Questo editoriale non propone interpretazioni investigative né mette in discussione il lavoro della magistratura. È una riflessione culturale sul concetto di sincronicità elaborato da Carl Gustav Jung e sul modo in cui l’essere umano attribuisce significato alle coincidenze.
“Ci sono coincidenze che non dimostrano nulla. E proprio per questo meritano di essere osservate.”
(Ispirato al pensiero di Carl Gustav Jung)
Viviamo in un’epoca nella quale siamo abituati a cercare immediatamente una spiegazione per ogni cosa. La scienza cerca le cause, la magistratura ricostruisce i fatti, il giornalismo verifica le informazioni. Ognuno svolge un ruolo fondamentale.
Esiste però un altro livello di osservazione che non pretende di sostituire la ricerca della verità, ma invita a riflettere sul significato di alcune coincidenze. Carl Gustav Jung lo definì sincronicità: la presenza di eventi privi di un rapporto causale evidente, ma accomunati da un significato che emerge agli occhi di chi li osserva.
È con questo spirito che mi sono trovato a riflettere su due vicende che hanno profondamente segnato la storia italiana: l’omicidio di Chiara Poggi e quello di Yara Gambirasio.
Non intendo entrare nel merito delle indagini, delle sentenze o delle prove. Quel lavoro appartiene agli investigatori, ai magistrati e alla giustizia. La riflessione che segue si muove su un piano completamente diverso: quello dell’osservazione.
Osservando le due vicende emerge una particolare simmetria.
Yara Gambirasio aveva tredici anni quando scomparve il 26 novembre 2010.
Chiara Poggi aveva ventisei anni quando venne uccisa il 13 agosto 2007.
Il numero 13 compare nell’età di Yara e nel giorno dell’omicidio di Chiara.
Il numero 26 compare nell’età di Chiara e nel giorno della scomparsa di Yara.
È soltanto una coincidenza numerica.
Eppure è una di quelle coincidenze che inducono a fermarsi un istante prima di proseguire.
C’è poi un altro dettaglio, ancora più sottile.
I nomi Yara e Chiara terminano entrambi con la sequenza “ara”.
Dal punto di vista linguistico questa somiglianza non dimostra alcun collegamento: i due nomi hanno origini etimologiche differenti.
Tuttavia la parola latina ara significa “altare”, luogo simbolico dedicato al sacro.
Non è una dimostrazione.
È un’immagine.
È un simbolo che può emergere nella mente di chi osserva.
Ed è forse proprio questa la differenza tra un’indagine e una riflessione.
L’indagine cerca prove.
La riflessione osserva simboli.
Confondere questi due piani sarebbe un errore. Tenerli distinti, invece, permette di esplorare anche ciò che non appartiene alla causalità senza rinunciare al rigore.
Negli ultimi mesi mi è capitato di soffermarmi più volte sul tema della sincronicità. Dalla fotografia che ritraeva un giovanissimo Lamine Yamal tra le braccia di Lionel Messi, destinata ad assumere un significato solo molti anni dopo, fino a queste inattese simmetrie tra due vicende completamente diverse.
Forse è soltanto il nostro cervello che cerca schemi.
Forse è la naturale tendenza dell’essere umano a dare un ordine agli eventi.
Oppure, come suggeriva Jung, esistono coincidenze che non spiegano il mondo, ma ci aiutano a guardarlo con occhi diversi.
Non ho una risposta.
E, probabilmente, non è questo il punto.
Il punto è ricordare che osservare non significa necessariamente spiegare.
A volte significa semplicemente concedersi il tempo di guardare.
Perché ogni comprensione autentica nasce sempre da un’osservazione attenta.
E ogni osservazione, quando è libera da pregiudizi e da conclusioni affrettate, può trasformarsi in un’occasione per comprendere un po’ meglio non solo gli eventi, ma anche il modo in cui noi esseri umani attribuiamo loro un significato.
Forse la sincronicità non ci offre risposte.
Ma ci insegna a porci domande migliori.
Riccardo Cacelli
ItalyNews.it | Osservare, Comprendere, Condividere
