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Trump dopo Midterm Usa: Casa Bianca studia cosa fare

di Stefano Scibilia corrispondente dalla Casa Bianca

Capitol Hill - Foto di Stefano Scibilia
Capitol Hill - Foto di Stefano Scibilia

WASHINGTON DC – Donald Trump si prepara ad affrontare le ultime ore di campagna elettorale prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, ma alla Casa Bianca una parte importante del lavoro è già proiettata sul giorno successivo. Mentre il presidente attraversa gli Stati Uniti per sostenere i candidati repubblicani, i suoi collaboratori stanno infatti elaborando una strategia per garantire continuità all’agenda presidenziale anche nell’eventualità di una sconfitta elettorale e della conseguente perdita del controllo del Congresso.

È questo uno degli elementi politicamente più significativi emersi alla vigilia del voto. Le midterm non rappresentano soltanto una verifica del consenso nei confronti dell’attuale amministrazione, ma costituiscono un passaggio determinante per definire i margini di manovra della presidenza nei prossimi due anni. La possibilità che i democratici conquistino almeno una delle due Camere ha spinto l’amministrazione a preparare in anticipo un piano alternativo, fondato su un maggiore utilizzo delle prerogative dell’esecutivo.

Secondo un’inchiesta pubblicata il 1° novembre da Reuters, la Casa Bianca ha trascorso diversi mesi a individuare le misure che Trump potrebbe adottare senza dover necessariamente ottenere una nuova approvazione parlamentare. Il lavoro, avviato già ad aprile, coinvolge alcuni dei funzionari più influenti dell’amministrazione e riguarda settori centrali del programma presidenziale: immigrazione, commercio internazionale, costo delle abitazioni e gestione della spesa federale.

Il messaggio politico che emerge è chiaro: la Casa Bianca vuole essere pronta a governare anche in uno scenario di opposizione parlamentare, evitando che un eventuale risultato sfavorevole alle urne si trasformi in un blocco dell’azione presidenziale.

La strategia della Casa Bianca: più poteri esecutivi per aggirare lo stallo legislativo

Tra i protagonisti del piano figurano Stephen Miller, vice capo dello staff presidenziale, Russell Vought, direttore dell’Office of Management and Budget, e Will Scharf, consigliere legale della Casa Bianca. I tre stanno lavorando, insieme ad altri funzionari, per individuare gli strumenti giuridici e amministrativi attraverso i quali l’amministrazione potrebbe continuare a portare avanti le proprie priorità anche senza il sostegno del Congresso.

Il ventaglio delle ipotesi è ampio. Sul fronte commerciale si starebbe valutando l’introduzione di nuovi dazi sulle importazioni di minerali critici e turbine eoliche. In materia migratoria, l’amministrazione considera possibili ulteriori restrizioni sui visti per gli studenti internazionali e per i lavoratori stranieri temporanei. Un altro capitolo riguarda il mercato immobiliare e il settore delle costruzioni, con interventi destinati, nelle intenzioni della Casa Bianca, a ridurre i costi degli alloggi.

Particolarmente delicato è il capitolo della spesa pubblica. Vought, alla guida dell’ufficio che coordina il bilancio federale, starebbe esaminando quali priorità possano essere finanziate utilizzando risorse già stanziate dal Congresso. Tra le ipotesi figurerebbe anche una modifica delle regole relative all’assegnazione dei finanziamenti federali, attribuendo un ruolo maggiore ai funzionari nominati politicamente dall’amministrazione.

Non si tratta semplicemente di una ricognizione burocratica. Secondo le fonti citate da Reuters, Trump è stato informato dei preparativi e ha partecipato alle discussioni. Il presidente sarebbe quindi consapevole della necessità di predisporre una strategia alternativa nel caso in cui il voto dovesse modificare gli equilibri parlamentari.

Il consigliere legale Will Scharf e il suo gruppo starebbero inoltre analizzando i limiti costituzionali dei poteri presidenziali, individuando le iniziative che possono essere adottate autonomamente e quelle che potrebbero invece provocare ricorsi giudiziari. È un passaggio fondamentale, perché il ricorso agli ordini esecutivi non consente al presidente di sostituirsi liberamente al potere legislativo. Le decisioni dell’amministrazione possono essere contestate davanti ai tribunali e sottoposte al controllo della magistratura.

Il rischio è quindi quello di aprire una nuova stagione di conflittualità istituzionale, con la Casa Bianca impegnata a difendere le proprie prerogative e i democratici pronti a contestare eventuali iniziative considerate eccessive.


Il Congresso come nuovo fronte dello scontro politico

Un’eventuale conquista democratica del Congresso cambierebbe sensibilmente il rapporto tra la presidenza e il potere legislativo. La Camera dei rappresentanti potrebbe diventare il principale centro di opposizione all’amministrazione, attraverso audizioni, richieste di documenti, convocazioni di funzionari e nuove indagini sull’operato del presidente e dei suoi collaboratori.

I democratici potrebbero inoltre utilizzare il controllo parlamentare per rallentare o bloccare diverse iniziative legislative della Casa Bianca, oltre a esercitare una maggiore pressione sulle nomine presidenziali, soprattutto qualora riuscissero a conquistare anche il Senato.

Dall’altra parte, Trump manterrebbe il potere di veto, uno strumento che gli consentirebbe di respingere le proposte legislative approvate dal Congresso. Il presidente ha già lasciato intendere che, in caso di vittoria democratica, potrebbe inizialmente adottare una linea di opposizione alle iniziative della controparte, per poi valutare eventuali compromessi.

La prospettiva di una presidenza costretta a confrontarsi con un Congresso ostile non è una novità nella storia americana. Tuttavia, l’attuale amministrazione sembra intenzionata a prepararsi a uno scenario nel quale il ricorso agli strumenti esecutivi potrebbe assumere un peso ancora maggiore rispetto al passato.

La questione non riguarda soltanto la possibilità di approvare nuove leggi, ma anche il rapporto tra i tre poteri dello Stato e i confini dell’autorità presidenziale. Il controllo democratico del Congresso potrebbe infatti trasformare ogni decisione della Casa Bianca in un potenziale terreno di scontro politico e giudiziario.


Trump torna in campagna: oggi i comizi in Iowa e Kansas

Mentre i suoi collaboratori lavorano a Washington, Trump continua a essere direttamente coinvolto nella campagna elettorale. Oggi, domenica 1° novembre, il presidente è atteso a Dubuque, in Iowa, e successivamente a Salina, in Kansas, per due appuntamenti destinati a sostenere i candidati repubblicani nell’ultimo fine settimana prima dell’Election Day.

La scelta dei due Stati è significativa. In Iowa i repubblicani devono difendere un seggio al Senato e affrontano una competizione importante anche per il controllo della Camera dei rappresentanti e del governo statale. Il secondo distretto congressuale, che comprende proprio Dubuque, è diventato particolarmente competitivo.

In Kansas, invece, il candidato democratico Adam Hamilton sta cercando di conquistare un seggio al Senato che da decenni rappresenta una roccaforte repubblicana. Il confronto con il senatore uscente Roger Marshall è uno degli elementi che rendono particolarmente importante la visita presidenziale.

Il primo appuntamento è previsto al Five Flags Event Center di Dubuque, con l’intervento del presidente programmato nel pomeriggio. Successivamente Trump si sposterà a Salina, dove è atteso al Salina Regional Airport per l’ultimo comizio del fine settimana, con l’intervento previsto in serata.

I due appuntamenti arrivano dopo una campagna nella quale Trump ha concentrato gran parte dei propri sforzi sugli Stati tradizionalmente favorevoli ai repubblicani, cercando di consolidare il consenso in territori che aveva già conquistato nelle precedenti elezioni.

Il quadro rispetto alla campagna presidenziale del 2024 è cambiato. Questa volta il presidente non deve soltanto convincere gli elettori a sostenere il suo progetto politico, ma difendere i risultati della prima parte del secondo mandato. Le questioni economiche, l’impatto dei dazi, il costo della vita e le conseguenze delle scelte di politica estera sono diventati elementi centrali del confronto con i democratici.

Secondo i dati riportati dall’Associated Press, oltre 52 milioni di americani hanno già espresso il proprio voto anticipatamente. Una partecipazione che testimonia la mobilitazione dell’elettorato prima dell’appuntamento di martedì.

Per il presidente, queste elezioni rappresentano anche una verifica del rapporto personale con la propria base elettorale. La sua presenza nei comizi è un tentativo di trasformare il voto di metà mandato in un referendum politico sulla seconda presidenza, chiedendo agli elettori di confermare la fiducia nei candidati che sostengono il suo programma.


Economia, dazi e costo della vita: il terreno sul quale si gioca il voto

Uno dei principali problemi per la Casa Bianca riguarda la capacità di convincere gli americani che le politiche economiche adottate dall’amministrazione stiano producendo risultati concreti.

La politica tariffaria di Trump è uno dei temi più controversi. Il presidente considera i dazi uno strumento per proteggere la produzione nazionale, riequilibrare i rapporti commerciali e rafforzare la posizione negoziale degli Stati Uniti nei confronti dei partner internazionali. Le imprese e i settori maggiormente esposti alle importazioni, tuttavia, continuano a confrontarsi con le possibili conseguenze dei maggiori costi commerciali.

A questo si aggiungono le preoccupazioni per il prezzo della benzina, le spese per l’abitazione, i beni di consumo e il potere d’acquisto delle famiglie. Sono questioni che incidono direttamente sulla percezione dell’economia e che possono avere un peso determinante nel comportamento elettorale.

La Casa Bianca continua a rivendicare i risultati ottenuti sul fronte degli investimenti e della crescita economica, mentre i democratici concentrano la propria comunicazione sulle difficoltà quotidiane di una parte della popolazione.

Il divario tra gli indicatori macroeconomici e la percezione del costo della vita rappresenta uno dei nodi centrali della campagna. Per un presidente che ha costruito una parte importante del proprio ritorno politico sulla promessa di rendere nuovamente prospera l’economia americana, il giudizio degli elettori assume un significato che va oltre il semplice rinnovo del Congresso.


Iran e Ucraina: la politica estera resta un banco di prova per Trump

Le elezioni di metà mandato non esauriscono le questioni che attendono l’amministrazione americana. Sul tavolo della Casa Bianca restano alcuni dei dossier internazionali più delicati, a partire dall’Iran e dalla guerra tra Russia e Ucraina.

Nei confronti di Teheran, il presidente continua a ribadire che gli Stati Uniti non accetteranno che il Paese possa dotarsi di un’arma nucleare. Parallelamente, Trump ha lasciato aperta la possibilità di una soluzione negoziale, sostenendo che esistano margini per raggiungere un accordo.

Le dichiarazioni più recenti, tuttavia, restituiscono un quadro di forte tensione. Sabato 31 ottobre, durante un confronto con i giornalisti a Mar-a-Lago, il presidente ha affermato che gli Stati Uniti devono ancora occuparsi di uno o due obiettivi in Iran, facendo riferimento anche a un possibile sito nucleare. Trump ha contemporaneamente sostenuto che i contatti con Teheran proseguono, ma ha evitato di escludere una nuova escalation militare.

Anche il segretario di Stato Marco Rubio è intervenuto sulla questione, precisando che l’amministrazione non ha ancora assunto una decisione definitiva sull’eventuale ripresa delle operazioni militari. Rubio ha tuttavia assicurato che gli Stati Uniti dispongono delle capacità necessarie per intervenire qualora fosse ritenuto necessario.

Le dichiarazioni americane sono arrivate dopo un nuovo avvertimento della guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che ha minacciato una risposta senza limiti geografici nel caso in cui Washington e Israele dovessero riprendere gli attacchi.

La questione iraniana rappresenta uno dei dossier più complessi per la diplomazia americana, anche alla luce delle conseguenze che un’ulteriore escalation potrebbe avere sulla stabilità del Medio Oriente e sui mercati energetici internazionali.

Sul fronte ucraino, il presidente continua invece a sostenere la possibilità di arrivare a una conclusione della guerra attraverso un’intesa diplomatica tra Mosca e Kiev. Sabato, rispondendo alle domande dei giornalisti, Trump ha dichiarato di ritenere che il conflitto possa terminare in un futuro non troppo lontano. Ha inoltre manifestato la propria disponibilità a invitare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky al prossimo vertice del G20, dopo aver già aperto alla possibilità di un invito per il presidente russo Vladimir Putin.

La prospettiva di un accordo rimane tuttavia legata alla distanza tra le posizioni delle parti e alle condizioni che ciascun governo considera accettabili.

Per gli alleati europei, le scelte dell’amministrazione americana restano particolarmente importanti. La politica estera di Trump continua infatti a incidere sui rapporti transatlantici, sul sostegno all’Ucraina e sulla sicurezza del continente.

Un eventuale cambiamento degli equilibri al Congresso potrebbe inoltre modificare il dibattito interno sulle risorse da destinare alla politica internazionale e sulle priorità strategiche degli Stati Uniti.


L’arco monumentale di Trump: Washington diventa un nuovo terreno di scontro

La seconda presidenza Trump non si sta caratterizzando soltanto per le decisioni economiche, migratorie e internazionali. Il presidente intende lasciare un’impronta anche sul volto della capitale americana, attraverso progetti architettonici e iniziative simboliche destinate a celebrare la storia nazionale e, allo stesso tempo, a rappresentare la sua visione del Paese.

Tra questi progetti c’è il grande arco monumentale da circa 250 piedi, oltre 76 metri, che l’amministrazione vorrebbe realizzare nei pressi dell’Arlington National Cemetery, in prossimità del Potomac River.

L’opera dovrebbe celebrare il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti, che ricorre nel 2026. Trump ha più volte difeso il progetto, paragonandolo all’Arco di Trionfo di Parigi e sostenendo che la capitale americana meriti un monumento di grande impatto visivo.

L’iniziativa è però finita al centro di una controversia giudiziaria. Sabato 31 ottobre, il District of Columbia e lo Stato della Virginia hanno presentato una nuova azione legale per chiedere il blocco dei lavori, contestando le procedure seguite dall’amministrazione e le conseguenze che la costruzione potrebbe avere sull’area.

Secondo i ricorrenti, il progetto potrebbe provocare problemi alla circolazione, interferire con i servizi di emergenza e avere conseguenze ambientali durante il periodo di costruzione. La controversia si aggiunge ad altre iniziative giudiziarie già avviate contro il progetto.

L’amministrazione vorrebbe avviare i lavori già nei prossimi giorni. Un passaggio determinante è rappresentato dalla riunione della National Capital Planning Commission, prevista per il 5 novembre, durante la quale il progetto dovrebbe essere sottoposto a una valutazione. L’avvio della costruzione dipenderà anche dalle autorizzazioni delle autorità federali e dall’evoluzione del contenzioso giudiziario.

La vicenda dell’arco rappresenta un esempio concreto dello scontro tra la visione presidenziale e le istituzioni locali, oltre a mostrare come la trasformazione di Washington sia diventata una componente della strategia simbolica della seconda amministrazione Trump.


Il 3 novembre non sarà soltanto un voto sul Congresso

Le elezioni di metà mandato rappresentano dunque molto più di un passaggio intermedio nella vita politica americana. Per Donald Trump costituiscono una verifica della capacità di mantenere un rapporto solido con il proprio elettorato e, soprattutto, un momento decisivo per definire i margini d’azione della Casa Bianca nei prossimi due anni.

Una conquista democratica di una o entrambe le Camere potrebbe aprire una fase caratterizzata da indagini parlamentari, audizioni, richieste di documenti e nuovi ostacoli all’approvazione delle iniziative legislative. Una conferma della maggioranza repubblicana, invece, permetterebbe al presidente di continuare a contare su un sostegno parlamentare favorevole.

La preparazione di una strategia alternativa da parte dei collaboratori presidenziali dimostra tuttavia che l’amministrazione non vuole farsi trovare impreparata. Il presidente continua a chiedere voti per i repubblicani, ma i suoi funzionari stanno già ragionando sulle modalità attraverso cui preservare il programma politico nel caso di un Congresso ostile.

La vera partita per Trump non si giocherà soltanto martedì alle urne, ma soprattutto nei mesi successivi, quando sarà necessario trasformare le promesse elettorali in decisioni concrete.

Il risultato delle midterm potrà modificare il rapporto tra Casa Bianca e Congresso, ma non cancellerà i poteri costituzionali del presidente né quelli di controllo del Parlamento. Sarà proprio nell’equilibrio, e nel possibile scontro, tra queste istituzioni che si misurerà la capacità di Trump di portare avanti la seconda parte del suo mandato.

A Washington, insomma, la campagna elettorale sta per terminare, ma la partita politica è tutt’altro che conclusa.

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