L’Unione europea ha individuato miniere, impianti di lavorazione e progetti di riciclo considerati essenziali per il proprio futuro industriale. Ora 23 dei progetti strategici lanciano un allarme su finanziamenti, mercato e autorizzazioni. Una contraddizione che pone una domanda semplice: dichiarare strategica una risorsa basta a renderla possibile?
Roma – L’Europa vuole ridurre la propria dipendenza dall’estero per le materie prime necessarie a batterie, semiconduttori, veicoli elettrici, reti energetiche, difesa e tecnologie avanzate.
Per farlo ha approvato il Critical Raw Materials Act e individuato 60 Strategic Projects: 47 nell’Unione europea e 13 in Paesi terzi.
L’obiettivo è ambizioso. Entro il 2030 l’UE punta a soddisfare attraverso capacità europea almeno il 10% del proprio fabbisogno attraverso l’estrazione, il 40% attraverso la lavorazione e il 25% attraverso il riciclo. Allo stesso tempo, non più del 65% del consumo di ciascuna materia prima strategica dovrebbe dipendere da un singolo Paese terzo.
Ma c’è un problema.
Essere dichiarati strategici non significa essere finanziati.
Ventitré società responsabili di progetti selezionati dall’UE hanno lanciato un Urgent Call to Action, segnalando difficoltà legate a liquidità, finanziamenti, accesso al mercato e autorizzazioni.
Ed è qui che la questione diventa molto più grande del settore minerario.
Sotto quasi ogni strategia europea ci sono le materie prime
L’intelligenza artificiale richiede data center. I data center richiedono enormi infrastrutture elettriche.
La mobilità elettrica richiede batterie. Le batterie richiedono litio, grafite, nichel e altri materiali.
Turbine eoliche, motori elettrici, elettronica e sistemi per la difesa dipendono anche dalle terre rare.
Persino la futura mobilità aerea avanzata richiederà batterie ad alte prestazioni, elettronica di potenza, materiali avanzati e filiere resilienti.
L’Europa può quindi avere una strategia per l’AI, una per le batterie, una per la difesa, una per la mobilità e una per l’energia.
Ma sotto tutte queste strategie esiste qualcosa di molto meno visibile: le materie prime necessarie per realizzarle.
Dalla strategia all’investimento
La stessa Banca europea per gli investimenti ha stimato che, per sviluppare realmente il potenziale europeo, gli investimenti nell’esplorazione mineraria dovrebbero passare da circa 200 milioni a 2 miliardi di euro l’anno per cinque anni.
Dieci volte tanto.
Questo non significa che l’Europa debba diventare completamente autosufficiente. La geologia renderebbe irrealistico un simile obiettivo.
Autonomia strategica dovrebbe significare soprattutto resilienza: produzione europea dove possibile, riciclo, fornitori internazionali diversificati, innovazione tecnologica e una capacità finanziaria sufficiente affinché la dipendenza da un singolo Paese non diventi una vulnerabilità geopolitica.
L’Europa ha già individuato il problema.
Ha approvato la legislazione.
Ha stabilito gli obiettivi.
Ha scelto i progetti strategici.
Ora arriva la parte più difficile: trasformare la strategia in industria.
Perché una miniera deve essere costruita.
Un impianto deve funzionare.
Un progetto deve trovare clienti.
Un investitore deve poter ottenere un ritorno.
E qualcuno, alla fine, deve pagare.
L’Europa vuole l’autonomia strategica.
Ma chi la pagherà?
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Per capire perché i 23 progetti in difficoltà rappresentino un test per l’intera politica industriale europea — dal caso Viridian Lithium al confronto con gli Stati Uniti, dal dilemma ambientale alla Groenlandia — ItalyNews.it approfondisce la questione nell’analisi completa in lingua inglese: