La Fed alza i tassi, il Congresso sfida Trump sull’Iran e prepara nuove sanzioni alla Russia

di Stefano Scibilia

Capitol Hill - Foto di Stefano Scibilia
Capitol Hill - Foto di Stefano Scibilia

WASHINGTON DC –  È una giornata nella quale tre storie apparentemente diverse finiscono per intrecciarsi: la Federal Reserve alza i tassi per contrastare un’inflazione ancora troppo elevata, la Camera torna a votare per limitare la prosecuzione della guerra in Iran e Donald Trump vola in North Carolina per sostenere il candidato repubblicano al Senato Michael Whatley. Economia, politica estera e campagna elettorale si sovrappongono così a meno di due mesi dalle elezioni di midterm.

Il filo conduttore è soprattutto uno: il costo della guerra e il costo della vita. L’inflazione, i prezzi dell’energia, la politica monetaria e il conflitto con l’Iran sono ormai questioni difficili da separare dal dibattito politico americano.

La Fed alza i tassi: il primo aumento dal 2023

La decisione più rilevante sul fronte economico arriva dalla Federal Reserve, che mercoledì ha aumentato di un quarto di punto il proprio tasso di riferimento, portandolo nella fascia 3,75%-4%. È il primo rialzo dal 2023 e la decisione è stata approvata all’unanimità dai dodici componenti del Federal Open Market Committee. La Fed ha spiegato la scelta con la necessità di riportare l’inflazione verso il proprio obiettivo del 2%. Nel comunicato ufficiale, la banca centrale ha definito l’attività economica in espansione a ritmo solido, con consumi interni resilienti, produttività forte e investimenti robusti, ma ha sottolineato che l’inflazione rimane elevata.

Il problema è che una stretta monetaria arriva proprio mentre gli americani devono già fare i conti con costi elevati. Il rialzo dei tassi tende infatti a rendere più costoso il credito: dai finanziamenti alle carte di credito fino ai prestiti per acquistare un’automobile o una casa. Secondo l’Associated Press, in agosto i prezzi al consumo sono aumentati del 3,4% su base annua, mentre i tassi dei mutui erano già saliti. La decisione assume inoltre un significato particolare perché arriva dopo mesi nei quali Trump ha chiesto pubblicamente una politica monetaria più accomodante. La Fed, pur guidata da Kevin Warsh, nominato da Trump, ha mantenuto nella decisione di oggi la propria impostazione anti-inflazione. L’istituto ha inoltre indicato nelle sue proiezioni un percorso dei tassi che lascia aperta la possibilità di ulteriori interventi.

C’è dunque un elemento che va oltre il semplice dato finanziario: la politica economica della Casa Bianca e quella monetaria della Fed non coincidono necessariamente, soprattutto quando l’obiettivo immediato di ridurre il costo del denaro entra in tensione con quello di frenare l’inflazione. E qui entra in gioco l’Iran.

La guerra torna al centro dello scontro tra Casa Bianca e Congresso

Mentre la Fed cerca di contenere l’inflazione, la Camera dei Rappresentanti ha votato nuovamente sulla guerra contro l’Iran. Il voto è arrivato nella notte tra martedì e mercoledì e ha visto approvare, per la terza volta, una risoluzione ai sensi del War Powers Resolution. Il testo, approvato con 220 voti contro 204, ordina al presidente di ritirare le forze armate statunitensi dalle ostilità con l’Iran. Tutti i Democratici presenti hanno votato a favore, insieme a sette Repubblicani; un indipendente ha votato contro.

Il significato politico del voto è però diverso dal suo effetto immediato. Le precedenti risoluzioni analoghe non sono arrivate sulla scrivania del presidente. Anche questa. difficilmente supererebbe un eventuale veto presidenziale. Il voto della Camera rappresenta quindi soprattutto un atto di pressione e di confronto istituzionale sul ruolo del Congresso nella decisione di continuare un conflitto militare. Ma c’è un altro elemento interessante: il fronte repubblicano non è completamente compatto. Sette deputati del partito hanno votato con i Democratici. Tra questi figurano anche rappresentanti di distretti politicamente competitivi, dove la questione della guerra e l’aumento dei prezzi dell’energia possono avere un peso particolare.

Il conflitto con l’Iran ha infatti una conseguenza che torna direttamente alla prima storia della giornata: l’energia. L’aumento dei prezzi del petrolio e della benzina contribuisce alla pressione inflazionistica. La stessa Federal Reserve ha indicato nei suoi documenti che l’incertezza geopolitica rappresenta uno dei fattori da monitorare. C’è dunque un collegamento tra l’aumento dei prezzi energetici determinato dalla guerra e le difficoltà che la banca centrale si trova ad affrontare sul fronte dell’inflazione. In altre parole, una decisione di politica estera finisce per avere conseguenze sulla politica monetaria e sul bilancio delle famiglie americane.

E Trump porta tutto in campagna elettorale

È proprio su questo terreno che si sposta Trump. Il presidente è atteso mercoledì sera in North Carolina, dove parteciperà a un comizio insieme a Michael Whatley, candidato repubblicano al Senato. Whatley, ex presidente del Republican National Committee, affronta nella corsa l’ex governatore democratico Roy Cooper. Il viaggio ha un significato chiaramente elettorale: Trump sta utilizzando il proprio peso politico per sostenere un candidato scelto e appoggiato dalla sua area.

Ma anche in questo caso economia e politica estera finiscono inevitabilmente nello stesso discorso. Il North Carolina è uno degli Stati nei quali il costo della vita, l’energia e le conseguenze economiche della guerra possono diventare temi di campagna. L’inflazione e i prezzi dell’energia legati al conflitto con l’Iran sono inevitabilmente tra gli argomenti destinati a pesare nel confronto politico dello Stato. La partita non riguarda soltanto Whatley e Cooper. Le elezioni di novembre determineranno infatti i nuovi equilibri del Congresso e, di conseguenza, anche il margine di manovra della Casa Bianca nella seconda parte della legislatura.

Tre storie, un’unica questione: quanto costa l’America?

È questo il punto di contatto tra le tre vicende. La Fed guarda al costo dell’inflazione, il Congresso discute il costo politico e finanziario della guerra e Trump porta il tema dell’economia e della sicurezza nazionale direttamente nella campagna per le midterm. La Federal Reserve ha scelto di aumentare il costo del denaro per cercare di riportare l’inflazione verso il 2%. La Camera ha invece votato per la terza volta una risoluzione che mira a limitare la possibilità del presidente di proseguire unilateralmente le operazioni militari contro l’Iran. E Trump, mentre questi due fronti si muovono a Washington, si sposta in North Carolina per sostenere un candidato repubblicano al Senato.

Non significa che i tre eventi abbiano una sola causa o producano automaticamente lo stesso effetto. Ma mostrano quanto economia, politica estera e politica interna siano ormai strettamente collegate nella fase che precede le elezioni di novembre. Il dato economico è particolarmente significativo, poiché nonostante l’inflazione e l’aumento dei prezzi energetici, i consumi americani hanno mantenuto una certa resilienza. In agosto le vendite al dettaglio sono aumentate dell’1,2%, più delle attese. L’America si trova quindi davanti a una contraddizione: da una parte un’economia che continua a mostrare capacità di tenuta, dall’altra famiglie che devono affrontare prezzi elevati e un costo del credito destinato a diventare più pesante.

Ed è proprio questa distanza tra i grandi indicatori macroeconomici e la percezione quotidiana del costo della vita che rende le prossime settimane particolarmente importanti. A meno di due mesi dal voto, Washington è già immersa nella campagna elettorale. E le decisioni prese oggi alla Federal Reserve, alla Camera e sul terreno della campagna in North Carolina mostrano tre dimensioni della stessa sfida: inflazione, guerra e consenso politico.

Guerra in Ucraina, alla Camera arriva il voto che può cambiare la strategia americana

Sul fronte della Russia, la giornata di Washington si chiude con un altro passaggio destinato ad avere conseguenze internazionali. La Camera ha concluso il dibattito sul Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026, il grande pacchetto di sanzioni già approvato dal Senato ad agosto con un voto bipartisan di 86-11, ma il voto finale dell’aula è stato rinviato. Dopo una prima votazione senza appello nominale, il deputato democratico Gregory Meeks, membro di vertice della commissione Esteri della Camera, ha chiesto una votazione per appello nominale: la presidenza ha quindi posticipato il procedimento a una data da stabilire.

Il provvedimento rappresenta uno dei tentativi più rilevanti degli ultimi anni di aumentare la pressione economica su Mosca. Il testo prevede nuove sanzioni nei confronti di funzionari russi, istituzioni finanziarie, settore energetico e soggetti collegati all’apparato militare, oltre a misure contro la cosiddetta «flotta ombra», la rete di petroliere utilizzata per aggirare le restrizioni occidentali sulle esportazioni di petrolio russo. Il pacchetto comprende inoltre un’estensione di cinque anni della legge statunitense sulle sanzioni contro l’Iran, mantenendo in vigore gli strumenti giuridici che consentono a Washington di colpire economicamente Teheran. La Casa Bianca ha formalmente espresso il proprio sostegno al testo del Senato e ha indicato che, se approvato in quella forma, Trump sarebbe pronto a firmarlo.

Il punto più delicato, però, riguarda i dazi fino al 100% applicabili ai Paesi che continuano ad acquistare quantità rilevanti di petrolio o gas russo. Il testo autorizzerebbe il presidente ad aumentare fino a quella soglia i dazi sulle merci provenienti da questi Paesi. La norma non indica automaticamente India o Cina come destinatarie di un dazio del 100%: stabilisce piuttosto criteri legati ai maggiori importatori di energia russa e ad altri soggetti coinvolti nell’elusione delle sanzioni. È proprio questa ampia delega al presidente sulla politica commerciale ad aver alimentato le principali obiezioni democratiche, mentre alcuni repubblicani hanno espresso preoccupazioni differenti sui possibili effetti economici delle nuove misure.

Alla vigilia del voto, alcuni deputati democratici avevano cercato di modificare il testo. La commissione per il Regolamento della Camera ha però respinto, con un voto di 7-3, la proposta di eliminare la parte sui dazi applicabili ai Paesi terzi; sono state inoltre respinte proposte per indicare esplicitamente alcuni Paesi potenzialmente interessati, restringere il potere presidenziale di deroga e destinare 15 miliardi di dollari di finanziamenti militari all’Ucraina. La Camera ha invece approvato martedì, con 214 voti contro 211, la regola che ha permesso di portare il provvedimento in aula.

Il significato politico del passaggio di oggi va quindi oltre il semplice voto sulle sanzioni. Dopo mesi di stallo, il Congresso si trova nuovamente a discutere quale debba essere il livello di pressione economica su Mosca e, soprattutto, quanto potere lasciare alla Casa Bianca nell’utilizzo dei dazi come strumento di politica estera. Se la Camera approverà senza modifiche il testo del Senato, il provvedimento potrà essere trasmesso a Trump per la firma. È un passaggio che potrebbe aprire una nuova fase della politica americana verso la Russia, proprio mentre Washington continua a cercare una soluzione negoziale alla guerra in Ucraina.

Così, alla vigilia delle elezioni di metà mandato, inflazione, guerra in Iran, Russia, prezzi dell’energia e potere tariffario della Casa Bianca finiscono tutti nello stesso grande dibattito politico americano. La Federal Reserve prova a contenere l’inflazione, il Congresso rivendica il proprio ruolo sull’impiego della forza militare e sulle sanzioni, mentre Trump porta la propria agenda direttamente nella campagna elettorale. Sono tre piani distinti, ma nelle prossime settimane saranno sempre più difficili da raccontare separatamente.