Il 16 agosto celebriamo San Rocco. Ma forse, per celebrarlo davvero, dovremmo ricordare anche un cane senza nome certo che, secondo la tradizione, gli salvò la vita.
C’è quasi sempre un cane accanto a San Rocco.
Lo vediamo nelle statue, nei dipinti, negli affreschi delle nostre chiese. È ai piedi del pellegrino, spesso con un pezzo di pane in bocca.
Siamo così abituati a quella presenza da rischiare di non domandarci più perché quel cane sia lì.
Eppure, proprio quel cane racconta una delle parti più belle della storia di San Rocco.
Un uomo malato. Un bosco. Un cane.
Secondo la tradizione agiografica, durante il suo viaggio in Italia Rocco si dedicò all’assistenza degli ammalati di peste. A Piacenza finì per ammalarsi egli stesso.
Si ritirò allora lontano dagli altri, in un bosco, per non contagiare altre persone.
Solo, malato, senza cibo.
Nelle vicinanze viveva un nobile di nome Gottardo, proprietario di diversi cani da caccia.
Uno di questi cominciò a comportarsi in modo insolito.
Prendeva del pane dalla tavola del padrone e scompariva.
E lo faceva ancora.
E ancora.
Gottardo, incuriosito, decise un giorno di seguirlo.
Il cane attraversò il bosco e raggiunse il rifugio dove si trovava Rocco.
Quel pane stava nutrendo un uomo che nessun altro stava raggiungendo.
Il cane aveva visto ciò che gli uomini non avevano visto.
Aveva trovato chi era rimasto solo.
E aveva condiviso con lui ciò che aveva.
Un cane senza nome, un gesto che attraversa i secoli
Non sappiamo con certezza quale fosse il nome di quel cane.
Alcune tradizioni successive lo chiamano Reste, ma le antiche narrazioni parlano semplicemente del cane appartenente a Gottardo.
Forse, in fondo, è ancora più bello così.
Perché quel cane può rappresentare tutti i cani.
E il suo gesto non ha bisogno di un nome per attraversare i secoli.
Da centinaia di anni continua infatti ad accompagnare San Rocco nell’iconografia: un pellegrino, una ferita, un cane e un pezzo di pane.
Un’immagine semplicissima.
E potentissima.
Ma oggi è il 16 agosto
Oggi, in moltissimi luoghi, si celebra San Rocco.
Processioni, feste, incontri, tradizioni popolari tramandate da generazioni.
E in alcune località anche fuochi d’artificio.
Ed è qui che nasce una domanda.
Una domanda, non un’accusa.
Possiamo celebrare con esplosioni e rumori assordanti un Santo la cui immagine è inseparabile da quella di un cane che lo aiutò quando era malato e solo?
Molti cani hanno paura dei botti. Cercano di nascondersi, tremano, tentano di fuggire.
Mentre noi guardiamo il cielo illuminarsi, loro non vedono necessariamente uno spettacolo.
Sentono qualcosa che non comprendono e dal quale cercano istintivamente di proteggersi.
E allora emerge un piccolo paradosso.
Festeggiamo San Rocco spaventando proprio gli animali rappresentati da secoli accanto a lui.
La tradizione non significa ripetere.
Significa comprendere.
Forse rispettare una tradizione non significa necessariamente conservarne immutata ogni manifestazione.
Significa conservarne il significato.
La storia di San Rocco e del cane di Gottardo parla di cura, attenzione, solidarietà.
Parla di qualcuno che vede una creatura in difficoltà e agisce.
Non domanda chi sia.
Non aspetta un ordine.
Non pretende una ricompensa.
Porta semplicemente del pane.
È difficile immaginare un gesto più vicino all’idea di cura.
Ed è difficile non vedere, secoli dopo, quanto questo racconto parli anche a una società che sta imparando a considerare sempre più strettamente legati il benessere degli esseri umani, degli animali e dell’ambiente.
Forse possiamo festeggiare diversamente
Non significa cancellare le feste di San Rocco.
Significa farle evolvere.
La tecnologia permette oggi spettacoli luminosi, coreografie di droni e altre forme di celebrazione capaci di emozionare senza necessariamente ricorrere alle esplosioni tradizionali.
Forse proprio le comunità che celebrano San Rocco potrebbero diventare un esempio.
Trasformare una festa antica in una festa capace di custodire il proprio passato guardando al futuro.
Perché una tradizione rimane viva quando continua a parlare al proprio tempo.
Il pane, non il rumore
Oggi, 16 agosto, quando guardiamo una statua di San Rocco, proviamo allora ad abbassare per un momento lo sguardo.
Ai suoi piedi troveremo quasi certamente un cane.
E nella sua bocca, spesso, un pezzo di pane.
Forse il messaggio più contemporaneo della festa di San Rocco è proprio lì.
Non nel rumore.
Non nell’esplosione.
Ma nel gesto silenzioso di un animale che attraversa un bosco portando del pane a qualcuno che ne ha bisogno.
Forse il modo più bello per celebrare San Rocco è ricordare il cane che non fece rumore.
Fece qualcosa di molto più importante: si prese cura di una vita.
Riccardo Cacelli