della peste suina africana emerge in modo particolare quando si affronta il tema della fauna selvatica.

Il cinghiale rappresenta infatti uno degli elementi più difficili da monitorare all’interno della strategia di controllo della malattia.

A differenza degli allevamenti domestici, dove le attività di biosicurezza e controllo possono essere organizzate all’interno di strutture definite, la fauna selvatica vive in ambienti aperti, spesso caratterizzati da grandi estensioni territoriali e condizioni operative difficili.

Per questo motivo la sorveglianza passiva, cioè la capacità di individuare rapidamente animali morti o sospetti presenti sul territorio, assume un ruolo fondamentale nelle strategie di prevenzione.

Il ritrovamento tempestivo di una carcassa di cinghiale può consentire agli enti competenti di attivare rapidamente le procedure previste, riducendo il rischio di diffusione del virus.

Ma proprio questa attività evidenzia una delle principali sfide dei territori rurali, montani e remoti: come osservare in modo efficace territori vasti, complessi e spesso difficilmente accessibili?

La prevenzione del futuro richiede quindi una capacità più ampia di conoscere il territorio, integrare informazioni diverse e ridurre i tempi tra l’individuazione di un possibile rischio e l’attivazione della risposta.


Il concetto di One Health può diventare realmente efficace solo quando si traduce in modelli operativi.

Un One Health Living Lab rappresenta questa possibilità: creare un ambiente nel quale istituzioni, comunità locali, ricerca, professionisti della salute e innovazione possano collaborare per sperimentare soluzioni concrete applicabili ai territori.

Le aree remote, interne e le isole minori possono rappresentare contesti particolarmente significativi per questo tipo di sperimentazione.

Spesso considerate fragili per la loro distanza dai grandi centri, queste realtà possono invece diventare luoghi nei quali sviluppare nuovi modelli di prevenzione, proprio perché rendono più evidente il rapporto tra persone, animali, ambiente e organizzazione dei servizi.

La loro complessità può trasformarsi in un’opportunità.

Una soluzione sviluppata in un territorio remoto può successivamente essere adattata anche ad altri contesti caratterizzati da criticità simili.


La sfida della prevenzione territoriale richiede anche una riflessione sul ruolo dell’innovazione.

La tecnologia non può sostituire il lavoro dei veterinari, degli operatori sul campo e delle istituzioni.

Può però aumentare la capacità di osservazione, migliorare la conoscenza del territorio e rendere più efficace il coordinamento delle attività.

In questa prospettiva possono trovare spazio anche esperienze innovative nate per aumentare la capacità operativa nelle comunità remote e nei territori difficili da raggiungere, come il Protocollo Operativo Aeolus.

Un modello sviluppato con una visione One Health, con l’obiettivo di integrare territorio, tecnologia e organizzazione operativa per migliorare la capacità di intervento nelle aree caratterizzate da particolari condizioni di isolamento o complessità geografica.

La possibile applicazione di questi principi anche nell’ambito della sorveglianza territoriale e della fauna selvatica rappresenta un esempio di come strumenti nati per rispondere alle esigenze delle aree remote possano contribuire a nuove sfide di sanità pubblica veterinaria.

Non si tratta di sostituire competenze consolidate.
Si tratta di aumentare la capacità di quelle competenze di arrivare dove serve, quando serve.


La nomina di un commissario per la peste suina africana rappresenta quindi una risposta necessaria a un’emergenza concreta.

Ma può rappresentare anche qualcosa di più.

Può diventare l’occasione per costruire un nuovo modello di prevenzione territoriale, nel quale la gestione dell’emergenza sia accompagnata dalla capacità permanente di osservare, comprendere e anticipare i rischi.

La Toscana ha davanti una possibilità importante: trasformare una necessità emergenziale in un laboratorio nazionale di innovazione sanitaria e territoriale.

Un modello nel quale sanità veterinaria, ambiente, tecnologia e comunità locali lavorino nella stessa direzione.

Perché la vera sfida della One Health non è semplicemente mettere insieme competenze diverse.
È trasformare questa collaborazione in capacità operativa.
Le emergenze del futuro non saranno vinte soltanto aumentando le risorse dedicate alla risposta.

Saranno affrontate costruendo territori più intelligenti, più connessi e più capaci di prevenire.
Perché la vera innovazione non sarà arrivare più velocemente dove il problema è già presente.

Sarà costruire sistemi capaci di arrivare prima che il problema inizi.

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