WASHINGTON DC – Il presidente americano Donald Trump torna a parlare di guerra, negoziati e possibili accordi e, dalla Casa Bianca, consegna ai giornalisti una fotografia della politica estera americana che tiene insieme tre dossier destinati a pesare sugli equilibri internazionali: Iran, Ucraina e Cuba.
Il messaggio del presidente americano è netto. Teheran ha avanzato una proposta per la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma Washington l’ha respinta. Allo stesso tempo, Trump sostiene che una soluzione alla guerra tra Russia e Ucraina potrebbe arrivare “in un futuro non troppo lontano”, forse già prima dell’inverno. E, parlando di Cuba, afferma di ritenere possibile un’intesa senza dover ricorrere a un’operazione militare.
Tre scenari diversi, ma accomunati da una stessa impostazione: Trump sostiene di voler negoziare da una posizione di forza, mantenendo sul tavolo la possibilità di ulteriori pressioni economiche o militari.
Hormuz, Trump respinge l’offerta di Teheran
Il passaggio più pesante delle dichiarazioni di oggi riguarda l’Iran. “Hanno avanzato una proposta, ma l’ho respinta”, ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca, riferendosi all’iniziativa diplomatica iraniana per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferito nei giorni scorsi da Reuters e dal Washington Post, il piano era stato trasmesso agli Stati Uniti attraverso mediatori, tra cui il Qatar, durante i contatti diplomatici sviluppatisi a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Teheran aveva proposto un percorso in sette giorni per riaprire il passaggio marittimo e riprendere i negoziati sul programma nucleare e sulla fine delle ostilità.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva spiegato che il piano prevedeva una sequenza precisa: alcuni giorni per le misure preliminari, la riapertura dello Stretto e, al settimo giorno, la ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti su un accordo più ampio. Teheran aveva inoltre chiesto la fine del blocco navale americano sui porti iraniani, una sospensione delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere e un cessate il fuoco che comprendesse anche il Libano. Trump, però, ha scelto di non accettare.
“Stanno perdendo in modo così rovinoso”
Il presidente americano ha motivato la propria posizione sostenendo che l’Iran sarebbe in una situazione di forte difficoltà militare. “Vogliono raggiungere un accordo per la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, perché stanno perdendo in modo così rovinoso, ma noi stiamo vincendo”, ha detto Trump. È una lettura che si inserisce nella narrativa adottata dalla Casa Bianca fin dall’inizio del conflitto: Washington considera la pressione militare ed economica esercitata su Teheran uno degli strumenti fondamentali per costringere il regime iraniano a concedere condizioni più favorevoli agli Stati Uniti.
Il problema, però, è che Hormuz non è soltanto un capitolo della guerra tra Washington e Teheran. Lo Stretto è uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta e, in condizioni normali, vi transita una quota enorme del commercio mondiale di petrolio. La sua chiusura ha già avuto ripercussioni sui prezzi dell’energia e sull’economia globale. Il Washington Post ha sottolineato che il confronto sullo Stretto mette in gioco non soltanto l’Iran, ma anche la capacità americana di sostenere nel tempo una pressione militare lontano dagli Stati Uniti. La questione, dunque, è destinata a rimanere centrale: riaprire Hormuz significa ridurre una delle principali fonti di pressione sull’economia mondiale, ma per Trump la riapertura non può essere separata dalle condizioni politiche e militari imposte a Teheran.
La diplomazia resta aperta, ma Trump non ha fretta
La posizione americana appare quindi più complessa di un semplice “no” ai negoziati. Nei giorni scorsi un funzionario statunitense aveva definito “positive and constructive” le discussioni indirette con gli iraniani. La stessa amministrazione ha lasciato intendere che Washington continua a valutare un possibile accordo, ma senza accettare condizioni che consentano a Teheran di recuperare il controllo politico e operativo sullo Stretto. È proprio questa la linea che emerge dalle parole di Trump: nessuna corsa verso un’intesa, nessuna concessione immediata e, soprattutto, nessuna volontà di dare all’Iran la possibilità di trasformare la riapertura di Hormuz in una contropartita sufficiente a ottenere un allentamento della pressione americana. Il presidente vuole invece mantenere il rapporto di forza costruito negli ultimi mesi.
Ucraina, Trump vede un accordo prima dell’inverno
Dall’Iran all’Ucraina. Il presidente americano ha nuovamente espresso fiducia nella possibilità di arrivare a una soluzione della guerra tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. “Si spera in un futuro non troppo lontano, forse prima che arrivi l’inverno”, ha detto Trump, indicando la possibilità che Zelensky e Putin raggiungano un accordo. L’affermazione arriva dopo una settimana di intensa diplomazia a New York, dove Trump ha incontrato Zelensky a margine dell’Assemblea generale dell’Onu.
Il presidente ucraino ha ribadito di voler arrivare a una cessazione delle ostilità prima dell’inverno e ha parlato con Trump della possibilità di un cessate il fuoco sulle infrastrutture energetiche, della riapertura del corridoio del Mar Nero per il grano e di un possibile incontro trilaterale tra Stati Uniti, Ucraina e Russia. La Casa Bianca sta dunque cercando di riaprire un canale diplomatico che coinvolga direttamente Mosca.
Il nodo Putin
Il problema rimane però Vladimir Putin. Il Cremlino ha segnalato di essere disposto a mantenere il dialogo con Washington, ma non ha ancora accettato le proposte americane per un cessate il fuoco sulle infrastrutture energetiche. Reuters ha inoltre riferito che Mosca continua a valutare la possibilità di un nuovo incontro tra Putin e Trump, senza che sia stata fissata una data. Trump continua invece a sostenere che entrambi i leader vogliono porre fine alla guerra.
Il presidente americano lo aveva già detto durante l’incontro con Zelensky a New York: secondo Trump, sia il presidente ucraino sia quello russo avrebbero interesse a chiudere il conflitto. Ma tra la volontà dichiarata di arrivare alla pace e la definizione concreta delle condizioni di un accordo rimane ancora una distanza significativa. Territori, sicurezza dell’Ucraina, sanzioni, garanzie internazionali e rapporti con la Russia restano infatti questioni centrali del negoziato.
Il fattore inverno
Il riferimento di Trump all’inverno non è casuale. Zelensky ha ripetutamente indicato i prossimi mesi come una fase decisiva, soprattutto per la protezione delle infrastrutture energetiche ucraine. La guerra ha già visto un’intensificazione degli attacchi contro reti elettriche, impianti energetici e infrastrutture strategiche. Anche il segretario generale della NATO, Mark Rutte, intervistato da CNN, ha descritto la situazione come particolarmente delicata in vista dei prossimi mesi, sottolineando la necessità di mantenere il flusso di sistemi di difesa aerea verso l’Ucraina.
Il calendario, quindi, pesa tanto quanto la diplomazia. Trump vuole un risultato diplomatico; Zelensky vuole evitare un altro inverno sotto una campagna russa contro le infrastrutture energetiche; Putin deve decidere se trasformare la pressione militare in una nuova trattativa. È su questo triangolo che potrebbe giocarsi la prossima fase della guerra.
Cuba, Trump apre alla soluzione senza intervento militare
Poi c’è Cuba. Dopo mesi di crescente pressione americana contro il governo dell’Avana, Trump ha detto di ritenere possibile un’intesa senza ricorrere a un intervento militare. “Credo che con Cuba riusciremo a trovare un’intesa. Non penso che sarà necessario un intervento militare”, ha dichiarato il presidente. La frase rappresenta un elemento importante perché arriva in un momento in cui la tensione tra Washington e L’Avana è particolarmente elevata.
Nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu del 22 settembre, Trump aveva definito Cuba uno “Stato fallito” e aveva dichiarato che la libertà sarebbe arrivata sull’isola. La delegazione cubana aveva lasciato l’aula durante quelle dichiarazioni. La Casa Bianca ha inoltre intensificato la pressione economica su Cuba, mentre il presidente americano ha ripetutamente parlato della necessità di un cambiamento politico sull’isola.
La contraddizione apparente della linea cubana
Il punto interessante è che Trump oggi sembra voler distinguere nettamente tra pressione e intervento militare. Non significa che Washington abbia rinunciato a esercitare pressione sull’Avana. Al contrario, la politica americana nei confronti di Cuba rimane particolarmente dura. Ma il presidente sembra voler lasciare aperta una strada diplomatica. Già nei mesi scorsi Trump aveva risposto alle domande su una possibile escalation militare affermando che non riteneva necessaria un’escalation a Cuba.
Le dichiarazioni di oggi vanno nella stessa direzione: la pressione resta, ma l’obiettivo dichiarato può essere raggiunto anche attraverso un accordo. È un’impostazione che ricorre anche negli altri due dossier.
Tre crisi, una sola strategia
Iran, Ucraina e Cuba sono conflitti e crisi profondamente differenti. Ma nelle parole di Donald Trump emerge un elemento comune. Il presidente americano continua a presentare gli Stati Uniti come una potenza che negozia mentre mantiene la pressione. Con l’Iran, Trump respinge un’offerta perché ritiene che Teheran sia ancora in una posizione di debolezza. Con l’Ucraina, cerca invece di trasformare il momento diplomatico costruito a New York in un possibile accordo tra Zelensky e Putin.
Con Cuba, infine, lascia aperta la porta a un’intesa pur mantenendo una forte pressione sul governo dell’Avana. È una politica estera che punta sul principio secondo cui la trattativa diventa possibile quando l’altra parte percepisce un costo crescente nel continuare lo scontro. La vera domanda, a questo punto, è se questa strategia riuscirà a produrre tre risultati concreti: la riapertura di Hormuz, un accordo per l’Ucraina e un’intesa con Cuba. Per ora, nessuno dei tre è stato raggiunto. Ma dalle parole pronunciate oggi alla Casa Bianca emerge chiaramente che Trump vuole arrivare ai prossimi mesi presentandosi come il presidente capace di trasformare la pressione militare in accordi diplomatici. Ed è proprio nei prossimi mesi che si vedrà quanto questa impostazione riuscirà a reggere alla prova dei fatti.