Cinquant’anni dopo, la politica comprende davvero le ragioni del disagio giovanile? Oppure considera le proteste un déjà-vu, continuando a rispondere con gli stessi schemi, le stesse parole e le stesse condanne dei suoi predecessori del secolo scorso?
Mario è un personaggio immaginario, attraverso il quale raccontiamo interrogativi e preoccupazioni che possono appartenere a molti giovani italiani.
Mario guarda le immagini di Milano
Mario ha diciassette anni.
Oggi Mario guarda le immagini delle manifestazioni che attraversano diverse città europee.
Vede migliaia di persone scendere in piazza. Studenti, lavoratori, famiglie, cittadini preoccupati per il costo della vita, per la scuola, per la sanità e per il futuro.
Poi vede altre immagini.
Vetrine infrante, negozi saccheggiati, scontri con le forze dell’ordine, persone ferite.
A Milano, durante il fine settimana del 17 e 18 ottobre, manifestazioni inizialmente pacifiche sono state seguite da gravi episodi di violenza.
Le immagini fanno il giro del mondo.
Mario non comprende perché qualcuno debba distruggere un negozio, aggredire un agente o danneggiare beni pubblici per esprimere il proprio dissenso.
Ma si pone anche un’altra domanda.
«Perché, quando migliaia di persone manifestano pacificamente e alcuni commettono violenze, si finisce per parlare quasi esclusivamente di questi ultimi?»
È una domanda che riguarda tanto la politica quanto l’informazione.
Condannare la violenza è necessario.
Comprendere il disagio è altrettanto necessario.
Non esistono giustificazioni per saccheggi, aggressioni o devastazioni.
Chi commette reati deve risponderne secondo la legge, con tutte le garanzie previste dallo Stato di diritto.
Le forze dell’ordine hanno il compito di tutelare la sicurezza pubblica, i manifestanti pacifici e i cittadini che non partecipano alle proteste.
Ma una democrazia non può limitarsi a discutere di ordine pubblico quando emergono tensioni sociali.
Deve anche chiedersi da dove provengano.
Il costo della vita, gli stipendi, le difficoltà di accesso alla casa, le prospettive lavorative, la qualità dei servizi pubblici e la paura di un futuro segnato dalla guerra sono questioni che meritano risposte politiche.
Non perché queste difficoltà giustifichino la violenza.
Ma perché esistono indipendentemente dalla violenza.
Condannare un comportamento criminale e ascoltare una rivendicazione sociale non sono due posizioni incompatibili.
Confonderle rischia di produrre un risultato paradossale: chi manifesta pacificamente può sentirsi ignorato proprio mentre chi ricorre alla violenza conquista la massima visibilità.
Cinquant’anni dopo: è cambiato il mondo, è cambiata la politica?
L’Italia conosce bene le stagioni delle grandi proteste.
Negli anni Sessanta e Settanta studenti e lavoratori contestavano assetti sociali, economici e politici.
Le manifestazioni contribuirono ad aprire dibattiti su scuola, università, lavoro, diritti e partecipazione democratica.
Ma quella stagione conobbe anche forme di violenza politica, terrorismo e conflitti che lasciarono ferite profonde.
Sarebbe storicamente sbagliato equiparare automaticamente le proteste del 2026 agli anni di piombo.
Sono differenti il contesto internazionale, le condizioni economiche, le organizzazioni politiche e gli strumenti di comunicazione.
Eppure un confronto può essere utile.
Perché oggi, come allora, una parte della discussione pubblica rischia di concentrarsi soprattutto sulla contrapposizione tra manifestanti e apparati dello Stato.
Cinquant’anni fa non esistevano smartphone, social network e piattaforme capaci di diffondere un video in pochi secondi.
Oggi un ragazzo può assistere quasi in diretta a una manifestazione a Milano, Parigi o Bruxelles.
Può confrontare dichiarazioni ufficiali, testimonianze e immagini provenienti da fonti differenti.
Può anche essere esposto a disinformazione, manipolazioni e ricostruzioni incomplete.
Il mondo della comunicazione è cambiato radicalmente.
Ma il linguaggio della politica è cambiato altrettanto?
Quando scoppiano disordini, sentiamo parlare di fermezza, sicurezza, nuove sanzioni e rafforzamento dei controlli.
Sono temi legittimi, soprattutto quando occorre proteggere persone e beni.
Ma Mario vorrebbe ascoltare anche altre parole.
Scuola. Opportunità. Partecipazione. Dialogo. Futuro.
E soprattutto vorrebbe conoscere le decisioni concrete che accompagnano quelle parole.
Palazzo Chigi: una riunione sulla sicurezza
Lunedì 19 ottobre 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato a Palazzo Chigi un vertice sull’ordine pubblico, dopo gli episodi di violenza verificatisi a Milano e in altre città.
Secondo le ricostruzioni pubblicate da ANSA e RaiNews, alla riunione hanno partecipato i vicepresidenti del Consiglio Antonio Tajani e Matteo Salvini, i ministri Matteo Piantedosi, Guido Crosetto e Francesco Lollobrigida, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, oltre ai vertici delle forze di polizia e dell’intelligence.
Al centro del confronto vi erano la gestione delle manifestazioni, la prevenzione dei disordini e possibili nuove misure, anche riguardanti i minorenni.
È comprensibile che un governo riunisca i responsabili della sicurezza dopo episodi di particolare gravità.
Ma proprio la composizione del vertice suggerisce una riflessione.
E il ministro per i Giovani?
Nell’elenco dei partecipanti riportato dalle agenzie di stampa non compare Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani.
Questo non dimostra che sia stato deliberatamente escluso, né che non sia stato consultato attraverso altri canali.
Ma pone una domanda politica.
Quando una crisi coinvolge anche ragazzi minorenni, perché il confronto istituzionale dovrebbe riguardare soltanto la sicurezza e non anche le politiche giovanili?
La riunione aveva uno scopo specifico: affrontare l’ordine pubblico.
Non era necessariamente la sede deputata a discutere tutte le cause del disagio sociale.
Tuttavia, proprio per questo, sarebbe importante conoscere quali ulteriori iniziative il governo intenda assumere per ascoltare i giovani e affrontare le questioni che alimentano le proteste pacifiche.
C’è poi un elemento storico interessante.
Giorgia Meloni, oggi presidente del Consiglio, è stata ministra della Gioventù dal 2008 al 2011.
Conosce quindi, anche per esperienza istituzionale, l’esistenza di un ambito politico dedicato alle nuove generazioni.
La domanda non riguarda soltanto chi fosse seduto al tavolo di Palazzo Chigi.
Riguarda chi sia chiamato a partecipare alla definizione delle risposte.
Se i giovani vengono considerati interlocutori soltanto quando si parla di scuola o sport, ma soprattutto come un problema di sicurezza quando emergono tensioni sociali, non rischiamo di perdere una parte essenziale del quadro?
Una domanda anche per l’informazione
Le cronache hanno giustamente raccontato i danni, gli interventi delle forze dell’ordine, le persone fermate e le decisioni annunciate dal governo.
Sono fatti di interesse pubblico.
Ma un’informazione completa dovrebbe cercare di comprendere anche le motivazioni delle manifestazioni pacifiche, distinguendo gli organizzatori, i partecipanti e gli autori delle violenze.
Dovrebbe interrogare le istituzioni non soltanto sulle misure repressive, ma anche sulle iniziative sociali, economiche ed educative.
E potrebbe domandare al ministro competente per le politiche giovanili quale sia la sua valutazione della situazione.
Non si tratta di attribuire alla stampa una responsabilità per gli scontri.
Si tratta di ricordare che raccontare ciò che accade è indispensabile; spiegare perché accade è parte altrettanto importante del lavoro giornalistico.
Il diritto di manifestare non è una concessione
Mario torna alla Costituzione.
Questa volta legge l’articolo 17:
«I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi».
È un principio semplice e fondamentale.
Il diritto di manifestare pacificamente non dipende dall’approvazione del governo, dalla popolarità delle rivendicazioni o dall’appartenenza politica dei partecipanti.
Naturalmente, il suo esercizio è sottoposto alle condizioni previste dalla Costituzione e dalla legge, comprese quelle riguardanti la sicurezza pubblica.
Ma proteggere questo diritto è parte della stessa missione dello Stato che deve impedire violenze e devastazioni.
Mario comprende che la libertà di manifestare comporta anche responsabilità.
Non comprende, invece, perché il confronto pubblico debba talvolta trasformarsi in una contrapposizione tra chi difende la sicurezza e chi difende il diritto di protestare.
In una democrazia costituzionale, sicurezza e libertà di manifestazione devono essere tutelate insieme.
La politica parla. Ma ascolta?
Il governo ha il diritto e il dovere di valutare gli strumenti necessari per garantire l’ordine pubblico.
Il Parlamento ha la responsabilità di discutere le misure proposte, verificarne la proporzionalità e valutarne gli effetti sui diritti fondamentali.
Le opposizioni hanno il compito di esercitare il controllo politico e proporre alternative.
Ma nessuna di queste funzioni esaurisce una domanda più ampia.
Che cosa chiedono davvero i cittadini che manifestano pacificamente?
Quali problemi possono essere affrontati con decisioni immediate?
Quali richiedono riforme strutturali?
E quali strumenti esistono per coinvolgere i giovani nella costruzione delle risposte?
Non basta convocare una riunione quando una piazza diventa violenta.
Occorrono anche occasioni di confronto quando la piazza è pacifica.
Non basta chiedere ai giovani di rispettare le istituzioni.
Occorre mostrare loro come le istituzioni rispettino il diritto di essere ascoltati.
Mario ha ancora diciassette anni
Mario non ha partecipato agli scontri.
Non ha distrutto vetrine, non ha aggredito agenti, non ha incendiato automobili.
Forse non è nemmeno sceso in piazza.
Eppure sente che quella discussione riguarda anche lui.
Perché tra pochi mesi o tra un anno potrà votare. Dovrà scegliere un percorso di studi o un lavoro. Dovrà cominciare a costruire la propria indipendenza.
E si domanda:
«Se oggi non ascoltate le nostre domande, perché dovremmo credere che domani ascolterete le nostre risposte?»
Non pretende che ogni protesta abbia ragione.
Non chiede impunità per chi commette violenze.
Chiede che la politica sappia distinguere chi distrugge da chi manifesta, chi commette un reato da chi esercita un diritto, chi cerca lo scontro da chi cerca una risposta.
Soprattutto, chiede che il suo futuro non venga discusso soltanto nelle riunioni dedicate alla sicurezza.
Perché governare significa anche prevenire i conflitti sociali attraverso l’ascolto, le opportunità e la capacità di affrontare i problemi prima che diventino emergenze.
Cinquant’anni dopo, la domanda rimane aperta.
È cambiato il mondo. Sono cambiate le generazioni. È cambiato il modo di comunicare.
Ma la politica ha davvero imparato ad ascoltare?
Il prossimo editoriale — Mercoledì 21 ottobre 2026
Parte III — Italia 2026: Una rivoluzione pacifica e non violenta
Ordini professionali, opportunità negate, burocrazia, comunicazioni digitali e rapporto tra cittadini e Stato.
Mario si porrà una nuova domanda:
«Se rispetto le regole, studio e mi impegno, perché alcune porte sembrano già aperte per altri e così difficili da aprire per me?»
Esamineremo gli ostacoli che possono condizionare l’accesso alle professioni e alle opportunità, confronteremo alcuni sistemi europei e rifletteremo sulla possibilità di un cambiamento pacifico, culturale e democratico.
Perché il cambiamento non deve necessariamente nascere dallo scontro.
Può cominciare dalla conoscenza, dalla partecipazione e dalla volontà di rendere le istituzioni più accessibili ai cittadini.
Riccardo Cacelli
Analista di Geopolitica Internazionale
Urban Air Mobility Manager
Senior Advisor — AAM Institute, Boston
#ItalyNews #Italia2026 #MarioHa17Anni #LaPoliticaParlaMaAscolta #GiovaniEFuturo #DisagioGiovanile #ProtesteGiovanili #DirittoDiManifestare #Articolo17 #CostituzioneItaliana #LibertàDiEspressione #Democrazia #StatoDiDiritto #FiduciaNelleIstituzioni #PartecipazioneDemocratica #PoliticheGiovanili #NonViolenza #SocietàCivile