NEW YORK – “L’America è tornata”. È da questa rivendicazione che Donald Trump ha aperto il suo intervento davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel primo giorno del dibattito generale dell’81ª sessione. Il presidente degli Stati Uniti ha utilizzato il palco dell’Onu per difendere le scelte della sua amministrazione sui principali dossier internazionali e per rivendicare una concezione della politica estera fondata sulla forza americana, sulla sovranità nazionale e sulla capacità di intervenire direttamente quando, secondo Washington, la diplomazia non è sufficiente.
Il discorso si è svolto in una giornata particolarmente delicata per la comunità internazionale. Il dibattito generale dell’81ª Assemblea generale è iniziato oggi a New York e proseguirà fino al 28 settembre, riunendo capi di Stato e di governo e rappresentanti di alto livello dei Paesi membri. Il tema scelto per questa sessione è “Restoring trust, managing transformation: a United Nations that delivers for all”, ovvero il ripristino della fiducia e la gestione delle trasformazioni attraverso un’Onu capace di produrre risultati per tutti.
Davanti a questo scenario, Trump ha costruito il proprio intervento attorno a una tesi precisa: gli Stati Uniti, secondo la narrazione del presidente, hanno smesso di limitarsi a discutere le crisi internazionali e hanno scelto di agire.
“Mentre gli altri parlavano, io ho agito. Mentre gli altri parlavano di pace, io ho fatto la pace. Mentre gli altri ignoravano le minacce, io le ho affrontate”, ha affermato Trump, sintetizzando così il messaggio politico del suo intervento.
“L’America è tornata”: Trump parte dagli Stati Uniti
Prima di affrontare le crisi internazionali, Trump ha dedicato una parte del discorso alla situazione interna degli Stati Uniti, rivendicando i risultati ottenuti dalla sua amministrazione sul piano economico e soprattutto sul fronte della sicurezza e dell’immigrazione.
Il presidente ha sostenuto che gli Stati Uniti dispongano oggi della “frontiera più sicura nella storia americana”, presentando la stretta sull’immigrazione illegale come uno dei principali risultati della sua amministrazione.
Il tema dei confini è stato inserito da Trump all’interno di una concezione più ampia della sovranità nazionale. La sicurezza interna, la capacità di controllare le frontiere e la possibilità di decidere autonomamente la politica americana sono state presentate come elementi collegati alla stessa idea di un Paese che, secondo il presidente, deve tornare a mettere al centro i propri interessi.
Trump ha quindi insistito sulla necessità di intervenire prima che le crisi diventino impossibili da gestire.
“Non credo nel lasciare che i problemi si aggravino. Diventano solo più difficili da risolvere. Quindi, mentre gli altri parlavano, io ho agito”, ha detto.
È questa la chiave attraverso cui il presidente ha introdotto il capitolo più delicato del suo intervento: l’Iran.
Iran, il cuore del discorso: “Potrei annientare la Repubblica islamica”
La guerra con Teheran ha occupato una parte centrale dell’intervento di Trump.
Il conflitto, ormai entrato nel settimo mese, rappresenta uno dei principali dossier della politica estera americana e uno dei temi più delicati della stessa Assemblea generale. Trump ha difeso la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra, sostenendo che l’obiettivo fosse impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare. Teheran ha sempre respinto l’accusa di voler costruire un’arma nucleare.
“Non permetterò mai che l’Iran abbia un’arma nucleare”, ha ribadito il presidente americano.
Nel ricostruire le ragioni dell’intervento militare, Trump ha accusato il regime iraniano di avere rappresentato per decenni una minaccia per il Medio Oriente e ha sostenuto che gli Stati Uniti non potessero continuare a tollerare il rischio legato al programma nucleare iraniano.
Poi è arrivato il passaggio più duro dell’intero discorso.
Trump ha detto di avere davanti una scelta: un accordo con l’Iran oppure la distruzione della Repubblica islamica.
“Potrei annientare la Repubblica islamica”, ha detto il presidente, prospettando una nuova escalation nel caso in cui non fosse possibile raggiungere un’intesa. Trump ha inoltre minacciato di “mandarli all’inferno” se la guerra dovesse proseguire.
Allo stesso tempo, però, il presidente ha lasciato aperta la porta a un accordo diplomatico.
Trump ha espresso la convinzione che un’intesa con Teheran possa essere raggiunta dopo le elezioni di metà mandato americane di novembre, sostenendo che l’Iran stia osservando l’evoluzione della politica americana prima di decidere come muoversi.
La formula utilizzata dal presidente è stata quella di una scelta tra accordo e annientamento, con la diplomazia ancora indicata come una possibile via d’uscita.
Trump ha inoltre chiesto agli altri Paesi di contribuire alla pressione economica sull’Iran, sostenendo che un isolamento internazionale più forte possa spingere Teheran a tornare al tavolo delle trattative.
Durante il passaggio dedicato all’Iran, gran parte della delegazione iraniana ha lasciato l’aula. La protesta ha rappresentato uno dei momenti più evidenti della tensione all’interno della sala dell’Assemblea generale.
Trump ha inoltre respinto le preoccupazioni relative alle scorte militari americane, sostenendo che gli Stati Uniti dispongano di quantità di munizioni sufficienti per sostenere le proprie operazioni.
Ucraina, Trump: “È tempo di fermare le uccisioni”
Dal Medio Oriente Trump è passato all’altra grande guerra che continua a dominare l’agenda internazionale: l’Ucraina.
Il presidente americano ha espresso frustrazione per il fatto che la guerra tra Russia e Ucraina continui nonostante gli sforzi diplomatici portati avanti dalla sua amministrazione.
Trump ha ribadito la necessità di fermare le uccisioni e ha richiamato le iniziative americane per arrivare almeno a una tregua sul fronte delle infrastrutture energetiche.
Il presidente ha inoltre fatto riferimento alle sanzioni contro la Russia, indicando che Washington mantiene a disposizione ulteriori strumenti di pressione.
La questione ucraina assume un peso ulteriore anche per l’agenda diplomatica di Trump a New York, che comprende un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Trump ha parlato anche dell’impegno della first lady Melania Trump per favorire il ritorno alle proprie famiglie di bambini ucraini e russi coinvolti negli spostamenti provocati dalla guerra.
Il messaggio del presidente americano è stato quindi quello di un conflitto che deve arrivare alla fine, accompagnato però dalla denuncia dell’inefficacia degli sforzi compiuti finora.
Venezuela, la difesa della nuova postura americana
Un altro capitolo importante è stato quello dedicato al Venezuela.
Trump ha difeso la politica della sua amministrazione nei confronti di Caracas e ha collegato le iniziative americane alla necessità di impedire che minacce alla sicurezza degli Stati Uniti possano consolidarsi nell’emisfero occidentale.
Il presidente ha rivendicato la propria politica come parte di una più ampia riaffermazione della presenza americana nel continente.
Il concetto espresso da Trump è stato quello di un’America che non intende più accettare che potenze o gruppi considerati ostili possano utilizzare l’emisfero occidentale per sviluppare attività ritenute una minaccia per gli Stati Uniti.
Ha quindi richiamato la “incomparabile potenza militare” americana, sostenendo che Washington sia pronta a utilizzarla quando necessario per difendere la propria sicurezza.
Cuba: “Il regime cadrà”
Trump ha dedicato un passaggio particolarmente duro anche a Cuba.
Il presidente ha definito il Paese uno “Stato assolutamente fallito” e ha sostenuto che il regime comunista dell’Avana si trovi oggi sotto una pressione senza precedenti.
“È fallito come mai prima e cadrà”, ha dichiarato Trump.
Il riferimento a Cuba è stato inserito nel quadro della politica americana nell’emisfero occidentale, dove Trump ha rivendicato una maggiore attenzione alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e alla presenza di governi e organizzazioni che Washington considera ostili.
Groenlandia e Artico, una nuova partita strategica
Tra i dossier affrontati da Trump anche la Groenlandia, tema che negli ultimi mesi ha assunto un peso crescente nella politica estera americana.
Il presidente ha collegato la questione alla sicurezza dell’Artico e alla necessità di rafforzare la presenza militare statunitense nell’area.
Trump ha annunciato un’intesa con Danimarca e Groenlandia per aumentare la presenza americana sull’isola e ha parlato della costruzione di due importanti basi militari.
La questione ha una dimensione strategica che va oltre il rapporto bilaterale tra Washington e Copenaghen. La Groenlandia è infatti un territorio autonomo del Regno di Danimarca, Paese membro della Nato, e si trova in una posizione geografica sempre più importante per le rotte artiche e la competizione strategica tra le grandi potenze.
Il tema della sicurezza dell’Artico si inserisce così nella più ampia competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina per il controllo delle rotte, delle risorse e delle infrastrutture strategiche della regione.
Intelligenza artificiale, la sfida con la Cina
Non solo guerre. Una parte significativa del discorso è stata dedicata alla intelligenza artificiale, che Trump ha indicato come uno dei principali terreni della competizione internazionale.
Il presidente ha sostenuto che gli Stati Uniti debbano mantenere la leadership nel settore e ha espresso contrarietà a una regolamentazione internazionale che, secondo la sua impostazione, potrebbe rallentare lo sviluppo della tecnologia americana.
Trump ha anche proposto di utilizzare il termine “superintelligenza” per indicare il nuovo livello di sviluppo dell’intelligenza artificiale.
“Chi dominerà l’intelligenza artificiale, chi dominerà la superintelligenza, vince”, ha affermato.
Il presidente ha quindi sostenuto che gli Stati Uniti siano attualmente davanti alla Cina nel settore e ha respinto l’idea di introdurre vincoli che possano frenare l’innovazione americana.
“Non ho intenzione di soffocare la crescita di qualcosa che sarà più grande della rivoluzione industriale”, ha dichiarato.
Il riferimento alla Cina assume un peso particolare anche in vista del confronto diretto tra Trump e Xi Jinping, con la competizione tecnologica destinata a essere uno dei temi centrali delle relazioni tra Washington e Pechino.
Trump contro la Corte penale internazionale e il sistema multilaterale
Il presidente americano ha poi rivolto una parte del discorso alle istituzioni internazionali, confermando la propria posizione critica nei confronti di alcuni organismi multilaterali.
Particolarmente duro è stato il passaggio sulla Corte penale internazionale, che Trump ha attaccato chiedendo ai Paesi che ne fanno parte di ritirarsi.
Il presidente ha sostenuto che la Corte rappresenti una minaccia per il personale militare americano e ha respinto la possibilità che soldati o funzionari statunitensi possano essere sottoposti alla giurisdizione del tribunale.
Trump ha inoltre criticato il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, contestando quello che considera un trattamento sproporzionato riservato agli Stati Uniti.
È un passaggio che si inserisce nella più ampia impostazione del presidente sul rapporto tra sovranità nazionale e istituzioni internazionali: gli Stati Uniti, secondo Trump, devono poter decidere autonomamente sulle questioni che riguardano direttamente la propria sicurezza e i propri interessi.
Il messaggio di Trump ai leader del mondo
Il discorso di Donald Trump all’81ª Assemblea generale dell’Onu ha quindi attraversato praticamente tutti i principali dossier della politica internazionale americana.
Iran, anzitutto, con la minaccia di una nuova escalation e la possibilità di un accordo; Ucraina, con la richiesta di fermare la guerra; Venezuela e Cuba, nel quadro della politica americana nell’emisfero occidentale; Groenlandia, per la sicurezza dell’Artico; Cina e intelligenza artificiale, nella competizione tecnologica globale.
Su tutto, la rivendicazione di una maggiore autonomia americana rispetto alle istituzioni internazionali.
Il presidente ha presentato la propria politica attraverso un concetto ripetuto più volte: gli Stati Uniti non intendono limitarsi a discutere le crisi, ma vogliono intervenire direttamente per modificarne il corso.
“Mentre gli altri parlavano, io ho agito”, ha detto Trump.
È una frase che riassume il tono dell’intervento e la visione della politica estera esposta dal presidente davanti ai leader riuniti a New York.
La distanza con il messaggio istituzionale dell’Onu emerge sul piano dei principi: l’81ª Assemblea generale è stata infatti costruita attorno al tema del ripristino della fiducia, della trasformazione e della capacità dell’organizzazione di produrre risultati attraverso il multilateralismo.
Nel suo intervento, invece, Trump ha messo al centro la forza degli Stati Uniti, la sovranità nazionale e la disponibilità a utilizzare gli strumenti economici e militari americani quando Washington ritiene che siano in gioco interessi strategici.
Ed è proprio l’Iran a rappresentare il punto più delicato di questa impostazione. Da una parte la minaccia di “annientare la Repubblica islamica”, dall’altra la disponibilità dichiarata a raggiungere un accordo.
Un doppio messaggio che Trump ha affidato al palcoscenico più internazionale possibile: la porta della diplomazia resta aperta, ma Washington sostiene di essere pronta a proseguire la guerra se quella porta dovesse rimanere chiusa.