Nato 3.0, Colagrande: “Italia leader e fondatrice, mi aspetto un grande contributo” (INTERVISTA + VIDEO)

di Stefano Scibilia

WASHINGTON DC – Una Nato capace di adattarsi alla velocità con cui cambiano la tecnologia, i conflitti e le minacce alla sicurezza internazionale. È questa la sfida della “Nato 3.0” delineata dal generale Aurelio Colagrande, Vice Comandante Supremo Alleato per la Trasformazione dell’Alleanza, intervistato a margine del “2026 Emerging Technologies for Defense Conference & Exhibition”, organizzato dalla National Defense Industrial Association al Walter E. Washington Convention Center di Washington. L’appuntamento riunisce rappresentanti delle istituzioni militari, dell’industria della difesa, delle aziende tecnologiche e del mondo della ricerca, in un confronto sulle innovazioni destinate a modificare il modo in cui le forze armate si preparano e conducono le operazioni.

La trasformazione della Nato, però, non coincide semplicemente con l’introduzione di nuovi strumenti tecnologici. Il tema centrale è la capacità dell’Alleanza di trasformare rapidamente l’innovazione in capacità militare concreta, integrandola tra i diversi Paesi membri e rendendola disponibile quando serve sul campo. È una delle direttrici sulle quali lavora Allied Command Transformation, uno dei due Strategic Commands della Nato, responsabile proprio dell’evoluzione delle strutture, delle capacità e della dottrina militare dell’Alleanza.

Trasformare la Nato 3.0 significa avere una Nato in grado di affrontare le minacce future nella maniera in cui ha affrontato le minacce del passato nei suoi 80 anni di resistenza“, ha spiegato Colagrande. “Il compito più importante del mio comando è proprio quello di mettere in sicurezza la Nato negli anni a venire, facendo in modo che tutti i requisiti necessari per poter continuare a difendere l’Alleanza siano messi in campo“, ha aggiunto il generale.

La lezione dell’Ucraina e la guerra che verrà

Uno dei principali laboratori dai quali la Nato sta traendo indicazioni per la propria trasformazione è rappresentato dalla guerra in Ucraina. Il conflitto ha dimostrato come sistemi tradizionali e tecnologie di nuova generazione possano essere impiegati contemporaneamente, modificando profondamente i tempi e le modalità delle operazioni militari. Artiglieria, trincee, mine e mezzi corazzati continuano a essere determinanti, ma accanto a loro sono diventati centrali droni, sistemi autonomi, guerra elettronica, intelligence satellitare e strumenti basati sull’intelligenza artificiale.

L’esperienza ucraina, tuttavia, non può essere semplicemente trasferita come un modello valido per qualsiasi conflitto futuro. È proprio questo, secondo Colagrande, uno degli elementi sui quali l’Alleanza deve riflettere: imparare da ciò che sta accadendo oggi senza presumere che il prossimo campo di battaglia sarà identico a quello attuale. “Io credo che stiamo assistendo a un’evoluzione, così come ci sono state evoluzioni in tutte le guerre“, ha osservato.

Io mi aspetto che la prossima guerra non sarà sicuramente come quella in Ucraina, tuttavia il compito dell’Alleanza è quello di imparare tutte le lezioni che arrivano dal campo di battaglia, in modo tale da poter anticipare quelli che saranno i futuri trend che potrebbero verificarsi“, ha aggiunto. La capacità di leggere il presente per prepararsi al futuro è del resto uno dei pilastri dell’attività di Allied Command Transformation, che nel 2026 ha insistito proprio sulla necessità di collegare previsione strategica, sperimentazione e sviluppo concreto delle capacità militari.

La questione riguarda quindi non soltanto quali armi utilizzare, ma come preparare l’intera struttura militare a un ambiente operativo in continua trasformazione. I tempi decisionali si accorciano, le tecnologie diventano rapidamente obsolete e anche strumenti relativamente semplici possono produrre effetti significativi quando vengono impiegati in quantità elevate e combinati con sistemi più avanzati.

Droni e nuovi sistemi d’arma: serve accelerare

Il fenomeno dei droni rappresenta uno degli esempi più evidenti di questo cambiamento. La diffusione di sistemi relativamente economici e facilmente producibili ha imposto alle forze armate la necessità di trovare risposte che siano non soltanto tecnologicamente efficaci, ma anche economicamente sostenibili. Il problema diventa particolarmente evidente quando una minaccia dal costo contenuto deve essere contrastata utilizzando sistemi molto più costosi.

Per Colagrande, la risposta non può limitarsi alla ricerca di un nuovo sistema d’arma. È necessario intervenire sull’intero processo che porta dall’individuazione di una necessità operativa alla disponibilità effettiva di una capacità. “Si deve migliorare innanzitutto la velocità di acquisizione dei sistemi d’arma, non possiamo più permetterci di sviluppare sistemi d’arma che dal momento in cui vengono ideati al momento in cui vengono impiegati sul terreno passano anni“, ha sottolineato.

Abbiamo bisogno anche di procedure e mezzi che possano essere impiegati in breve tempo“, ha aggiunto il generale. “Dal momento del concepimento a quello in cui noi recepiamo un requisito da parte di chi conduce la battaglia al momento in cui gli forniamo gli strumenti per poterla vincere i tempi devono essere decisamente più ridotti“.

È una questione che riguarda l’intero ecosistema della difesa. La velocità dell’innovazione tecnologica impone infatti di ripensare procedure di acquisizione, sperimentazione e certificazione che sono state concepite in un’epoca nella quale il ciclo di sviluppo di una capacità militare poteva durare molti anni senza il rischio di essere superato rapidamente dall’evoluzione delle tecnologie. Oggi, invece, la capacità di adattarsi prima dell’avversario diventa essa stessa una componente della deterrenza.

La minaccia non è più soltanto convenzionale

La Nato deve inoltre prepararsi a una realtà nella quale il confronto strategico può assumere forme molto diverse. Un attacco informatico, un’operazione di sabotaggio, una campagna di disinformazione o un’azione di guerra elettronica possono produrre conseguenze rilevanti anche senza l’impiego diretto di forze militari convenzionali.

Per questo la trasformazione dell’Alleanza deve necessariamente comprendere un insieme molto più ampio di capacità. “Il settore militare deve essere pronto ad affrontare tutte le sfide, da qualunque parte esse arrivino, che siano di carattere convenzionale o ibrido, cibernetico o di nuova generazione“, ha affermato Colagrande.

Quindi il nostro compito è quello di prevedere quelli che sono i trend futuri, in modo tale da poter essere pronti ad affrontarli nella maniera più precisa e affidabile possibile“, ha aggiunto. La logica è quella di passare da un modello prevalentemente reattivo a una struttura capace di individuare in anticipo i cambiamenti dello scenario strategico, sperimentare le possibili risposte e preparare le forze armate prima che una nuova minaccia raggiunga la sua piena maturità.

Industria, startup e ricerca: l’innovazione nasce anche fuori dalle caserme

In questo processo il rapporto con il settore privato diventa fondamentale. Una parte sempre più consistente delle innovazioni tecnologiche nasce infatti nel mondo civile, nelle startup, nei grandi gruppi industriali e nei centri universitari. Per una struttura militare complessa come quella della Nato, la sfida consiste quindi nel riuscire a intercettare queste innovazioni e trasformarle in capacità utilizzabili dalle forze armate dei diversi Paesi.

L’apporto dell’industria, delle startup e dei centri di ricerca è fondamentale“, ha sottolineato Colagrande. “Oggi la maggior parte dell’innovazione arriva direttamente dall’impresa, dalle startup e dai centri di ricerca“.

Il dialogo, però, deve iniziare molto prima della fase finale di acquisizione. “Il diretto contatto con loro per far capire quali sono i veri requisiti militari è necessario fin dall’inizio dell’ideazione di nuovi sistemi“, ha spiegato il generale. Il punto è ridurre la distanza tra chi sviluppa una tecnologia e chi dovrà utilizzarla, evitando che vengano progettati strumenti tecnologicamente avanzati ma non pienamente rispondenti alle necessità operative.

La stessa Allied Command Transformation sottolinea oggi la necessità di collegare innovazione, sperimentazione, industria e bisogni operativi, con l’obiettivo di passare più rapidamente dall’idea alla capacità concreta e, soprattutto, di garantire che le nuove soluzioni possano essere integrate e utilizzate insieme dai diversi Alleati.

L’intelligenza artificiale e il fattore tempo

Tra le tecnologie destinate a modificare maggiormente il modo di operare delle forze armate c’è naturalmente l’intelligenza artificiale. Per Colagrande, il valore dell’IA non consiste soltanto nella capacità di automatizzare determinate attività, ma soprattutto nella possibilità di mettere a disposizione dei comandanti una quantità molto maggiore di informazioni in tempi estremamente ridotti.

L’intelligenza artificiale è ormai una realtà con la quale ci dobbiamo confrontare“, ha detto il generale. “L’importante è che noi introduciamo l’intelligenza artificiale per poter velocizzare i processi decisionali e poter prendere delle decisioni sempre più informate, quindi con i dati che siano aggiornati“, ha spiegato.

Il principio, tuttavia, rimane quello della responsabilità umana. La tecnologia può aiutare a raccogliere, organizzare e analizzare le informazioni, ma la decisione finale resta nelle mani di chi ha la responsabilità del comando. “In modo tale da poter permettere al comandante, che è sempre il responsabile, di prendere delle decisioni informate con la maggior parte dei dati possibili“, ha aggiunto Colagrande, “in modo tale che la decisione sia rapida ed efficace“.

La partita sull’intelligenza artificiale si inserisce così in una trasformazione più ampia del processo decisionale militare. La capacità di elaborare rapidamente dati provenienti da sensori, satelliti, droni e altre fonti può infatti contribuire a ridurre i tempi tra l’osservazione di una minaccia e la risposta, un elemento sempre più importante in un ambiente operativo nel quale i cicli decisionali diventano progressivamente più brevi.

Il ruolo dell’Italia nella trasformazione dell’Alleanza

All’interno di questo processo, l’Italia può giocare un ruolo significativo. Colagrande sottolinea in particolare tre elementi: il peso dell’Italia nella Nato, la sua appartenenza al gruppo dei Paesi fondatori e la presenza di un comparto industriale della difesa considerato solido.

Il generale italiano è stato nominato Deputy Supreme Allied Commander Transformation nel giugno 2025 e ha assunto formalmente l’incarico l’11 luglio dello stesso anno presso il quartier generale di Allied Command Transformation a Norfolk, in Virginia. Prima dell’incarico Nato, Colagrande aveva ricoperto anche il ruolo di Vice Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare italiana.

“L’Italia ha un importantissimo ruolo, perché è una nazione leader della Nato, una nazione fondatrice della Nato, ha un’industria solida che la può aiutare e quindi io mi aspetto un grande contributo da parte della nostra nazione“, ha concluso Colagrande. Un’affermazione che arriva in una fase nella quale l’Alleanza sta anche ridisegnando parte della propria struttura di comando, con un maggiore coinvolgimento degli Alleati europei nelle posizioni di vertice.

L’esperienza italiana comprende anche attività di sperimentazione nel campo delle nuove capacità. La Task Force X-Central Mediterranean ha rappresentato un esempio di integrazione tra droni, sistemi autonomi e forze tradizionali, contribuendo alla sperimentazione di nuove modalità operative nei diversi domini.

La Nato che deve imparare e adattarsi

La “Nato 3.0” raccontata da Colagrande non è quindi soltanto un progetto tecnologico. È un processo che coinvolge dottrina, addestramento, industria, ricerca, acquisizione, interoperabilità e capacità decisionale. L’obiettivo è fare in modo che l’Alleanza possa mantenere il proprio vantaggio operativo anche quando le tecnologie disponibili cambiano rapidamente.

È una trasformazione che parte dalle lezioni delle guerre in corso, ma guarda soprattutto a ciò che ancora non è possibile prevedere con certezza. La Nato deve imparare più rapidamente, sperimentare prima, acquisire in tempi più brevi e integrare le nuove capacità tra i diversi Paesi membri. È proprio la capacità di adattamento, secondo la prospettiva del generale italiano, a rappresentare una delle principali garanzie per la sicurezza futura dell’Alleanza.

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